Nella notte fra il 31 agosto ed il 1 settembre del 1969 un gruppo di giovani ufficiali libici, definiti fin dai primi resoconti dell’indomani come “d’ispirazione nasseriana”, assunse il pieno controllo della Libia con la cosiddetta “Operazione Gerusalemme”, ovvero un colpo di Stato da manuale, quasi del tutto incruento (vi fu solo un morto, a causa di un malinteso che coinvolse uno dei congiurati nel momento d’assalire una caserma). Proprio la brillante Operazione Gerusalemme, alla luce anche di un certo revisionismo odierno, porta molti storici a chiedersi se quella del 1969 sia stata una vera e propria “rivoluzione” o non semmai un più semplice e banale colpo di Stato militare. Ma, a guardar bene, tutte le cosiddette rivoluzioni novecentesche ebbero al loro interno una presa del potere violenta, fraudolenta o comunque arbitraria, talvolta persino cruenta, e solo più raramente indolore. Fu così in Egitto quando venne deposto Re Faruk, in Iran con la caduta dello Scià e in Russia con la Rivoluzione d’Ottobre, per non parlare poi dei vari esempi asiatici, africani e latinoamericani. C’è sempre un fattore scatenante, un avvenimento eclatante che dà il “la”, e questo nel caso delle rivoluzioni solo di rado è rappresentato da una vittoria elettorale: il più delle volte, infatti, si tratta di un trionfo militare o di un golpe militare.

L’anziano e malato Re Idris, in procinto di abdicare a favore del Principe Ereditario, si trovava infatti in Turchia ed era ormai sempre più estraneo alla vita politica del paese e ai vari processi decisionali, che aveva da tempo affidato alle alte gerarchie militari fedeli al regime monarchico. Quest’ultime, tuttavia, non ritenevano il Principe Ereditario una personalità adeguata al compito che avrebbe dovuto ricoprire dopo la sempre più probabile abdicazione o addirittura morte del padre, e meditavano pertanto di procedere con un loro colpo di Stato, che avrebbe eretto un regime apertamente anti-egiziano ed anti-nasseriano. Gheddafi e i suoi compagni ne erano al corrente, e proprio per questo motivo decisero d’anticipare i tempi dell’Operazione Gerusalemme.

Si trattò, come già detto, di un’operazione da manuale, che in poche ore consegnò loro il paese. Già alle 6.30 del mattino la Libia era ormai completamente in mano ai membri del CCR, il “Consiglio del Comando della Rivoluzione”. Fu proprio Muammar al Gheddafi in persona a leggere l’annuncio del cambio di regime ai cittadini libici, dalla Radio di Tripoli, dopo essersi spazientito perché l’annunciatore, comprensibilmente sorpreso, non faceva altro che balbettare. Quando Gheddafi chiese ai tecnici della radio di trasmettere un po’ di musica perché preannunciasse il comunicato, negli archivi trovarono solo “Giovinezza” e la “Marcia Reale”, ragion per cui fu preferito soprassedere passando direttamente alla lettura del proclama. Quest’ultimo, decisamente, aveva contenuti del tutto inequivocabili: “Nel nome di Dio il compassionevole, il misericordioso, o grande popolo libico! …Un sol colpo del vostro eroico esercito ha abbattuto gli idoli e mandato in frantumi le immagini venerate… D’ora in avanti la Libia sarà considerata una libera Repubblica sovrana, porterà il nome di Repubblica Araba Libica…”.

Re Idris venne informato del golpe mentre si trovava insieme alla moglie Fatima in villeggiatura sulle rive del Mar di Marmara. Ebbe un ultimo moto d’orgoglio, e si mise subito in contatto col governo inglese perché facesse rispettare l’accordo del 1953, in base al quale Londra sarebbe intervenuta in Libia in aiuto al sovrano. Ma l’accordo valeva solo per le aggressioni esterne, e questa invece era soltanto una faccenda interna libica, che oltretutto almeno in principio gli anglo-americani non vedevano neppure in modo troppo sfavorevole, consapevoli com’erano di quanto incerte fossero le sorti della monarchia. Così all’ormai ex sovrano non rimase che riconoscere la propria sconfitta dai microfoni di Radio Atene, mentre il Principe Ereditario dichiarava il proprio sostegno al nuovo governo libico. Quel sostegno sarebbe stato ritirato solo al termine della Guerra Fredda.

La Rivoluzione Libica ebbe subito enormi effetti. La grande base anglo-americana di Wheelus Field, la più importante del Mediterraneo, venne presto evacuata dopo stringenti trattative fra Tripoli, Londra e Washington. I proventi del petrolio vennero, sempre con intelligenti trattative che misero con le spalle al muro i colossi occidentali dell’energia, portati all’85% a favore dello Stato. Furono varate immense politiche volte a dotare la Libia di un’istruzione e di una sanità efficienti, e a sradicare completamente la povertà. La Libia, grazie anche all’immenso flusso di denaro proveniente dalla statalizzazione del petrolio, potè avviare una politica estera ambiziosa, che la portò a sostenere numerosissimi movimenti di liberazione e gruppi ribelli in tutto il mondo. Soprattutto con l’Africa nera s’instaurò un rapporto fecondo e privilegiato, che sarebbe divenuto ancor più importante a partire dagli Anni Novanta, quando Gheddafi avrebbe abbandonato del tutto i suoi propositi d’unificare l’intero Mondo Arabo in una sola e grande federazione. Di simili progetti, fra gli Anni Settanta e Novanta, la Libia ne portò avanti svariati: con l’Egitto, col Sudan, con la Siria, con la Tunisia, col Marocco, ma sempre con effimeri e deludenti risultati, esattamente com’era stato per l’Egitto di Nasser quando aveva provato a farlo con la Siria e con lo Yemen.

Gheddafi diventò il grande “oppositore globale”, alla testa di un’originale regime a democrazia diretta che nel 1977 assunse la denominazione di “Jamahiriya” e le cui istituzioni venivano descritte nel famoso “Libro Verde”. Quel suo ruolo d’oppositore globale gli attirò non pochi problemi con l’Occidente, e anche coi suoi vicini. Combattè una breve guerra con l’Egitto di Sadat, nel 1977, e s’esaurì in un lungo conflitto col Ciad fra la seconda metà degli Anni Settanta e i primi Anni Novanta. Ma soprattutto si trovò al centro di numerosi tentativi d’eliminazione fisica, il più famoso dei quali fu certamente il bombardamento di Tripoli e Bengasi del 1986, voluto da Margareth Tatcher e da Ronald Reagan, quest’ultimo ossessionato dalla Libia quanto e più che dall’Unione Sovietica.

Gli Anni Novanta, malgrado le sanzioni, furono di progressivo riappacificazione con l’Occidente, e con l’11 Settembre la Libia diventò addirittura un alleato chiave per garantire stabilità e sicurezza nel Mediterraneo e nell’Africa Settentrionale. Soprattutto con l’Italia si stabilì un partenariato privilegiato, che ebbe il suo apogeo nel 2008, col Trattato Italo-Libico. Nel 2011 tutto ciò venne però nuovamente rovesciato e rimesso in discussione a causa delle Primavere Arabe fortemente volute e gradite anche a Washington, e Gheddafi venne falsamente accusato di reprimere la pacifica rivoluzione del proprio popolo contro di lui. Come sappiamo non era vero, ma ciò fu quel che venne fatto credere ai più dai media occidentali e delle petromonarchie del Golfo come il Qatar e l’Arabia Saudita. Contro la Libia fu scatenata una guerra d’aggressione senza precedenti, a cui Gheddafi resistette stoicamente per alcuni mesi prima d’essere brutalmente linciato ed ucciso a Sirte dai “ribelli”.

Da allora la Libia continua ad essere soltanto un grande campo di battaglia, in preda all’anarchia più totale.

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