Muro di Berlino

Nella storia contemporanea, europea e mondiale, il 13 agosto non può essere un giorno ordinario.

Quella mattina, infatti, non sono stati soltanto i cittadini di Berlino ad alzarsi e a trovare la loro città diversa, perché quello che accade ha segnato per sempre – e lo segna anche oggi in qualche modo – il mondo occidentale e il mondo orientale. Che – improvvisamente ma neanche troppo – si vedono divisi più che mai. Capiscono che quella famigerata ma teorica “cortina di ferro” ha trovato la sua praticità.

Siamo nel 1961, 56 anni fa. La Germania si è lasciata alle spalle il regime nazista, la seconda guerra mondiale ed, essendosi arresa senza condizioni a Stalin e Roosevelt, si è ritrovata divisa in due Stati: la Repubblica federale tedesca (RDT) a ovest, nei territori che sono stati occupati dalle potenze alleate, e la Repubblica democratica tedesca (DDR), in corrispondenza con l’area di occupazione sovietica.

Ma anche con un numero incredibile di singoli cittadini o di intere famiglie che dalla parte orientale emigrarono verso ovest. I dati raccolti dagli storici raccontano che tra il 1947 e il 1961 furono circa 2 milioni e mezzo i tedeschi che si stabilirono nella parte occidentale del paese, in maggioranza membri della classe media: liberi professionisti e lavoratori specializzati.

Ebbene, nella notte tra il 12 e il 13 agosto circa 14.500 membri tra unità dell’esercito e polizia, hanno cominciato a installare lungo la linea di confine filo spinato e barriere di cemento per bloccare ogni passaggio, fu lunga poco più di 43 chilometri.

La posa dei blocchi in cemento, in realtà è iniziata quattro giorni dopo, il 17 agosto, e così dalla sera alla mattina, Berlino e i suoi abitanti furono divisi a metà. La parte degli impianti di sbarramento che separava ermeticamente il resto della RDT al confine con Berlino Ovest, aveva una lunghezza di quasi 112 chilometri. Il “Berliner mauer” era realtà, nonostante i vertici politici della DDR, fino a due mesi prima, avevano negato l’intenzione di costruire un muro per separare fisicamente il confine orientale con quello occidentale.

Nel giugno 1962, per rendere ancor più difficile la fuga verso la Germania Ovest, è stato costruito un secondo muro, la cosiddetta “striscia della morte”: 105,5 km di fossato anticarro, 302 torri di guardia con cecchini armati, 20 bunker e una strada illuminata per il pattugliamento lunga 177 km, sorvegliata dai Vopos, la polizia paramilitare della DDR, con l’aiuto di feroci cani da guardia.

Il Muro venne chiamato ufficialmente “Muro di Protezione Antifascista”, ma fu un fallimento dal punto di vista propagandistico per il campo socialista. La cortina di ferro diventò così il simbolo della guerra fredda tra i blocchi e dell’Europa divisa dalle ideologie, entrando molto velocemente nell’immaginario collettivo, soprattutto del mondo occidentale. Tuttavia, per i propositi interni della DDR fu una misura efficace contro l’esodo di quella forza lavoro costituita dalle classi medie, che era necessaria all’economia della Germania orientale.

Infatti durante il periodo di esistenza del muro sono stati soltanto 5 mila i tentativi di fuga coronati da successo verso Berlino Ovest. Nello stesso periodo varie fonti indicano in un numero compreso tra 192 e 239 i cittadini della Germania Est uccisi dalle guardie mentre hanno tentato di raggiungere l’Ovest, molti altri feriti. Ci sono nomi eccellenti: quello di Ida Siekmann, che è morta il 22 agosto 1961 calandosi da una finestra di Bernauer Strasse. Quello del fuggitivo ucciso Guenter Liftin, un sarto 24enne, raggiunto da un proiettile alla nuca il 24 agosto 1961 mentre tentava di fuggire a nuoto all’altezza del porto di Humboldt.

E anche Winfried Freudenberg, l’ultimo morto, l’8 marzo 1989, precipitato al suolo a Berlino ovest con una mongolfiera che aveva lui stesso costruito. Ma ormai nell’89 il muro della morte non aveva più ragion d’essere. Il blocco sovietico si era praticamente quasi del tutto disgregato. E anche il simbolo per eccellenza (che divideva 192 strade, 32 linee di tram, 8 linee di metropolitana di superficie, 3 linee di metropolitana sotterranea, 3 autostrade e numerosi fiumi e laghi, oltre a un mondo intero) andava abbattuto. E succede dal 9 novembre 1989, ribattezzato nel 2005, dal Parlamento italiano, il “Giorno della libertà”, mentre la riunificazione delle due Germanie avvenne l’anno successivo, il 3 ottobre del 1990, festa nazionale celebrata annualmente nella Germania attuale.

Oggi, a distanza di tanti anni, non molto è rimasto del Muro di Berlino. Esistono, invece, tanti altri muri, o pseudotali, ben più gravi. Li chiamano di confine, certo, ma sono di morte anche questi. Quello tra Africa e Spagna. Quello tra Ungheria, Croazia, Slovenia e Austria. Tra Ucraina ed Estonia. Tra Kenya e Somalia. Tra Stati Uniti e Messico. Tra Turchia e Siria.

E altri ancora.

Recinzioni, filo spinato, mattoni innalzati che certificano un fenomeno preoccupante reso noto da una ricerca del “Washington Post” di qualche mese fa: a metà del XX secolo, i muri erano meno di cinque. Nel 1990, le recinzioni in giro per il mondo erano una quindicina. Vent’anni dopo il loro numero era praticamente triplicato arrivando a superare la quarantina. Di questi almeno 20-25 sono stati edificati nell’ultimo decennio con un sensibile aumento dopo gli attentati dell’11 settembre.

Ma servono davvero?

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