Avrete certamente notato sulle varie banconote le firme dei vari presidenti della BCE: tra queste ve ne è una, appuntita ed essenziale ma non senza un accenno di leziosità: “M. Draghi”. Come abbiamo visto, si può facilmente immaginare che, a partire da oggi, la stessa identica firma apparirà anche sui documenti della presidenza del Consiglio dei Ministri.

E’ naturalmente ancora troppo presto per poter giudicare il nuovo primo ministro e l’operato della sua squadra di governo, ma magari possiamo già azzardare qualche ipotesi, anche alla luce del suo curriculum ed ancor più dell’operato svolto in precedenza da quei suoi neoministri che di certo non sono nuovi a questo incarico. I nomi sono in totale 23, divisi in 15 politici ed 8 tecnici, a portare avanti una tradizione inaugurata quasi trent’anni fa dal governo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi, e vedono convivere figure nuove ad altre già collaudate (tra i 7 ministri uscenti riconfermati come Luigi Di Maio agli Esteri o Roberto Speranza alla Salute, e i due che invece hanno assistito ad un cambio di ruolo, ovvero Stefano Patuanelli dallo Sviluppo Economico all’Agricoltura e Fabiana Dadone dalla Pubblica Amministrazione alle Politiche Giovanili).

L’entrata in maggioranza di Lega e Forza Italia ha poi riportato in auge alcune figure come Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo Economico, Erika Stefani alle Politiche per le Disabilità e Massimo Garavaglia al Turismo, o ancora Mara Carfagna al Sud, Mariastella Gelmini agli Affari Regionali e Renato Brunetta alla Pubblica Amministrazione, ruoli che avevano già ricoperto nell’ultimo governo Berlusconi o nel primo governo Conte.

Numerosi come dicevamo i tecnici, e fra questi spicca in particolare Daniele Franco all’Economia: direttore generale di Bankitalia, è considerato non a caso uno dei “fedelissimi” di Draghi. Anche gli altri nomi “tecnici”, tuttavia, non dovrebbero passare inosservati: fra questi Marta Cartabia alla Giustizia o Roberto Cingolani alla Transizione Ecologica. Sono tutti quei dicasteri per i quali, in questi giorni, Draghi ha sottolineato la volontà di procedere a pesanti interventi di riforma. Affidarli a tecnici di sua fiducia, per il nuovo primo ministro, significa svincolarli almeno in parte dall’influenza dei partiti e averli più rispondenti alle sue direttive.

Sotto questo aspetto, potrebbero esserci delle sorprese. Altre sorprese, poi, arriveranno anche dalla non facile convivenza, sotto lo stesso tetto, di partiti (e relative correnti) decisamente assortiti fra loro, come LeU, il PD, il M5S, la Lega e Forza Italia. Passato il momento di “luna di miele” fra Draghi e gli italiani (intesi anche come elettori di questi partiti), i malumori riprenderanno rapidamente a salire, anche perché per molti una maggioranza tanto assortita sembrerà sempre più un’unione fra il diavolo e l’acqua santa. Per ora, come sappiamo, Draghi conta su un forte prestigio accentuato anche dal comportamento cerimonioso dei vari media italiani, ed il suo insediamento comunque è cosa fresca, “di giornata”; ma col tempo anche questo suo ascendente s’indebolirà e ciò ridarà fiato e coraggio a quelle componenti della sua maggioranza che al momento non possono far altro che promettere, a questa loro convivenza, “fedeltà incondizionata”.

Qualche forza politica della maggioranza infatti trarrà sì beneficio da questa convivenza, ma qualcun’altra magari accuserà il peso maggiore di certe scelte politiche in termini di consensi e popolarità. I sondaggi, si sa, in politica possono portare anche a gravi conseguenze, o quantomeno a delle “sciocchezze”, errori di calcolo e protagonismi e personalismi vari: qualche forza politica o suo esponente, imbaldanzito da un indice di gradimento in salita, potrebbe essere più facilmente tentato dal fare “passi più lunghi della gamba”, mentre altri potrebbero invece mettersi a fare i “kamikaze”, allarmati da un indice di gradimento troppo in caduta. Le volontà di riforma di Draghi e dei suoi tecnici, dunque, difficilmente usciranno del tutto indenni anche da queste future “strettoie”.

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