Quarantunesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e della strage della scorta, avvenuto il 16 marzo del 1978. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha partecipato alla tradizionale cerimonia commemorativa, con la deposizione di una corona d’alloro in via Mario Fani dove le Brigate Rosse sequestrarono l’allora presidente della Democrazia Cristiana.

“Oggi rendiamo omaggio alla memoria degli agenti e dei carabinieri che hanno pagato con la propria vita il servizio al Paese e di uno statista che ha pagato con il sacrificio personale la professione e la pratica di fede per uno Stato democratico, laico e pluralista”, ha scritto su Twitter il premier.

 

Un’altra cerimonia, uguale alle precedenti, fiori freschi, frasi di rito e tante, troppe mezze verità stantie, tasselli di un mosaico opaco che raffigura uno dei tanti episodi controversi della lunga notte della Repubblica italiana.

Quel lontano 16 marzo, poco dopo le 9, un commando delle Brigate Rosse entrò in azione in via Fani, a Roma, bloccando con un tamponamento le auto del presidente Dc, uccidendo i 5 uomini di scorta (Leonardi, Ricci, Iozzino, Rivera e Zizzi) e portando via Moro su una Fiat 132 blu. Poco dopo l’azione venne rivendicata con una telefonata all’Ansa. Cgil, Cisl e Uil proclamarono lo sciopero generale. In serata il governo Andreotti, il primo con il voto favorevole del Pci, ottenne la fiducia alla Camera e al Senato.

Il sequestro terminò 55 giorni dopo, il 9 maggio, con l’uccisione dello statista. Il 18 marzo, due giorni dopo, arrivò il ‘Comunicato n.1’ delle Br, contenente la foto di Moro e l’annuncio dell’inizio del ‘processo’.

Questo il primo lancio dell’Agi alle 9:28 di quel giorno: “L’on. Aldo Moro è stato rapito. La notizia è stata confermata all’Agenzia Italia dal ministro degli Interni. Il fatto sarebbe avvenuto una ventina di minuti fa nei pressi dell’abitazione dell’on. Moro. Il capo della Polizia Parlato e il ministro degli Interni Cossiga si sono immediatamente recati sul posto”.

Secondo lancio dell’Agi alle 9:30: “Dalle prime notizie risulta che i membri della scorta sarebbero stati uccisi”.

Quarantuno anni dopo l’interrogativo più grande è sempre lo stesso: chi fu a pianificare prima il rapimento e poi la morte di Aldo Moro? Quali furono le ragioni di un’azione tanto efferata quanto forte dal punto di vista scenico e simbolico? Alberto Franceschini, fondatore delle Br insieme a Renato Curcio, Margherita Cagol e Roberto Ognibene, ha tirato in ballo il Mossad: “Non ci chiesero di uccidere, ma di fare ciò che volevamo. Offrivano armi e assistenza. Il loro obiettivo dichiarato era destabilizzare l’Italia”. E accreditare Israele quale unico alleato affidabile degli Stati Uniti. Secondo Franceschini, Moretti sarebbe stato soltanto “il postino delle domande compilate da altri” nella “prigione del popolo”.

Moro potrebbe aver pagato a caro prezzo l’apertura politica al Pci in piena guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Non sarebbero da escludere anche gli attriti geopolitici con Francia e Gran Bretagna, preoccupate dalla presenza di un’Italia forte nel cuore del Mediterraneo. Il brigatista in qualche occasione ha fatto dei riferimenti al ruolo della scuola parigina “Hyperion” e del suo conduttore, Corrado Simioni.

A dir poco controverso fu anche il ruolo del consulente inviato dagli Usa, Steven Pieczenik, che poi ne ha parlato in un’intervista, contenuta in un libro dal titolo eloquente: “Abbiamo ammazzato Moro”.

 

A battersi per tentare di strappare Aldo Moro ad una sorte amara fu principalmente Bettino Craxi, supportato da Marco Pannella ed Amintore Fanfani. Gli sforzi del socialista, del radicale e del democristiano, furono purtroppo vani, perché a prevalere fu il partito trasversale della fermezza, egemonizzato dal PCI ma con un forte seguito anche nella DC, anche per effetto della posizione intransigente di Giulio Andreotti.

Un atto d’accusa per il potere politico di allora, sono anche le parole del capo della Nco, Raffaele Cutolo: “Non per fare il buffone, ma Aldo Moro lo potevo veramente salvare. Allora, con la mia organizzazione, eravamo fortissimi, anche su Roma”. Poi però, proprio dalla capitale, arrivò il contrordine, impartito ad Enzo Casillo, il suo “braccio destro” munito di una tessera dei servizi segreti: “Mi disse che i suoi amici avevano detto di farci i fatti nostri, di non interessarci di Moro…Erano politici di alto grado…La Democrazia cristiana, comunque…”.

A precisa domanda, il “professore” fece anche un nome pesantissimo: “Mi sembra di parlare male, adesso che è morto. Gava, comunque”.

Connivenze e convergenze di interessi tra apparati politico-affaristico-criminali che vollero dare un segnale forte a chi come Moro immaginava equilibri internazionali nuovi, puntellando un assetto di potere che ha punito con la morte e la sofferenza chi ha osato metterlo in discussione.

 

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