Cesare Battisti (Irredentista)

La memorialistica della Prima guerra mondiale ha lasciato agli annali la poderosa offensiva austro-ungarica scatenatasi fra metà maggio e fine giugno 1916 dal Trentino verso gli altipiani di confine con il Veneto come la Battaglia degli Altipiani oppure Strafexpedition, la spedizione punitiva che Vienna aveva scatenato nei confronti del Regno d’Italia, reo di essere venuto meno alla Triplice Alleanza, stipulata nel 1882 e rinnovata per la quarta volta nel 1912. D’altronde la diplomazia austro-ungarica nel primo scorcio del Novecento aveva disatteso gli impegni che l’alleanza le imponeva in materia di compensi a beneficio dell’Italia per le proprie conquiste in territorio balcanico (annessione della Bosnia Erzegovina nel 1908, invasione della Serbia e del Montenegro nel 1914-’15), sicché era soprattutto merito della mediazione diplomatica di Berlino se l’alleanza non era implosa precedentemente.

Al momento dello scoppio di quella che i contemporanei chiamarono la Grande Guerra, tuttavia, alcune centinaia di italiani, più e meno giovani, ancora sudditi dell’impero degli Asburgo abbandonarono le terre in cui vivevano e che consideravano irredente, cioè non ancora liberate dal dominio straniero (Trento, Gorizia, Trieste, Istria, Fiume e Dalmazia). Essi non volevano venire arruolati nell’imperial-regio esercito per combattere contro la Serbia, che consideravano un paese affratellatosi all’Italia nelle lotte ottocentesche per l’indipendenza; auspicavano invece di fomentare l’interventismo in Italia per poi combattere come volontari nelle fila del Regio Esercito, in maniera tale da contribuire a completare l’unità d’Italia. Molti di costoro erano animati non solo da queste finalità patriottiche, ma si rifacevano anche all’approccio mazziniano al Risorgimento, vale a dire auspicavano contestualmente un’Italia unita entro i propri confini naturali, ma pure riformata dal punto di vista della giustizia sociale, nonché una redenzione anche per gli altri popoli oppressi dalla duplice monarchia (con particolare riferimento a polacchi, cecoslovacchi e slavi del sud). Essi però andavano incontro ad un pericolo ben maggiore di quello in cui potevano incappare i propri commilitoni: qualora fatti prigionieri in battaglia e identificati, venivano impiccati come traditori.

Nei preparativi della Frühjahrsoffensive (Offensiva d’inizio anno), denominazione ufficiale dell’azione orchestrata dallo Stato Maggiore di Conrad von Hötzendorf, così come nei combattimenti che le fecero seguito, si consumò in effetti il martirio di alcuni di questi irredentisti. Meritò in particolare la successiva qualifica di “Protomartire della Grande Guerra” Damiano Chiesa, trentino classe 1894, che già nei trascorsi universitari a Torino e a Genova aveva animato pubblicazioni e manifestazioni di carattere irredentista. Proveniva da una famiglia di Rovereto di forti sentimenti italiani (il padre era stato eletto nel 1914 rappresentante liberalnazionale alla Dieta del Tirolo), sicché al momento dell’entrata in guerra dell’Italia si arruolò volontario in un reparto di Artiglieria da fortezza. Il 16 maggio 1916 venne conquistata la sua postazione a Costa Violina, da dove indirizzava il tiro dei calibri italiani mettendo a frutto la propria conoscenza del territorio; nei documenti si era costruito l’identità artificiosa di Mario Angelotti, ma fu riconosciuto da alcuni militari e civili, perciò il tribunale militare dell’XI Armata austro-ungarica non si fece scrupoli a condannarlo a morte, avvenuta per fucilazione la sera del 19 maggio nella fossa del Castello del Buonconsiglio di Trento.

Il successivo 10 luglio un reparto di Alpini venne invece fatto prigioniero al termine di una serie di combattimenti sul Monte Corno di Vallarsa: li comandava il Tenente Cesare Battisti ed il suo diretto sottoposto era il Sottotenente Fabio Filzi, vale a dire due elementi di spicco dell’irredentismo trentino, di cui incarnavano due anime. Filzi, nato nel 1884 a Pisino d’Istria, ove il padre insegnante si trovava per lavoro, era stato fra i protagonisti delle campagne dei primi anni del Novecento finalizzate a ottenere l’apertura di una Università con lingua d’insegnamento italiana in Austria, culminate con accese manifestazioni a Innsbruck e a Graz caratterizzate da arresti conseguenti ai violenti scontri fra studenti italiani e austriaci. Nato nell’Istria irredenta, accostatosi alla militanza patriottica in Trentino (il padre era stato nuovamente trasferito nella natia Rovereto) e a Trieste, ove attendeva agli studi universitari: si può ben dire che Filzi impersonificò quelle che erano le province irredente. Arruolatosi con il nome di copertura di Francesco Brusarosco da Arzignano, sarebbe stato ugualmente riconosciuto e condannato a morte per impiccagione.

Assieme a lui il boia Josef Lang, fatto giungere da Vienna allorché i processi erano ancora formalmente in corso, impiccò pure Cesare Battisti, già Deputato del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori d’Austria eletto nella Contea del Tirolo nel 1911. Nato a Trento il 4 febbraio 1875, prima dello scoppio del conflitto si adoperò, coerentemente con i postulati dell’austromarxismo di Otto Bauer, Karl Renner e Viktor Adler, per addivenire ad una riforma in senso federalista della monarchia danubiana, ma invano. In seguito all’escalation militare dell’estate 1914, Battisti riparò in Italia e attraversò lo stivale in lungo e in largo per tenere comizi in cui perorava la causa interventista, entrando così in contrasto con i compagni del Partito Socialista, i quali si mantenevano paladini della neutralità benché in tutta Europa i partiti socialisti avessero votato i crediti di guerra ed erano partecipi delle varie forme di union sacrée. Arruolatosi negli Alpini al pari del figlio primogenito Luigi (classe 1901, al termine delle ostilità seguace di Gabriele d’Annunzio nella spedizione a Fiume), mise a disposizione del Regio Esercito le sue competenze di geografo e di conoscitore delle valli tridentine. Al momento della cattura, la sua popolarità in quanto politico gli fu fatale: la morte di un così prestigioso traditore dell’Imperatore Francesco Giuseppe venne ampiamente strumentalizzata, poiché la foto della sua esecuzione venne fatta circolare entro i confini dell’Impero e all’estero, nonostante un precedente divieto di scattare fotografie dei condannati a morte ed un non troppo fulmineo ordine di ritirare tali macabre immagini dalla circolazione.

Nella corrispondenza con i congiunti e negli atti processuali è possibile cogliere la serenità e la determinazione con la quale questi patrioti italiani affrontarono la propria sorte: arruolandosi avevano voluto fornire un esempio; accettando stoicamente la morte, intendevano ricollegarsi a Guglielmo Oberdan e fornire un punto di riferimento ideale ai propri connazionali, dall’una e dall’altra parte del vecchio confine italo-austriaco. L’entusiasmo degli studenti universitari che, al pari di migliaia di coetanei in tutta Italia percorsero esultanti le piazze avviandosi al fronte; il pragmatismo di uomini politici che, dopo aver tentato di condurre un’azione parlamentare lealista, comprendono la svolta epocale che il conflitto scoppiato nell’estate del 1914 stava imprimendo alla società europea e si arruolano: in Damiano Chiesa, Fabio Filzi e Cesare Battisti si rispecchiano queste anime dell’interventismo italiano, manifestazione di un sentimento risorgimentale non ancora sopito nell’Italia liberale di Giovanni Giolitti. Manca tuttavia all’appello ancora una delle anime delle Guerre d’indipendenza italiane, quella più schiettamente idealista, democratica e popolare, vale a dire quella mazziniana: neppure un mese dopo la duplice esecuzione, Nazario Sauro, marinaio verace di Capodistria dai sentimenti socialisti coniugati al patriottismo, già combattente per la libertà dell’Albania nell’auspicio di un’Europa dei popoli liberi, sarebbe stato impiccato a Pola, in Istria, al termine di una sfortunata incursione sommergibilistica.

Lorenzo Salimbeni

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