Il 2016 che si va a chiudere è stato definito da più parti, anche da molte testate giornalistiche serie ed autorevoli, “anno nero della musica”, ma ci sono davvero motivi per chiamarlo così?

Sono stati stilati numerosi elenchi dei cantanti e musicisti deceduti durante l’anno. Lo facciamo anche qui: David Bowie, Glenn Frey (chitarrista degli ‘Eagles’), Maurice White (fondatore degli ‘Earth, Wynd & Fire’), Keith Emerson e Greg Lake (co-fondatori degli ‘Emerson, Lake & Palmer’), Prince, Pete Burns (voce dei ‘Dead or Alive’), Leonard Cohen, Rick Parfitt (chitarrista degli ‘Status Quo’) e George Michael.

Proviamo però a farne anche un altro, relativo al 2015: Pino Daniele, Giancarlo Golzi (batterista dei ‘Matia Bazar’), A.J. Pero (batterista dei ‘Twisted Sister’), Jack Ely (cantante dei ‘Kingsman’), B.B. King, Ben E. King, Percy Sledge, Errol Brow (voce degli ‘Hot Chocolate’), Phil Taylor e ‘Lenny’ Kilmister (batterista e voce dei ‘Motorhead’), Natalie Cole.

Potremmo fare un elenco per ogni anno precedente, ma ci sembra davvero una cosa di pessimo gusto. Qualcuno potrebbe dire che “non c’è paragone”, ma si tratta solo di un fatto di gusti: andatelo a dire ai fan più sfegatati di Pino Daniele. L’unico argomento accettabile è relativo alla fama, quest’anno ha portato via tre stelle di prima grandezza come Bowie, Prince e Michael che sono e rimarranno conosciuti da tutti, anche da chi non ha mai comprato un loro disco o addirittura non li ha mai apprezzati, cosa che non si può dire degli altri artisti sopra elencati.

Potremmo tornare indietro nel tempo e ricordare altri divi morti giovani molti anni fa, per fare due nomi tra tutti: Jim Morrison e Kurt Cobain. Ma preferiamo ribaltare il discorso, immaginando un elenco ben più lungo di artisti che hanno conosciuto grande successo ed ora sono più o meno lontani dai riflettori, ma per fortuna comunque in vita. Allora, ragionando freddamente, numeri alla mano, possiamo renderci conto che l’idea di una qualche maledizione dell’anno bisestile vada demistificata.

E’ buona cosa celebrare la grandezza di tutti i meravigliosi artisti vivi o defunti, che per la maggior parte di noi che non li abbiamo conosciuti né li conosceremo di persona, saranno sempre e comunque “immortali”, poiché potremo continuare a godere indefinitamente dei frutti della loro creatività.

D’altra parte va riconosciuto che il presunto “anno nero” è soltanto un’esagerazione giornalistica, una forzatura. Titoli che giocano coll’emotività dei lettori, sono del resto non l’eccezione, ma la regola.

Qual è però il punto dolente che si va a toccare mediante questo genere di suggestioni?
Esse fanno correre la mente al pensiero della propria morte, ovvero a quello che molte persone tentano di evitare in modo sistematico e, nell’ottica di una vita psicologica sana, poco opportuno.

Ricordarsi costantemente del fatto di essere mortali, non significa soltanto che dobbiamo morire, ma che ciò potrebbe succedere in qualsiasi momento. Per tutte altre civiltà ha sempre rappresentato una buona pratica, mentre nell’attuale cultura occidentale lo si considera un problema.

A rendere questo pensiero ossessivo è proprio il tentativo di evitarlo (vedi http://www.opinione-pubblica.com/morire-perche-oggi-ne-abbiamo-paura-piu-che-in-altre-epoche/).
Si tratta di un pensiero che può diventare ancora più disturbante nei giorni vicini al proprio compleanno e al Capodanno, poiché l’anno è la grandezza più adeguata per misurare il tempo della vita umana. Verso la fine dell’anno molti affermano che non vedono l’ora che esso passi presto, mentre pongono grandi speranze per quello successivo, nell’orizzonte del quale si sentono pronti a prendersi grani impegni, soprattutto verso se stessi (anche questa può rivelarsi una trappola psicologica, vedi http://www.opinione-pubblica.com/contro-i-buoni-propositi-dinizio-anno/).

Si tratta di uno schema disfunzionale di pensiero che presenta varianti a scadenza più breve (“non vedo l’ora che arrivi il fine settimana”) o più lontana (“non vedo l’ora di andare in pensione”).
Praticare il ‘memento mori’ non è di per sé una cosa gradevole, quanto piuttosto proficua: permette di cambiare prospettiva e di vivere pienamente, per questo ne vale la pena. Non è un caso che la parola “presente” sia sinonimo di “dono”; regalare qualcosa comunica difatti questo messaggio: “io ci sono per te, adesso”.

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