Molto si è scritto sul Grande Torino, spesso con toni tra il patetico e l’enfatico, ma chi erano davvero coloro che sono conosciuti come gli Immortali? Consociamoli ruolo per ruolo

Valerio Bacigalupo: classe 1924, ligure di Vado, ultimo di undici fratelli, laureando in medicina assieme agli inseparabili amici Rigamonti e Martelli, arrivò sconosciuto dal Genoa e, dopo un inizio difficile s’affermò come il migliore portiere del campionato nel 1947/48 e nel 1948/49. Portiere agile e scattante, abbastanza alto (176 cm.), molto bravo nelle uscite, la sua specialità era il colpo di reni e l’abilità nel parare i rigori. Di carattere aperto e gioviale, era amato dai compagni per la sua sincerità e per il suo carattere istrionico.

Aldo Ballarin: di Chioggia, classe 1922, crebbe nel Rovigo come ala, poi alla Triestina si specializzò come una sorta di jolly giocando sia centravanti che difensore centrale. Arrivato in granata, il taciturno perito di chioggiotto ci mise del tempo ad adattarsi al WM: grazie agli insegnamenti di Erbstein, Ballarin, da terzinaccio poderoso e grintoso, diventò un terzino d’ala completo, molto abile nel zonare e nel bloccare gli inserimenti degli altri attaccanti ma anche nel spingersi in avanti. Fuori dal campo era amico inseparabile dell’altro taciturno della comitiva, il suo ex compagno di squadra alla Triestina Grezar, con la quale aveva messo su un negozio di stoffe.

Virgilio Maroso: nato a Crosara di Marostica da padre veneto e madre elvetica (suo cugino Severino Minelli è stato per anni terzino della nazionale elvetica), ma trasferitosi giovanissimo a Torino, era assieme a Mazzola il vero fuoriclasse della squadra. I suoi contemporanei non avevano parole per descrivere questo terzino vestito in smoking, talmente bravo, da venire impiegato anche in altri ruoli (centromediano, mediano sinistro). Maldo, fermava sempre gli avversari sfruttando l’anticipo, e palla al piede partiva in strepitose sgroppate sulla fascia: fu il primo terzino fluidificante della storia del calcio italiano (il primo in assoluto fu l’inglese Hapgood). La pubalgia prima e la morte a ventiquattro anni non ancora compiuti hanno tolto al calcio italiano un fuoriclasse epocale.

Giuseppe Grezar: soprannominato Pino, triestino classe 1918, era un mediano elegante di taglia mitteleuropea: magro, longilineo, sinuoso, molto bello da vedere ma anche un pochino lento. Era il regista arretrato della squadra, dai suoi piedi (Grezar era ambidestro) e dal suo senso geometrico iniziava la manovra della squadra. In fase difensiva, fungeva spesso da difensore aggiunto al fianco di Rigamonti, mentre in fase di offesa, grazie alle sue lunghe falcate, spesso si proietta all’attacco. Come carattere era una sorta di Scirea: antidivo schivo e taciturno, è raro vederlo sorridere nelle fotografie, considerava Ballarin come una sorta di fratello minore.

Mario Rigamonti: bresciano focoso ed esuberante nato nel 1922, da adolescente fu mandato dalla sua famiglia a Torino in collegio e a diciott’anni entrò nel vivaio granata. Fu il primo stopper puro della storia del calcio italiano: una forza della natura, con tanto di cosce ipertrofiche, capace di annichilire i centravanti avversari a suon di botte ma anche di batterli sull’anticipo grazie alla sua rapidità nel breve. Le vere passioni del “Riga” erano due: la moto e la bella vita, era infatti il mattacchione della squadra e assieme agli altri due scapoli Martelli e Bacigalupo formava il famoso “Trio Nizza” (dal nome della via dove abitavano).

Eusebio Castigliano: l’esatto opposto di Grezar, sia per caratteristiche tecniche che per carattere. Tipico prodotto del vivaio vercellese, “zampa di velluto” era un mediano poderoso, eclettico, forse un po’ rozzo nello stile, ma capace come pochi ad abbinare quantità a qualità. Possedeva fisicità, senso euclideo e una stangatona da fuori (con tutti e due i piedi) con la quale terrorizzava i portieri avversari. Dalla stampa specializzata europea era considerato il miglior mediano sinistro assieme all’inglese Billy Wright.

Romeo Menti: nato a Vicenza nel 1919, soprannominato “il cannone silenzioso” per via del suo carattere chiuso, era un’ala pura tutta pepe e finte, rapidissima e abilissima nello stretto. Quando partiva con la sua classica andatura ingobbita, gli avversari non lo fermavano. Era lo specialista principe in rigori e punizioni: la potenza del suo tiro era inferiore solo a quello di Gigi Riva.

Ezio Loik: nato in una modesta famiglia fiumana, classe 1919 come Menti e Mazzola, era la classica mezzala di spola da Metodo, che però inserita nel quadrilatero delle meraviglie, si è affinata sempre di più fino a diventare un centrocampista box to box tuttofare, una sorta di Neeskens o Coluna. Era lo scudiero indomabile di capitan Valentino nonché l’equilibratore di una squadra tutta proiettata all’attacco. Causa il suo matrimonio con una valdese nonché le sue idee politiche sinistrorse, il generoso rappresentante di vernici (questo il suo secondo mestiere) fu il primo calciatore venire scomunicato dalla Chiesa cattolica…

Guglielmo Gabetto: essendo nato nel 1916, il “Gabe” era il più anziano del gruppo. Centravanti molto mobile, estroso e tecnico, giocava con la maglia sempre fuori e i capelli lisciati all’indietro per assomigliare il più possibile a Mumo Orsi, il suo idolo. Figlio della Torino operaia, cresciuto nel vivaio della Juve, specialista in rovesciate e gol spettacolari, Gabetto era il classico centravanti che spesso per ottantanove minuti non ne imbroccava una ma che al novantesimo s’inventava gol impossibili o assist al bacio per i compagni. Come il buon Barbera migliorava invecchiando e costringeva sempre in tribuna attaccanti più giovani come Tieghi, Fabian e Grava.

Valentino Mazzola: brianzolo di Cassano d’Adda, l’infanzia disagiata finì per temprare il suo carattere, litigioso e permaloso, ma allo stesso tempo generoso e sincero fino a sfociare nell’ingenuità più pura. Era proprio per questo, oltre che per le sue stratosferiche doti tecniche, che Valentino si affermò nel cuore di compagni e dei tifosi. Mazzola era infatti il leader maximo della squadra, uno dei calciatori più carismatici mai apparsi su un rettangolo verde. Mazzola era una sorta di OGM calcistico: aveva un fisico piccolo e tozzo e una muscolatura d’acciaio, possedeva scatto da velocista e fondo da maratoneta, giocava con la grinta del medianaccio e la classe di un fantasista. E’ stato il primo giocatore universale della storia del calcio: Valentino giocava su tutti i cento metri del campo, più di Crujiff e come Di Stefano, segnava, e faceva segnare. Fuori dal campo, timido e impacciato, sembrava la pallida controfigura del leone grintoso ed indomabile che i tifosi vedevano al Fila: si separò dalla prima moglie, poi si risposò all’estero. Percepiva stipendi doppi rispetto ai compagni di squadra, ma era giusto così diceva il compagno di squadra Rigamonti: “Mazzola vale metà squadra, l’altra metà siamo noi”.

Franco Ossola: varesino classe 1921, era una sorta di jolly del reparto offensivo. Giocava infatti indifferentemente come ala destra, centravanti e ala sinistra, ruolo in cui si afferma dopo la partenza del vecchio Ferraris II. Attaccante molto veloce e tecnico, era l’unico degli Immortali a non aver mai esordito in Nazionale. Fuori dal campo gestiva un bar assieme all’amico inseparabile Gabetto.

Gli altri immortali: Danilo Martelli era il tredicesimo elemento della squadra, un jolly tuttofare che di fatto ricoprì tutti i ruoli nello scacchiere tattico granata. Emile Bongiorni e Roger Grava erano due attaccanti francesi di origini italiane che però erano chiusi dai fuoriclasse del’undici titolare. Dino Ballarin era il terzo portiere che saltò sull’aereo diretto a Lisbona per volontà di suo fratello. Julius Schubert era il vice di Valentino Mazzola, una mezzala di taglio danubiano molto tecnica e fantasiosa. Piero Operto era il giovane vice di Maroso, Rubens Fadini invece era un mediano molto promettente, considerato dagli addetti al lavoro il futuro pilastro del centrocampo granata. Anche loro sono entrati nella leggenda imperitura.

I tecnici: la storia di Erno Egri Erbstein, ungherese di origini ebraiche, è stata simile a quella di una favola senza lieto fine. Nominato allenatore dei granata nel 1938/39, a causa delle vergognose leggi razziali fu costretto alla fuga dall’Italia. Riuscì a salvarsi rocambolescamente dall’internamento in un campo di sterminio e nel 1946 ritornò a dirigere la squadra granata che sotto la sua guida sapiente, diventò una vera e propria orchestra fatta di gioco palla a terra, possesso palla, rapide verticalizzazioni e interscambi di ruolo, in pratica nacque il “calcio totale”. Les Lievsley invece era il suo giovane assistente inglese che, l’anno precedente, aveva svolto l’incarico di tecnico delle giovanili.

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non alimentare discussioni polemiche e personali, mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected]

Inserisca il suo commento
Inserisca il Suo nome