Oggi, 6 maggio, inizia il Giro d’Italia, una delle gare ciclistiche più prestigiose nella storia del pedale, arricchita dalla presenza di numerosi ciclisti esteri che vanno ad affiancarsi a quelli nazionali. Tra questi, ed è una notizia che certamente piacerà assai ai nostri lettori più appassionati ed in particolare eritrei, che sempre ci leggono con grande piacere, vi sarà anche la partecipazione di veri e propri assi del ciclismo come Biniam Ghirmay, Merhawi Kidus e Natnael Tesfatsion. Le loro brillanti affermazioni, sin qua ammirate in vari e recenti cimenti sportivi, destano certamente una grande aspettativa anche nel pubblico italiano, dove gli appassionati da qualche tempo a questa parte hanno cominciato a risalire dopo una certa fase di “stanca”.

E’ infatti un’epoca particolare, questa, per il ciclismo: dopo un poco promettente periodo di declino, almeno per quanto riguardava il nostro paese, l’interesse per lo sport in bicicletta ha cominciato riprendere quota manifestando una nuova ed auspicata vitalità. Un forte incentivo, senza dubbio, deriva anche dal talento di tanti nuovi campioni giunti da altre parti del mondo, così come dall’iniziativa di squadre che sempre contando su nuovi capitali hanno saputo rimescolare le carte, dando così un nuovo senso ad un gioco che sembrava aver il fiatone dinanzi ad una difficile salita da superare.

Quest’anno i corridori saranno 176, dunque decisamente un buon numero. Forse l’aumento dell’utilizzo privato della bicicletta, legato a nuove esigenze nella mobilità cittadina e nel modo di vivere il rapporto con gli spazi verdi ed aperti, per molte persone è stato un veicolo che le ha condotte anche ad un maggior interessamento verso il ciclismo sportivo, sia amatoriale che agonistico. Possiamo fare tutte le analisi “sociologiche” che vogliamo, ma di certo siamo di fronte ad una pluralità di fenomeni che testimonia anche la sempre maggior internazionalizzazione di questo sport, che ha acquistato punti anche in ambito olimpico distinguendosi così da altre discipline che da tempo l’avevano messo in secondo piano, e che oltretutto vede il fluire di risorse e talenti giovani, nuovi, provenienti da più parti del mondo.

Nel caso eritreo, ci troviamo senza dubbio al cospetto di una scuola ciclistica degna della massima stima, nata da una costola di quella italiana, perché in epoca ancora coloniale e successivamente post-coloniale gli italiani trasmisero proprio tale passione ai loro concittadini di quella terra d’Africa che ci sembra tanto lontana ma che in realtà ci è tanto vicina, dove ancora oggi ci si può imbattere in forme d’architettura ereditate dalla presenza italiana, bere un buon caffè espresso fatto con macchine italiane, od incontrare persone che parlano l’italiano. Come dire, una nazione sorella.

Furono molte, in effetti, le passioni che italiani ed eritrei si trovarono a condividere in quel paese che oggi s’appresta a festeggiare il 31esimo anniversario della propria indipendenza, datata 24 maggio 1991: oltre a quella per il ciclismo, anche quella per le corse su auto e moto, solo per restare in ambito sportivo. La particolare geografia eritrea, coi suoi percorsi discretamente impegnativi, infatti, ben si prestava non soltanto alle sfide che mettevano alla prova le gambe e i polmoni del ciclista, ma anche a quelle che mettevano alla prova la validità dei motori e dei loro piloti. Spesso partendo con mezzi poco più che di fortuna, molti riuscirono a diventar bravi corridori, piloti, meccanici, atleti e via dicendo. Non ci deve dunque sorprendere se, nella storia del ciclismo e del motorismo eritrei, troviamo tanti cognomi italiani affiancati ad eritrei: perché dopotutto erano e sono tuttora un solo popolo, non di rado nati da matrimoni misti che sono ancor oggi alla base di una fiorente e gioiosa comunità presente sia in Italia che in Eritrea.

Biniam Ghirmay, di recente trionfatore al Giro delle Fiandre, così ha detto riguardo alla sua partecipazione al Giro d’Italia: “Un corridore nero non ha mai vinto una tappa al Giro d’Italia. Per questo è una grande sfida”. Siamo certi che, al pari dei suoi compagni, darà il meglio di sé per aggiudicarsi l’agognata maglia rosa, fornendo così al pari di tutti gli altri un bellissimo spettacolo ai tanti appassionati di ciclismo in Italia e all’estero. Ricordiamoci infatti che questo giro, che stavolta parte da Budapest, sarà davvero internazionale anche perché verrà visto, seguito e “tifato” non soltanto in Europa ma anche in Africa, e pure altrove! Non dimentichiamoci nemmeno dei tanti italiani ed eritrei all’estero, entrambi accomunati in una parallela diaspora che li vede presenti un po’ in tutti i Continenti del mondo. Ciascuno a suo modo e a suo tempo, con la televisione o con internet, o anche solo con la carta stampata, avrà piacere di sapere cosa succeda in Italia, in occasione di un momento tanto significativo.

Poiché lo spirito sportivo ci unisce e ci rende tutti ancora più fratelli di quel che siamo, ad ogni corridore indipendentemente dal suo colore e dalla sua bandiera diciamo dunque: “Forza ragazzi! Dateci dentro, perché siamo tutti con voi!”.

Avatar
Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non alimentare discussioni polemiche e personali, mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected]

Inserisca il suo commento
Inserisca il Suo nome