marcinelle belgio

La mattina dell’8 agosto del 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle in Belgio avvenne una delle più grandi tragedie della storia del lavoro che mai l’umanità conobbe almeno dagli inizi dell’età moderna.

Si trattò di un incendio causato dalla combustione di olio ad alta pressione venuto a contatto con una scintilla che, sviluppatosi all’inizio del condotto dell’aria principale, riempì di fumo tutto il condotto minerario provocando la morte di 262 delle 275 persone presenti nel tratto minerario, in gran parte migranti italiani. Dopo Monongah e Dawson, Marcinelle è il terzo incidente sul lavoro per numero di italiani che vi sono rimasti coinvolti e, tanto forte è stato l’eco di questa tragedia, che oggi il sito minerario è stato addirittura inserito tra i patrimoni dell’UNESCO.

In base al Trattato di Pace firmato nell’immediato Dopoguerra, l’Italia avrebbe ricevuto carbone dal Belgio in cambio della fornitura di propri lavoratori, che avrebbero scavato nelle miniere belghe alla stregua di schiavi, dal momento che quest’ultime con la manodopera locale non risultavano più redditizie. L’Italia, nazione sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, autorizzava quindi lo sfruttamento sui propri figli in cambio di una manciata di carbone utile nei duri e difficili anni della ricostruzione. Dopo Marcinelle, tuttavia, il nostro paese ebbe un’auspicabile reazione d’orgoglio che lo portò a bloccare le forniture di carbone dal Belgio anche perché, nel frattempo, grazie all’AGIP di Mattei, era stato scoperto il metano della Val Padana, che sarebbe divenuto il nuovo motore della ripresa economica italiana. Il carbone, a quel punto, non era più indispensabile.

Fu forse quello il primo od almeno uno dei primi momenti in cui il nostro paese si ritrovò unito dopo l’esperienza deflagrante e disgregante della Seconda Guerra Mondiale, che ne aveva fatto una nazione sconfitta, umiliata e divisa. Per la prima volta dopo il ’45 l’Italia ritrovò il coraggio di dire di no ad un altro paese, di difendere quella sua dignità che precedentemente era stata costretta a svendere e a svilire. Piangendo i suoi 136 morti (gli altri erano 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 ungheresi, 3 algerini, 2 francesi, 1 britannico, 1 olandese, 1 russo ed 1 ucraino), l’Italia riscoprì il suo onore e si riscattò dall’ignominia della sconfitta, che l’aveva costretta ad accettare condizioni di pace infami.

Fu, purtroppo, anche uno degli ultimi in cui si ritrovò unito, perché il patriottismo italiano negli anni successivi sarebbe stato rapidamente smaltito e consegnato al dimenticatoio. Noi italiani confondemmo, fatalmente, il fascismo con l’amor di patria: un errore strategico. Negli anni del Dopoguerra abbiamo progressivamente provveduto a rimuovere il sentimento patriottico pensando di liberarci invece della retorica nazionalista fascista. Oggi, come risultato, se si verificasse una nuova Marcinelle penseremmo che quegli operai se la siano cercata, andando a lavorare in una miniera vecchia e poco sicura, e la cosa finirebbe lì, perché fare i sit in e i flash mob per i lavoratori non fa figo: gli aperitivi son cose serie e si sprecano solo per la categorie alla moda. Ma chi suda e fatica per la necessità di portare a casa il pane per i propri figli, si sa, non è mai di moda. Soprattutto in un’Italia in cui il dilagare di una certa cultura di matrice liberista ed anglosassone ha trasmesso l’idea che si debba ammirare soltanto colui che sia in grado di guadagnare senza lavorare e non il contrario.

Un altro dei gravi, gravissimi danni inferti alla nostra società dalla perdita del sentimento di patria.

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