Il 22 giugno 1865 vennero sparate le ultime fucilate della Guerra di Secessione americana, scoppiata nell’aprile di quattro anni prima e costata decine di migliaia di morti dall’una e dall’altra parte, per non parlare delle distruzioni materiali e dei danni economici. Si era trattato della prima guerra moderna, con il contributo tecnologico apportato al campo di battaglia in maniera considerevole.

La mitragliatrice Gatling avrebbe sconvolto il concetto di assalto frontale da parte dei reggimenti, l’uso della rete ferroviaria consentì lo spostamento di intere brigate in tempi rapidi, il telegrafo si dimostrò fondamentale nella trasmissione degli ordini. Tali innovazioni sarebbero state recepite dagli eserciti europei a partire dal conflitto franco-prussiano del 1870, per poi subire un percorso di studio e di perfezionamento destinato a culminare nella Prima Guerra Mondiale dopo la sperimentazione delle due Guerre Balcaniche (1912-1913).

Vulgata vuole che la secessione ed il conseguente conflitto tra Washington e separatisti originasse dal problema della schiavismo e dai progetti di emancipazione della comunità afroamericana. Non si vuole qui negare l’importanza del tema, ma si trattò della classica goccia che fece traboccare il vaso. Nel loro percorso di consolidamento e di conseguimento del rango di potenza continentale ma dalle già chiare ambizioni mondiali, gli Stati Uniti d’America avevano complicato enormemente il proprio tessuto sociale ed economico, allontanandosi da quel modello democratico equamente partecipato e condiviso che Alexis de Tocqueville aveva delineato nei suoi lavori sulla democrazia in America.

Mentre la dottrina Monroe aveva già delineato nel 1823 qual era l’ambito di proiezione politica del giovane Stato federale, in ambito economico i nascenti assetti industriali degli stati settentrionali avevano richiesto una politica isolazionista, onde evitare il confronto con le ben più rodate e competitive produzioni europee. L’Europa rappresentava, però, il mercato più importante per il sud agricolo e cotoniero e quindi giungevano richieste di maggiori aperture nei traffici e nei commerci, anche se il lavoro nei campi era essenzialmente manuale e non si era ancora avviato uno sviluppo industriale della raccolta del cotone. Di certo gli afroamericani costretti a questi lavori non godevano di tutele e garanzie, ma d’altro canto la manovalanza di origine europea che veniva sfruttata nelle industrie del nord non godeva di condizioni sociali e sindacali tanto migliori. Nel tessuto economico meridionale la condizione lavorativa doveva collocarsi in un’area compresa fra la società bucolica di “Via col vento” e lo sfruttamento denunciato ne “La capanna dello Zio Tom”, ma paradossalmente il blocco della tratta degli schiavi ed il diminuito afflusso di manodopera di ricambio poteva migliorare le condizioni delle masse di schiavi, non più facilmente reintegrabili, laddove al nord l’esercito industriale di riserva disposto a lavorare nelle condizioni più infime era assiduamente alimentato dal flusso migratorio proveniente dal Vecchio Continente e quindi non si ravvisava la necessita di tutelare quello che oggi viene definito “capitale umano”.

Adoperandosi il governo federale soprattutto a beneficio dello sviluppo industriale e trascurando le istanze degli Stati del sud, Alabama, Arkansas, Carolina del Nord, Carolina del Sud, Florida, Georgia, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, Tennessee, Texas e Virginia dichiararono la propria secessione appellandosi ai passaggi conclusivi della Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 che definivano gli Stati membri come soggetti “liberi e indipendenti”, dotati di piena sovranità. Gli Stati separatisti, i quali avevano il controllo anche dell’Arizona, del Nuovo Messico e di parte dell’Oklahoma e si erano alleati con i nativi delle cosiddette Cinque Tribù Civilizzate (Creek, Cherokee, Seminole, Chickasaw e Choctaw), ritenevano insomma che Washington avesse snaturato il dettato della Dichiarazione, trasformando un accordo tra Stati sovrani in una carta costituzionale che tramutava una confederazione in una federazione. La campagna abolizionista promossa dal Presidente Abraham Lincoln contribuì ad esasperare la sensazione di non avere più voce in capitolo nelle scelte politiche ed economiche provenienti dalla capitale.

I successi militari iniziali dell’esercito sudista vennero rapidamente vanificati dal maggior quantitativo di truppe mobilitabili nei ranghi unionisti (l’esercito federale era quasi il doppio di quello confederato, che pur poteva avvalersi di consiglieri militari europei interessati a contrastare l’emergere della potenza economica statunitense) e dal blocco che la marina da guerra pose alle coste atlantiche e del Golfo del Messico. Interrotti i flussi commerciali ed impossibilitato l’afflusso di valuta pregiata dall’estero, lo Stato che si era dato per capitale Richmond implose rapidamente e giunse formalmente a conclusione il 5 maggio 1865.

Negli anni immediatamente successivi il governo federale fece terra bruciata del tessuto economico degli Stati secessionisti, mentre milioni di schiavi affrancati andavano ad ingrossare le fila di quanti erano disposti a lavorare sottopagati nei grandi complessi industriali. Lo iato fra nord e sud rimase a lungo profondo e solamente la proiezione militare globale della potenza talassocratica avrebbe consolidato il paese attorno ad una retorica patriottica molto accentuata. Il “destino manifesto” aveva comunque compiuto un importantissimo passo avanti, che uno dei primi colossal hollywoodiani avrebbe celebrato nel 1915 con la pellicola “Nascita di una nazione”, prodotta proprio in concomitanza con il cinquantenario della fine della guerra civile.

Oggi la bandiera sudista è diventata una sorta di feticcio per i primatisti razziali ed i fautori di abominevoli politiche segregazioniste, il ché contribuisce a gettare ulteriore discredito su un’esperienza statuale che si basava su ben altri presupposti. E non è detto che la storia non debba ripetersi: l’accademico e politologo russo Igor Nikolaiević Panarin, il quale negli anni Ottanta del secolo scorso aveva vaticinato il crollo dell’URSS mentre la maggior parte degli analisti occidentali coglieva soltanto una solida compattezza, ha previsto la disintegrazione degli USA proprio a partire dalla secessione degli Stati meridionali qualora la crisi economica si accentuasse.

Alcuni riferimenti bibliografici, in conclusione, per rileggere la storia della Guerra di secessione americana da una prospettiva complementare a quella del maggior esperto italiano, Massimo Luraghi (“Storia della guerra civile americana”, BUR 2009, e “La guerra civile americana. Le ragioni e i protagonisti del primo conflitto industriale”, BUR 2013): se “Il bianco sole dei vinti. L’epopea sudista e la guerra di secessione 1607-1865” di Dominique Venner (Settimo Sigillo, 2015, fresco di seconda edizione) appare fin troppo romanzato ed edulcorato nel descrivere gli Stati confederati, maggiormente equilibrato appare “Dalla parte di Lee. La vera storia della guerra di secessione americana” (Leonardo Facco, 2006) di Alberto Pasolini Zanelli, storico corrispondente de Il Giornale da Washington. Merita, infine, menzione la nuova uscita di Paolo Poponessi “DIXIE. La storia italiana della Guerra Civile Americana” (Il Cerchio, 2015), in cui si descrive il percorso che condusse italo-americani di più o meno recente immigrazione ma anche volontari provenienti dal neonato Regno d’Italia a combattere nell’uno come nell’altro degli schieramenti.

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