I talebani hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan. L’avanzata verso Kabul è stata più rapida di quanto molti tromboni catodici e trombette sul campo (ma quale, esattamente?) potessero prevedere. Sulla ruota delle tempistiche della “presa”, riportate acriticamente e quasi sempre provenienti da ambienti statunitensi, sono usciti numeri che adesso fanno solo ridere: 30, 60, 90 giorni. E invece la capitale è caduta nel giro di appena pochi giorni. La verità che imbarazza non poco chi si sta affannando a cancellare post, pistolotti, sproloqui e articolesse dai propri profili social, è brutale nella sua semplicità: i talebani sono stati in grado di conquistare le principali città quasi senza combattere. Alla scarsa resistenza delle forze governative, si è aggiunto il consenso di strati sempre più ampi della popolazione.

Rimossi manu militari dalle forze guidate dagli Stati Uniti nel 2001, vent’anni dopo i talebani sono entrati a Kabul senza spargimenti di sangue. La Russia non chiuderà la sua ambasciata e l’uscita dall’Afghanistan delle rappresentanze diplomatiche degli Paesi, sta avvenendo senza troppi ostacoli. Lo storico comandate militare Mullah Baradar, abilissimo dal punto di vista diplomatico, sta tornando nel Paese. Sarà il nuovo presidente. Ieri pomeriggio i combattenti appartenenti prevalentemente alle tribù di etnia Pashtun, avevano espugnato Mazar-i-Sharif, poi nella notte c’era stata la capitolazione di Jalalabad, strategica in chiave anti-Isis (Ispk).

Due fonti autorevoli hanno affermato che il presidente Ashraf Ghani ha lasciato l’Afghanistan. Con lui vi sarebbero anche i suoi stretti collaboratori, tra cui il vicepresidente Amrullah Saleh. Ghani si sarebbe trasferito in Tagikistan, secondo media locali. L’ufficio di Ghani ha chiarito di non poter dire nulla per “ragioni di sicurezza”.

Un’analisi più attenta di ciò che è avvenuto negli ultimi sei anni, avrebbe evitato una colossale figuraccia a tanti che adesso cercano di arrampicarsi sugli specchi in maniera molto maldestra. Nel 2015 le redini del gruppo sono state prese dal Mullah Mansour, che era stato il vice del Mullah Omar. Mansour è stato ucciso in un attacco di droni statunitensi nel maggio 2016 e sostituito dal suo vice Mawlawi Hibatullah Akhundzada. Nell’anno successivo all’accordo di pace con gli USA del febbraio 2020, i talebani hanno cambiato strategia: sul fronte interno. dalle mattanze nelle città e dagli attacchi agli avamposti militari, sono passati agli omicidi mirati; su quello esterno, hanno intessuto una serie di fitte relazioni, affinando anche le strategie comunicative. I talebani di oggi sono ben diversi da quelli di vent’anni fa. Sovrapposizioni e parallelismi sono fuorvianti, oltre che inservibili.

Gli studenti “rivogliono” l’emirato come negli anni 90 ma è molto improbabile che possano commettere gli stessi errori dell’epoca, quando vennero riconosciuti solo da tre Stati. In questi anni, come abbiamo già scritto, hanno imparato l’arte della diplomazia.

Un esempio può essere fornito da quello che è accaduto a fine luglio scorso, quando i loro rappresentanti hanno visto Wang Yi, ministro degli esteri cinese, nella città di Tianjin, nel Nord della Cina. Pechino ha una frontiera comune con la nazione afghana di 76 chilometri e la provincia dello Xinjiang particolarmente esposta a certe fibrillazioni. I conquistatori di Kabul hanno stretti collegamenti con Etim, il Movimento islamico del Turkestan orientale (il nome che i nazionalisti uiguri danno allo Xinjiang). La Cina, dal canto suo, ha interesse ad estendere il Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) anche all’Afghanistan. E lo può fare solo in un clima di rapporti diplomatici stabili con il nuovo regime.

“Voi avete gli orologi, noi il tempo”, hanno ripetuto per anni i talebani. Orologi evidentemente malfunzionanti, alla luce degli avvenimenti di queste ultime ore. Le veline del Dipartimento di Stato USA e la propaganda sono una cosa, il campo di battaglia un’altra. Che sembra essere sfuggita del tutto a chi oggi farebbe bene a nascondersi, trincerandosi in un dignitoso silenzio.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica