Pochissimi giorni fa, il Segretario di Stato USA Mike Pompeo s’è così espresso circa la volontà della Santa Sede di rinnovare l’accordo siglato nel 2018 col governo di Pechino: “Due anni fa la Santa Sede ha raggiunto un accordo con il partito Comunista Cinese nella speranza di aiutare i cattolici in Cina. Ma l’abuso del Partito Comunista Cinese sui fedeli è solo peggiorato. Il Vaticano metterebbe in pericolo la sua autorità morale se rinnovasse l’accordo”. Aggiungendo quindi un invito che è pure un monito, per non dire un ultimatum: “Il Dipartimento di Stato è una voce forte per la libertà religiosa in Cina e nel mondo. Continueremo a farlo e a essere a fianco dei cattolici cinesi. Chiediamo al Vaticano di unirsi a noi”.

Certo, fa un po’ sorridere se pensiamo che Mike Pompeo, malgrado le sue origini italiane, non abbia mai fatto parte della Chiesa Cattolica, pur dandole il suo personale giudizio politico e morale: è infatti noto come egli sia un evangelico presbiteriano, vicino insomma a quel mondo settario che è fiorito in Cina a partire dagli Anni ’90 e che proprio con l’Amministrazione Trump ha cominciato a godere d’attenzioni e d’appoggi sempre più consistenti e presumibilmente destinate a non scemare neppure con le prossime amministrazioni, repubblicane o democratiche che siano. Con quale autorità morale, poi, costui non solo s’affidi al proprio Dio ma addirittura rivolga ad altri il proprio giudizio, rimane un mistero: nel suo vasto curriculum politico, per esempio, ha promosso il recente e drammatico golpe in Bolivia, mentre in passato aveva sostenuto l’uso delle torture negli interrogatori ed il ricorso a campi di prigionia come quelli di Guantanamo, tutte vicende dove sono implicati fino ai capelli anche le vecchie amministrazioni Bush jr. ed Obama. Ma anche questo, in fondo, fa parte di una certa politica.

In ogni caso il messaggio rivolto alla figura del Santo Padre, in questo contesto, è apparso fin troppo duro, e soprattutto insolito nella storia della diplomazia fra gli Stati Uniti e la Santa Sede. Mai, infatti, prima d’ora s’era giunti a toni tanto minacciosi (per quanto velatamente, ma neppure troppo), neppure quando nel 2003 l’allora Papa Giovanni Paolo II condannò severamente la guerra all’Iraq voluta dall’allora Presidente statunitense George Bush jr. ed appoggiata anche dai suoi alleati inglesi, spagnoli e, in misura minore, pure italiani. Ciò che infatti Mike Pompeo ha voluto far intendere, ovvero sottintendere, è che se la Santa Sede rinnovasse il proprio accordo con Pechino sarebbe a quel punto il Dipartimento di Stato USA a sostituirlo nel ruolo di “voce” e rappresentante del mondo cristiano e più estesamente religioso all’interno della Cina.

Nel braccio di ferro che in modo ormai sempre più evidente gli Stati Uniti hanno ingaggiato con Pechino su varie questioni di portata innanzitutto strategica (la competizione economica, tecnologica e commerciale, il predominio nell’ambito della globalizzazione e persino nel controllo delle risorse, così come dell’influenza su importanti aree del mondo come l’Africa o il Sud Est Asiatico, ecc), il ricorso al tema dei “diritti umani” ed in particolare, nel caso cinese, della “libertà religiosa”, diventa a quel punto un’arma preziosa, a cui far ricorso soprattutto avendo dalla propria parte un’opinione pubblica quale quella occidentale che per generazioni e decenni è stata istruita a pensar proprio che in Cina, come in qualsiasi altro “paese comunista”, chiese, pagode e templi vengano sempre indiscriminatamente e dispregiativamente fatte saltare per aria giusto per un gratuito ed ideologico oltraggio alla comune sensibilità religiosa. La realtà è chiaramente molto diversa, ma ben di rado i giornali occidentali ne parlano, mentre al contrario di giorno in giorno fioccano e prosperano nuove testate che si definiscono “specializzate in materia”, che escono in più lingue in contemporanea e che rilanciano, a tambur battente, proprio la versione di Pechino quale distruttrice di ogni storica e tradizionale cultura religiosa (esattamente come in passato lo si diceva di Mosca, o di qualsiasi altro nemico di turno di certi interessi occidentali).

E che far ricorso a questo “colpo basso” della “libertà religiosa” frutti consenso e legittimazione popolare e politica a Pompeo e del resto anche ai suoi rivali democratici lo attestano vari esempi, ma ancor più certe sue parole che a questo punto suonano quasi come una sorta di “autocertificazione”: “I cattolici sono fra le voci più forti a Hong Kong per i diritti umani, inclusi Martin Lee e Jilly Lai. Pechino li ha arrestati, li ha spiati per il ‘reato’ di promuovere la libertà. Il Vaticano dovrebbe stare con i cattolici e il popolo di Hong Kong”.

Già, ma quali sarebbero questi “cattolici di Hong Kong”? Forse proprio quelli del Cardinale Zen, nota pedina degli Stati Uniti dentro il Vaticano e che, però, in questo momento si trova un po’ troppo messo da parte ed ignorato da tutti gli altri suoi “colleghi” porporati, Pontefice in primis? Ovviamente non c’è solo lui, di cui del resto ci siamo già abbondantemente occupati in passato, ma anche tante altre figure che però passano più inosservate o che destano meno attenzione, anche perché alla fine dei conti è sempre e soprattutto Zen a “metterci la faccia” e ad amare le “comparsate” davanti ai media. Come abbiamo detto in più occasioni, in Vaticano l’atteggiamento di Zen e compagnia cantante negli ultimi tempi è venuta un po’ a noia: questo perché, nella loro strategia di dar contro a Pechino a tutti i costi, costoro hanno spesso e volentieri volutamente boicottato ogni possibilità di dialogo, hanno gettato benzina sul fuoco delle tensioni locali e se non vi erano le hanno pure artatamente provocate, non disdegnando neppure d’allearsi con altri gruppi religiosi decisamente poco presentabili ed invisi non soltanto alle autorità cinesi ma ancor più alla stragrande maggioranza del popolo della Cina: e quindi le varie sette come la Chiesa di Dio Onnipotente, millenaristi ma anche evangelici ma che non disprezzano d’andare a pescarsi un nuovo gregge nelle fila dei cattolici, o persino altre sette ancora, non meno innocue, come il Falun Gong e via dicendo.

Quella parte di “alto clero” rifiuta di dar riconoscimenti alla Cina, ritenendo che la Chiesa, istituzione universale, non possa abbassarsi allo stesso livello di uno “Stato qualunque”: eppure non ha nessun problema a dare un implicito riconoscimento a gruppi religiosi in concorrenza con la Chiesa stessa, verso la quale hanno poi nei fatti una pessima opinione ritenendola semplicemente utile da cavalcare per i propri fini e tornaconti, e a cui magari nel frattempo sottrarre quanti più fedeli o “seguaci” possibile. Può quindi essere ritenuta prudente o presentabile l’atteggiamento di questa parte di “alto clero” al mondo porporato romano? E’ decisamente molto difficile.

Colpisce tuttavia pensare che, ai tempi di Papa Giovanni Paolo II, quest’ultimo non abbia avuto grandi remore a chiedere obbedienza al Cardinal Romero, che conviveva con la Teologia della Liberazione nel Salvador e che cercava in tutti i modi, anche fin troppo condivisibilmente, di renderlo partecipe dei gravi problemi che il popolo cattolico si trovava a vivere a causa di quei regimi autoritari nei vari paesi dell’America Latina. Papa Francesco, trovandosi in condizioni di maggior debolezza e di maggior isolamento, probabilmente non può far la stessa cosa coi suoi “sottoposti” asiatici, oppure proprio per questo motivo punta a non elevare i toni dello scontro cercando di portare avanti una strategia a più lungo termine. Di certo, quando Papa Giovanni Paolo II chiese obbedienza a Romero, viveva il condizionamento e persino la propria personale simpatia per Washington, di cui aveva bisogno nella sua lotta contro i regimi comunisti dell’Est Europa, e della quale si rendeva ancor più un docile e volontario strumento politico, religioso e diplomatico: per questo non poteva avallare in alcun modo politiche che disturbassero gli interessi statunitensi in America Latina. In questo caso, invece, la situazione è diametralmente opposta, giacché Papa Francesco deve blandire ed aggirare proprio degli interlocutori e dei rivali, come parte del clero asiatico, che sono spalleggiati apertamente dagli Stati Uniti, i quali del resto sono ben rappresentati e radicati con propri “fedeli” anche nei palazzi vaticani; e tutto questo per portare avanti un dialogo con Pechino, che in ogni caso è prezioso e destinato a diventarlo sempre di più, nel corso del tempo, per arginare le fratture nel mondo cattolico asiatico e per impedire quella fuga sempre più consistente verso sette e movimenti concorrenti che, dopo l’America Latina, anche in Cina e più estesamente in tutta l’Asia sta cominciando a far sanguinare vieppiù copiosamente il gregge cattolico e cristiano in generale.

Nel frattempo, Mike Pompeo continua a sottolineare la sua minaccia: qualora il Partito Comunista Cinese “riuscisse ad assoggettare la Chiesa Cattolica e le comunità di altre religioni, allora i regimi che disdegnano i diritti umani saranno rafforzati, e il costo per resistere alla tirannia da parte dei credenti salirà”. Anche questo fa capire qual è la vera posta in gioco, ormai sempre più globale e strategica, a cui guardano a Washington e non soltanto a Roma e di cui del resto anche a Pechino vi è forte consapevolezza. Ma è anche vero un fatto: che a Roma la Chiesa c’è bene o male da duemila anni, e con essa c’è sempre stato un Papa, “buono” o “cattivo” che fosse; ma, per Pompeo, mentre negli Stati Uniti incombono le nuove elezioni presidenziali, si può fare lo stesso identico discorso? A Roma, semplicemente, s’aspetta.

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