Rouhani, Putin, Erdogan

Era stato annunciato nel mese di marzo l’incontro tra Putin, Erdogan e Rouhani, che si tiene oggi ad Ankara.

I presidenti di Turchia, Iran e Russia portano avanti le trattative per una soluzione della guerra in Siria, ma fulcro dell’incontro è anche l’accordo tra Ankara e Mosca sulla consegna di una nuova serie di S400.

Quella sulla Siria resta però una partita complicata. Se da un lato Turchia, Iran e Russia hanno più volte provato a supportare una piattaforma per le trattative di pace ad Astana, le ultime mosse di Erdogan ad Afrin hanno messo il Cremlino in una situazione scomoda.

L’invasione della roccaforte curda ha unito gli autonomisti dell’YPG e il governo siriano di Assad, ma ciò non è bastato a fermare l’avanzata delle truppe turche nella cittadina a nord della Siria. Assad è da anni sostenuto da Putin, l’esercito siriano ha potuto sconfiggere il terrorismo jihadista dell’ISIS grazie a una solida alleanza nella regione tra Mosca, Damasco e Teheran. Ma ciò non è bastato affinché il Cremlino corresse in soccorso ad Assad e ai curdi contro l’avanzata di Erdogan.

A parte la parentesi del jet russo abbattuto nel 2015, al quale seguirono le scuse di Erdogan quasi un anno dopo, Mosca vede in Ankara un interlocutore per il Cremlino: in gioco ci sono non solo gli accordi sull’industria militare, ma anche la questione del Turkish Stream, alla cui realizzazione potrebbe partecipare anche l’italiana Snam. Probabile che Putin e la dirigenza russa trovino conveniente coinvolgere Ankara nel processo di pace siriano, a guerra finita. Una prospettiva che sembra convincere anche l’altro alleato di ferro del Cremlino nel medio oriente: il presidente iraniano Rouhani.

Tema dell’incontro del 4 Aprile è anche la questione del nucleare iraniano, Rouhani ha intenzione di difendere l’accordo preso con gli Stati Uniti ai tempi di Obama con la formula del P5+1. Un asse costituito dai due paesi del medio oriente e dalla Russia fornirebbe a Teheran una grossa garanzia nei confronti degli attacchi di Trump al regime degli ayatollah. Ma c’è da stare attenti: la Turchia resta un paese della NATO, con delle mire malamente nascoste di egemonia sui paesi arabo-musulmani della regione.

Una Turchia coinvolta nel processo di pace potrebbe garantire ai russi una pedina in più da giocare, ma l’inaffidabilità del “sultano” Erdogan è alta. Come poco affidabili restano i curdi, che tuttavia pur non potendo recitare un ruolo come potenza, sono ben lontani dall’ideologia islamista propugnata da Erdogan. Il presidente turco è al contrario accusato da diverse fonti di aver usato per l’invasione di Afrin diversi jihadisti, che in queste settimane hanno dato vita a torture, stupri e quant’altro del solito repertorio barbaro di questi fondamentalisti.

Erdogan consentendo un processo di pace in Siria si garantisce un ruolo di primo piano nella regione, un ruolo che però difficilmente può essere accettato dal governo siriano. Malgrado i buoni rapporti che intercorrevano tra Assad e il sultano turco fino al 2011, la Turchia ha sempre tentato di forzare la mano in Siria, cercando di ricoprirsi un ruolo rilevante nel conflitto che le forze islamiste e occidentali avevano portato contro il presidente siriano. Il contributo dei turchi nel difendere la Siria dai terroristi è stato nullo, anzi, Ankara ha anche per un certo periodo approfittato del caos e del terrore portato dall’ISIS per comprare illegalmente petrolio da un Califfato bisognoso di soldi. Un’accusa che Mosca stessa ha portato avanti nel periodo della crisi tra Mosca e Ankara. Difficile pensare che adesso Assad, più volte accusato da Erdogan di essere un terrorista, possa accettare l’ingerenza di Ankara sul processo di pace e sulla relativa ricostruzione.

Ad ogni modo Putin ha costretto Erdogan a dichiarare in modo congiunto agli altri due partner di giornata che la Turchia rifiuta qualsiasi idea di separatismo in Siria: “l’operazione ad Afrin era diretta contro i curdi, che costituivano una minaccia per il territorio turco” ha dichiarato il presidente della Turchia. Mentre Rouhani ha accusato gli Stati Uniti di armare Al-Nusra. La fine del conflitto a quasi sette anni di distanza, sembra tuttavia ancora troppo lontana.

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