Erano i primi giorni di novembre 2020 quando in Etiopia le autorità dello Stato settentrionale del Tigray avviarono la secessione, attaccando le unità dell’Esercito Federale Etiopico ed iniziando col governo centrale di Addis Abeba un’escalation che ancora oggi appare lontana dal potersi dire conclusa. Inizialmente respinte dalle forze armate etiopiche, che nel giro di pochi giorni riacquisirono il controllo della regione conquistandone anche il capoluogo Mekele, le milizie del Fronte Popolare del Tigray (TPLF, che in precedenza aveva governato l’intera Etiopia, dal 1991 al 2018, prima di ritrovarsi all’opposizione con l’avvento dell’attuale premier etiopico Abiy Ahmed) sembravano sostanzialmente disfatte e ridotte ad un mero fenomeno di banditismo locale. Il loro lancio, da alcune postazioni mobili, di missili contro la vicina capitale eritrea Asmara era stato un momentaneo e tardivo tentativo d’internazionalizzare il conflitto, a cui però né il governo dell’Etiopia né quello dell’Eritrea abboccarono; e, ad ogni modo, pur cadendo nelle vicinanze dell’aeroporto, non causarono alcun danno.

In Eritrea, d’altronde, conoscono molto bene il TPLF: quando questo partito governava l’intera Etiopia, con l’appoggio di Stati Uniti, Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale, non esitò a scatenare contro Asmara una feroce guerra d’aggressione volta alla totale conquista del suo territorio e alla creazione del cosiddetto “Grande Tigray”, durata dal 1998 al 2000. I successivi Accordi di Algeri del 2000 stabilirono i confini fra i due paesi esattamente come lo erano in precedenza, ma il governo etiopico del TPLF pur firmandoli non li rispettò grazie proprio al cieco appoggio nel frattempo ottenuto dai suoi “protettori” occidentali (che giudicavano l’Etiopia, insieme all’Egitto, al Kenya e al Sudafrica, una delle quattro “nazioni cintura” su cui puntare per il controllo dell’Africa Occidentale).

E anche in Etiopia, del resto, conoscono molto bene il TPLF, avendolo subito per 17 anni come forza di governo che ogni volta, ricorrendo a brogli ed intimidazioni, si garantiva la perpetuazione del potere. Se lo ricordano in particolare le etnie Oromo ed Amhara, che ne hanno subito le pesanti repressioni soprattutto del 2015 e 2016 (per questo motivo sull’attuale Direttore Generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che era allora ministro etiopico della salute nel governo guidato dal TPLF, pende oggi un mandato d’incriminazione alla Corte Penale Internazionale). Ma anche gli stessi abitanti del Tigray sono state e continuano ad essere le prime vittime del TPLF, dato che hanno iniziato a subirlo ancor prima che assumesse il controllo di tutto il paese nel 1991 e che ancor oggi continuano a subirlo anche se dal 2018 non ha più autorità ad Addis Abeba. 

Conseguentemente, quando nel 2018 in Etiopia al governo è andato l’attuale premier Abiy Ahmed, l’intesa con l’Eritrea (e successivamente anche con la Somalia, che nel 2006 aveva subito sempre dal governo etiopico d’allora una pesante invasione) non è stata difficile da trovare, e da quel momento in tutto il Corno d’Africa ha iniziato a stabilirsi un processo di pace e d’integrazione che evidentemente né al TPLF né ai suoi storici protettori occidentali poteva risultare più di tanto gradito. Un primo motivo risiedeva nel fatto che tutta la regione, strategica per il suo ruolo di ponte fra il Mar Rosso e l’entroterra africano, fra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo (un’area quindi strategica per i traffici economici, commerciali ed energetici di gran parte del mondo, si pensi al Canale di Suez e alla BRI, ovvero alla Nuova Via della Seta; e su cui comprensibilmente in molti aspirano ad esercitare un controllo), sfuggiva molto rapidamente alla storica influenza di Stati Uniti ed Europa per avvicinarsi alla Cina e persino alla Russia, non di rado giocando su alcuni fronti anche in modo ineditamente autonomo ed unitario.

Tutte queste ragioni hanno indotto Stati Uniti ed Unione Europea a non demordere nel loro appoggio al TPLF, provvedendo ad approfittare del “cessate il fuoco” proclamato dal Governo Federale Etiopico subito dopo la fine dei primi scontri, all’inizio del 2021, per raddrizzarne le fortune militari e politiche, e dandogli mandato di rioccupare così fraudolentemente le zone che erano state nel frattempo smobilitate dai militari etiopici per consentire il transito degli aiuti umanitari. In tal modo, mascherati anche da “aiuti umanitari”, sono arrivati invece consistenti aiuti militari e finanziari al TPLF contrabbandati da ONG, realtà ecclesiastiche e rappresentanze ONU “compiacenti”, guarda caso ultimamente messe all’angolo dal Governo Federale Etiopico (quando non hanno deciso, di loro spontanea volontà, di togliere le tende, in modo da poter evacuare dal paese dando pass diplomatici e coperture a materiali, documenti e personalità legate al TPLF prima che cadano nelle mani della giustizia etiopica che ne dà la caccia). Malgrado questi generosi aiuti ai miliziani del TPLF, ad ogni modo, il governo etiopico è riuscito a respingerne gli attacchi ed infatti ormai al di fuori del Tigray, dalla regione Afar al confine col Sudan, tutti si sono arresi deponendo le armi; mentre tutti i valichi da e per la regione sono ora sotto il pieno controllo delle autorità di Addis Abeba. 

Eppure, fatto in sé decisamente “curioso”, gli Stati Uniti e l’Europa portano ora avanti una politica di sanzioni verso l’Etiopia, vittima di un movimento terrorista e separatista che provoca al suo interno un conflitto civile, mentre non pensavano minimamente a farlo quando a governarla erano proprio gli uomini di questo movimento terrorista e separatista, ovvero il TPLF: chissà come mai, verrebbe da chiedersi. E, del pari, portano nuovamente avanti una politica di sanzioni anche verso la vicina ed alleata Eritrea. Ciò, però, ha scatenato le immediate reazioni di Cina e Russia, il cui dialogo con Addis Abeba e con Asmara da tempo si sta facendo ormai sempre più fitto e quotidiano. Sono infatti molti gli argomenti che legano le due nazioni africane alle due nazioni euro-asiatiche, e sbaglia infatti chi crede che tutto si riduca esclusivamente alla necessità di garantire stabilità e sicurezza all’area del Mar Rosso e quindi ai traffici dell’energia e delle merci da e per il Canale di Suez.

Per esempio proprio pochi giorni fa, il 18 novembre, durante una conferenza stampa ad Asmara il portavoce del Ministro degli Esteri cinesi Zhao Lijian ha detto che la Cina s’oppone fermamente alle ingerenze negli affari interni di altri paesi, utilizzando varie minacce come quella delle sanzioni. Sono frequenti i contatti fra la diplomazia cinese e quella eritrea ed etiopica, basati anche sul fatto di ritrovarsi sempre più spesso coi medesimi avversari strategici: dal terrorismo islamo-fondamentalista alle demonizzazioni politiche e mediatiche originate sempre dai paesi occidentali (che implicano anche l’uso strumentale delle politiche migratorie, della libertà religiosa e l’infiltrazione di movimenti religiosi e ONG usati come “cavalli di Troia” per portare avanti una politica d’ingerenza nelle loro vita politica e sociale interna, ecc). In particolare fra Cina ed Eritrea il legame di cooperazione è storico, risalente fin dai primi scorci dell’indipendenza del paese africano, avvenuta nel biennio 1991-1993. Secondo molti studiosi eritrei e cinesi, le lotte di liberazione dei loro rispettivi paesi conoscono per esempio moltissimi punti in comune, che ne determinano anche una forte affinità ideologica. Tant’è che, quando a Pechino si svolse la memorabile celebrazione per il 70esimo Anniversario della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, fra i capi di Stato africani invitati a presenziarvi vi era anche il Presidente eritreo Isaias Afewerki.

La politica di destabilizzazione, sanzioni e demonizzazione a 360 gradi portata avanti dall’asse Stati Uniti – Unione Europea verso i paesi del Corno d’Africa, di conseguenza, anziché scoraggiare potrà quindi soltanto cementare ancor di più la loro vicinanza con la Cina. 

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.