Adriano Olivetti

Era il 27 febbraio del 1960 quando, ad Aigle, un comune svizzero nel Canton Vaud, Adriano Olivetti morì in modo improvviso ed in circostanze che subito si tinsero di mistero. L’industriale, com’è noto, si stava recando in Svizzera in cerca di nuovi finanziamenti per la sua azienda, la Olivetti, di cui aveva ereditato la guida dal padre Camillo e che, fin dai primi giorni del Dopoguerra, aveva condotto ad una crescita vertiginosa, portandola a rivoluzionare il mondo dei prodotti da ufficio e ad approdare in un settore che fino ad allora sembrava precluso al nostro Paese, l’elettronica.

Nato l’11 aprile del 1901 nei dintorni di Ivrea, il giovane Adriano era cresciuto in una famiglia certamente dalle aperte vedute, poco incline alle idee conservatrici: il padre Camillo era ebreo, mentre la madre Luisa Revel era cristiana valdese. Tuttavia, la famiglia rispettò il Fascismo, almeno fino al 1938, quando a causa delle Leggi Razziali Adriano dovette procurarsi un certificato di nascita di battesimo valdese per sfuggire alle discriminazioni che invece colpirono il padre e gli altri familiari, costretti ad un certo punto a riparare nella vicina Svizzera.

In effetti la storia degli Olivetti, raccontata anche da Natalia Levi Ginzburg nel suo celebre “Lessico Famigliare”, era quella di una famiglia che, fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, coltivava intense amicizie e collaborazioni all’insegna del mecenatismo sia con intellettuali neutralisti che interventisti, socialisti e liberali come fascisti o futuri fascisti: da Piero Gobetti e Carlo Rosselli agli architetti Luigi Figini e Gino Pollini, quest’ultimi massimi esponenti dell’architettura razionalista tanto cara a Mussolini. In quel clima s’era sviluppata la personalità di Adriano, volontario negli Alpini nel 1918 ma anche convinto antifascista all’indomani del delitto Matteotti, salvo poi iscriversi al PNF alcuni anni dopo ed essere persino ricevuto da Mussolini a Palazzo Venezia, entrando quindi in affinità con Giuseppe Bottai che, però, all’interno del Fascismo era pur sempre una “voce fuori dal coro”. Le avventure del regime fascista in Africa e in Spagna, le Leggi Razziali e l’intervento nella Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, l’avrebbero nuovamente ricondotto alla sua precedente avversione verso il Fascismo, ed infine a dover fuggire in Svizzera da dove avrebbe mantenuto i contatti con la Resistenza.

Nel Dopoguerra la sua cultura umanista approdò, così, agli ideali del federalismo europeo, e alla conversione al Cattolicesimo in occasione del secondo matrimonio, con Grazia Galletti. Sempre in quegli anni nasceva un suo libro, un insieme di riflessioni sulla società umana, intitolato “L’ordine politico delle comunità” che sarebbe poi divenuto fonte d’ispirazione per il suo successivo “Movimento Comunità”, una formazione che faceva proprie le cause del Socialismo umanista, umanitario e libertario, impregnato anche di forti valori spirituali.

Nel frattempo, anche le sue doti d’industriale visionario cominciavano ad esprimersi con prodotti destinati a porre la Olivetti al centro dell’attenzione mondiale sia per la razionalità tecnica e funzionale che per l’elevata innovazione estetica e stilistica. Se già, negli Anni Trenta, la macchina da scrivere MP1 a cui aveva lavorato aveva permesso alla Olivetti d’imporsi sullo scenario nazionale ed estero grazie alle sue inedite qualità, un ulteriore salto in avanti si ebbe con la sua erede, la Lexikon 80 del 1948, o ancor più con la macchina da scrivere portatile Lettera 22 del 1950, da allora in poi simbolo di tanti scrittori e giornalisti come Indro Montanelli ed altri ancora, giudicata nel 1959 come il primo fra i cento migliori prodotti industriali degli ultimi cent’anni da una giuria internazionale e da allora esposta anche al MOMA di New York, o ancora le calcolatrici Divisumma e Multisumma, costruite in un apposito stabilimento a Pozzuoli (NA), inaugurato a partire dal 1953 e che fin da subito si distinse per avere una qualità del lavoro persino superiore a quella già considerata inarrivabile della “fabbrica madre” di Ivrea.

Per tutti questi traguardi, già nel 1955 ad Adriano Olivetti venne conferito il “Gran Premio Nazionale” del premio “Compasso d’Oro” per la sua influenza nell’industria e nel design italiano, mentre anche la sua passione per l’architettura e l’urbanistica cominciavano a sorprendere l’opinione pubblica con la sensibilità dimostrata per i Sassi di Matera, per i quali promosse un apposito studio sociologico, e la costruzione del vicino borgo modello di La Martella. Eletto nel 1956 sindaco della sua Ivrea e nel 1958 deputato, sempre nelle fila del suo “Movimento Comunità”, col proprio voto risultò determinante per la nascita del nuovo governo di Amintore Fanfani, già noto per il “Piano Casa” con cui aveva restituito un’abitazione a milioni di italiani dopo le distruzioni della guerra. Per le capacità dimostrate anche nell’ambito urbanistico, così, a partire dal 1959 fu nominato Presidente dell’Istituto UNRRA-Casas, a cui era per l’appunto affidata la ricostruzione postbellica del Paese.

Sempre in quel 1959 la Olivetti metteva a segno nuovi, grandi risultati: veniva per esempio inaugurato lo stabilimento di San Paolo del Brasile, ultimo di una corposa lista che già comprendeva non soltanto la sede storica di Ivrea e la fabbrica di Pozzuoli, ma anche i siti produttivi di Agliè, San Bernardo d’Ivrea e la Nuova ICO di Ivrea e Caluso, tutte aperte nel corso dei sei anni precedenti. Inoltre, oltre al Brasile, la Casa di Ivrea s’espandeva anche negli Stati Uniti, con l’acquisizione della storica azienda di macchine da scrivere e prodotti per ufficio Underwood, una vera e propria multinazionale con 11mila dipendenti a cui proprio il padre Camillo s’era ispirato nel 1908 quando aveva fondato la propria azienda, ma considerata ormai decotta e coi conti fuori controllo, al punto che nessuno riteneva che valesse la pena dedicarsi ad un suo salvataggio; ed invece la “cura Olivetti”, proseguita anche dopo la morte di Adriano, la salvò rilanciandola alla grande.

Non solo, ma nel 1959 debuttava il primo calcolatore elettronico italiano vero e proprio, l’Elea 9003, frutto delle sinergie che Adriano Olivetti aveva avviato col Laboratorio di Ricerche Elettroniche di Pisa e con la Società Generale Semiconduttori (SGS) fondata insieme a Telettra. Realizzato nel nuovo ed avveniristico laboratorio di Borgolombardo, vicino a Milano, dove la Olivetti aveva stabilito la sua divisione elettronica, aveva un padre nell’ingegnere elettronico Mario Tchou, che Adriano aveva accolto nella sua azienda nel 1955. I successi della Olivetti nel campo della elettronica dimostravano così al mondo intero che il monopolio statunitense in quel settore era stato infranto: le conseguenze non sarebbero tardate a farsi sentire, nell’uno come nell’altro senso.

Già da anni, infatti, la CIA aveva aperto un dossier su Adriano Olivetti, giudicando con preoccupazione la sua rapida espansione sia in Italia che all’estero. A preoccupare gli Stati Uniti, come nel caso di Enrico Mattei, era il fatto che nella persona di Adriano Olivetti albergassero, contemporaneamente, un progetto industriale ed un progetto politico che avrebbe potuto colpire gli interessi americani sia in senso tecnologico e scientifico, sia in senso politico e strategico. Alla CIA si paventava, a causa di personalità come Olivetti e Mattei, il rischio che l’Italia potesse alterare gli equilibri sanciti da Yalta e che pertanto le si dovessero “neutralizzare” prima che fosse troppo tardi.

Il 27 febbraio del 1960 Adriano Olivetti prese il treno alla stazione di Arona, diretto a Losanna, in Svizzera. Poco dopo il confine, proprio all’altezza di Aigle, morì all’improvviso per un’emorragia cerebrale; questo, almeno in base al primo referto medico, poiché in realtà nessuna autopsia venne mai eseguita. Anche questa singolare mancanza gettò benzina sul fuoco delle polemiche, rafforzando la convinzione che non si fosse trattato proprio di un inaspettato malore. Qualche anno più tardi, dalla desecretazione di alcuni archivi della CIA, emerse che Adriano era infatti spiato da almeno dieci anni. Sorte migliore non arrise nemmeno al giovane Mario Tchou, che il 9 novembre del 1961 morì in un incidente automobilistico dalle circostanze altrettanto misteriose, lungo la Milano-Torino, poco prima del casello di Santhìa. Di lì a poco la divisione elettronica della Olivetti venne ceduta, com’è noto, alla General Electric, e la vedova di Mario Tchou così commentò la vicenda in un’intervista rilasciata al Corsera: “La sua morte e quella di Adriano portarono, in poco tempo, alla dismissione della Divisione Elettronica di Olivetti, fiore all’occhiello del nostro Paese, che fu venduta in fretta alla General Electric. Quello sì fu un complotto, tutto industriale e finanziario, volto a indebolire l’Olivetti e l’Italia e a fare un favore agli americani”.

Si concluse così una storia importante, con una scomparsa misteriosa che ancora oggi fa discutere e pensare. Della Olivetti, in particolare della grande Olivetti di Adriano, oggi resta ben poco. A parziale riconoscimento di quella grande storia, nel luglio del 2018 l’UNESCO ha inserito la “città modello” che Adriano aveva costruito intorno allo stabilimento di Ivrea, e lo stabilimento stesso, tra i siti del Patrimonio dell’Umanità: a ricordarci che Adriano e la sua Olivetti non furono soltanto innovazione nella scienza e nella tecnologia, ma anche in altri campi, come l’urbanistica e l’architettura, oltre al metodo di lavoro e alla visione della politica e della società.

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