C’è una frase che in queste ore ricorre in modo ossessivo sulle bacheche dei social e nei “salotti televisivi”: “In Afghanistan l’Occidente ha fallito”. Una sorta di mantra auto-assolutorio che rivela in maniera impietosa quanti danni abbia prodotto il suprematismo occidentalista di marca statunitense. Gli Usa e i loro ascari non hanno fallito solo oggi in Afghanistan. Stanno fallendo da anni con l’esportazione, a suon di bombe e strangolamenti finanziari, di un modello di democrazia e di vita che vorrebbero imporre ovunque, ignorando le peculiarità storiche, culturali, religiose ed antropologiche dei Paesi occupati o da occupare. In un mondo e in un secolo che hanno visto la rovinosa fine dello schema unipolare, si continuano a seminare morte e distruzione in nome di un messianismo fanatico, sconfitto dalla storia e dagli uomini che la fanno.

“La nostra missione in Afghanistan non è mai stata pensata per costruire una nazione, la nostra missione era quella di evitare attentati terroristici sul suolo americano. È sbagliato ordinare alle truppe americane di combattere e morire quando le stesse truppe dell’Afghanistan non lo fanno”. L’ultimissimo Biden-pensiero non deve sorprendere. E’ perfettamente in linea con la logica e la prassi statunitensi. 170mila vittime, una spesa di 1000 miliardi di dollari e 4 milioni di veterani (anche dell’Iraq) che necessitano quotidianamente di assistenza medica ed economica, sono un oceano di sangue e sofferenza. Un orrore. Eppure gli Stati Uniti continuano ad auto-attribuirsi un ruolo salvifico, con la complicità ed il silenzio dei paesi alleati (anche se sarebbe più corretto definirli servi).

Winston Churchill, che non era esattamente un agnellino dal cuore puro, sintetizzò magistralmente il modo di fare dei gendarmi di stanza a Washington con parole che appaiono più attuali e pregnanti che mai: “Di tanto in tanto gli amici americani provano il bisogno di farsi il bidet alla coscienza. Il fatto è che poi fanno bere l’acqua a noi”.

Proprio quello che sta accadendo ancora una volta, con la cassa di risonanza dei social media e dei loro utenti e quel ritornello che “sfuma” le responsabilità dei carnefici e ne confonde e mistifica le responsabilità.

Abdul Latīf Pedrām, ex-membro del Parlamento in Afghanistan, leader del Partito del Congresso Nazionale (NCP), laico, federalista e lontanissimo dai talebani, ha descritto così la situazione in cui versa il suo Paese: “Ciò che l’Afghanistan ha ereditato dagli Stati Uniti è la povertà, l’aumento del tasso di disoccupazione, la distruzione dei servizi sociali, l’aumento senza precedenti delle distinzioni di classe, un divario di ricchezza, la distruzione della classe media, una vasta rete mafiosa economica, un’economia sommersa, una maggiore coltivazione, produzione e contrabbando di droga, dipendenza tra più di 4 milioni di giovani, una guerra etnica, il crollo dei buoni valori, la crescita di una cultura della corruzione, del riciclaggio di denaro e della menzogna”.

E ancora: “L’incredibile ascesa dei bordelli, il crollo della moralità individuale e la prostituzione fanno parte dell’eredità americana in Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno deluso le persone e hanno rovinato le loro aspettative di democrazia, diritti umani e diritti civili. Sono stati rivelati i volti dell’imperialismo americano e del colonialismo postmoderno, nascosti sotto la democrazia e i diritti umani americani. L’Afghanistan lasciato dopo gli Stati Uniti è un esempio dell’inferno nel libro ‘Divina Commedia’, scritto dal poeta italiano Dante Alighieri”.

L’Afghanistan, dopo 20 anni di “terapia democratica”, è diventato il produttore di oltre il 90% dell’oppio illegale al mondo. La superficie coltivata ad oppio è già oggi superiore a quella riservata alle piantagioni di cocaina in Sud America.

Il rapporto tra produzione e traffico di oppio ed integralismo islamico, ha radici profonde, innestate da altri. Alla fine degli anni ’70 infatti furono proprio la Cia e l’Isi (i servizi segreti pakistani), in funzione anti-sovietica, a lanciare la ben nota operazione “Cyclone”, tesa a finanziare con gli ingenti proventi dell’oppio le milizie dei mujaheddin afghani che resistevano alle truppe di Mosca. Il professor Alfred McCoy, autore di un saggio sulla “politica dell’eroina” condotta dall’intelligence Usa, ha parlato in più occasioni di “guerra segreta della Cia”, condotta favorendo anche la proliferazione di migliaia di raffinerie della droga.

Il risultato dell’intervento Nato in Afghanistan è stato lo stesso di allora. Signori della guerra e signori della droga, protetti da membri del corrotto governo afghano, hanno stretto un patto di ferro tra loro a base di politica, affari, fanatismo e guerriglia.

L’imposizione di leadership create nei “laboratori” d’Oltreoceano, ha spianato la strada al ritorno dei talebani. Ashraf Ghani, prima di diventare il presidente dell’Afghanistan, veniva considerato un tecnocrate corrotto. Aveva studiato e insegnato negli Stati Uniti. Era stato un funzionario della Banca mondiale e consulente per le Nazioni Unite. Un potente allevato da potenti. Visto come straniero, percepito come estraneo da un popolo sempre più riluttante a sopportare i costi umani, sociali e economici di un’occupazione militare che ha solo accresciuto le disuguaglianze, la rabbia, la fame e la miseria.

L’Occidente ha fallito. Gli Stati Uniti hanno fallito. Ma prima e più di tutto e tutti ha fallito un fanatismo non molto diverso da quello con barba e turbanti che suscita tanta ipocrita indignazione.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica