Controlli ai passeggeri ad Asmara, Eritrea (foto da Madote.com)

Appena i contagi da Coronavirus cominciarono a diffondersi nel mondo, subito si cominciò a parlare dell’Africa, facendo notare come in un simile scenario l’epidemia sarebbe stata intuibilmente e praticamente incontrollabile. In molti lo facevano con un occhio riservato soprattutto agli arrivi di nuovi migranti in Europa ed in particolare nel nostro paese, ma in realtà anche il voler semplicemente confinare una tale situazione al solo Continente africano, “sigillandolo” dal resto del mondo, non produrrebbe mai un effetto indolore nemmeno per noi. Si pensi, anche soltanto in termini economici, cosa significherebbe se certi paesi africani, produttori esclusivisti d’alcune particolari materie prime indispensabili alla nostra industria, dovessero trovarsi in una situazione d’isolamento tale da mantenersi anche dopo che l’Asia, l’Europa e il Nord America sono uscite dalla “quarantena”: di fatto il blocco della produzione e del mercato dovrebbe prolungarsi a tempo letteralmente indeterminato, o comunque non facilmente quantificabile, con ripercussioni enormi non soltanto sulle nostre economie, più sviluppate, ma ancor più su quelle ben più disastrate di quegli stessi paesi, che hanno in quelle “monoculture” agricole o minerarie le loro uniche fonti di reddito e di sopravvivenza economica.

In questi giorni, poi, il valore sui mercati internazionali di certe “commodities” come il grano ed altre derrate alimentari è schizzato alle stelle, proprio a causa delle sopraggiunte e maggiori difficoltà d’approvigionamento, rendendole così ancor più economicamente di difficile accesso a questi paesi, che ne sono spesso e volentieri totali importatori o quasi, non disponendo di un’autosufficienza alimentare. La situazione internazionale, anche da questo punto di vista, ricorda insomma quella che vedemmo nell’estate del 2008, e che precedette di pochi mesi la grande crisi globale che scoppiò alla fine di quello stesso anno: tutti ci ricordiamo quali ne furono gli effetti, non solo nell’immediato, ma anche nel medio e lungo termine. Alcuni paesi, verosimilmente, potrebbero anche stavolta letteralmente “saltare”, e pure questo sarebbe un fenomeno propedeutico ad una nuova crisi globale la cui evenienza, a questo punto, non possiamo più del tutto permetterci d’escludere.

Dice ad esempio il Corriere della Sera, in un articolo uscito proprio pochi giorni fa: “si stima che le unità di terapia intensiva siano 150 in tutto il Kenya, dove il primo caso è stato documentato il 12 marzo, 50 in Senegal, 45 in Zambia, 38 in Tanzania, 34 in Malawi e, forse, una quarantina in Etiopia. Dove vi è poi instabilità politica è quasi impossibile una risposta alla pandemia”. Le capacità delle varie nazioni africane di far fronte all’emergenza da Coronavirus sono oggettivamente ai minimi termini: il sistema sanitario è letteralmente “solo un’opinione”, e chi non ha soldi per pagarsi una visita o delle cure molto spesso rinuncia anche soltanto ad avvicinarsi ad un eventuale ambulatorio, sempre ammesso e concesso che si trovi ad una distanza accettabile dalla sua dimora. E’ tutt’altro che infrequente, ed anzi è la norma, in molti paesi dell’Africa nera, dover fare chilometri per raggiungere un misero ambulatorio peraltro scarsissimamente attrezzato. In alcune realtà, sono le varie organizzazioni internazionali, sia laiche che religiose, a “mettere una pezza” sulla disastrosa mancanza di Stato sociale che caratterizza gran parte dei paesi africani. E quel poco che era stato magari fatto in passato, laddove vi erano stati dei governi progressisti o più vicini alla gente, è stato poi regolarmente distrutto e polverizzato dalle politiche occidentali, che hanno sempre chiesto di privatizzare tutto, dall’acqua all’energia fino alla sanità, in cambio di prestiti economici che già in partenza si sapeva che nessuno avrebbe mai potuto risarcire. Prestiti che, spesso e volentieri, sono andati ad ingrossare i conti correnti di pochi beneficiari e non certo a beneficiare la popolazione con opere e politiche di pubblica salute o pubblica utilità.

Al momento, guardacaso, fra i paesi più colpiti risultano il Senegal, il Burkina Faso, insieme al Sudafrica, all’Algeria e al Marocco, ovvero paesi che non di rado hanno subito quelle “cure da cavallo” a suon di liberismo sfrenato targato Fondo Monetario e Banca Mondiale (e varie banche e governi occidentali, aggiungiamoli doverosamente). Ma seguono altri paesi che hanno analogamente grosse iniquità sociali ed economiche al loro interno, frutto sempre delle medesime politiche, come l’Uganda o l’Egitto (che sta rapidamente scalando la classifica) o ancora la Tanzania e la Mauritania. A tal proposito, alcuni dati recentissimi si possono avere dal quotidiano Il Mattino, che ha pubblicato un articolo proprio oggi pomeriggio. Anche in Etiopia, uno dei più popolosi paesi africani, si stanno cominciando a contare i primi contagi. Il problema è che, ovunque esistano baraccopoli o bidonville che dir si voglia, prive di servizi o di un’assistenza anche solo minimamente decenti (ed è certamente il caso di tutte le grandi megalopoli africane, e non solo, guardando un po’ a tutto il Terzo Mondo nel suo complesso), l’epidemia può facilmente attecchire propagandosi con una velocità e degli effetti praticamente incontenibili. Sarebbe infatti semplicemente impossibile, tanto per cominciare, poter stabilire una “quarantena”, che è poi il metodo più immediato ed efficace quantomeno per limitare la propagazione del virus. Di ciò ha parlato, con dovizia di particolari, il ginecologo Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace nel 2018 per aver fondato un ospedale nel Congo orientale, a Bukavu, dove cura ed opera le donne rimaste vittime degli stupri da parte dei militari e dei ribelli in guerra da più di vent’anni: ” Temo l’ecatombe perché non abbiamo i mezzi per combatterlo e perché gli africani sono costretti a uscire di casa per procurarsi il cibo. Nessun confinamento è dunque possibile, e il Covid-19 si sta diffondendo a velocità da primato. A differenza di altri luoghi, qui il coronavirus s’accanirà soprattutto contro le donne, perché nei pochi ospedali disponibili, le contagiate ci andranno da sole e nessuno si occuperà di loro”. Così s’è espresso in un articolo-intervista pubblicato dal noto giornale online Affari Italiani.

A tal proposito, meriterebbe sicuramente un accenno positivo quanto invece è stato fatto dall’Eritrea, un paese piccolo e certamente dotato di risorse non abbondanti, ma che proprio per questo sorprende per l’efficienza e la combattività che sta dimostrando nella lotta alla diffusione del Coronavirus. Quando nel mondo s’era cominciato a parlare del Coronavirus, in molti avevano ritenute esagerate o comunque inopportune le scelte fatte dalle autorità eritree, improntate ad una prudenza bollata come maniacale o quasi. Un episodio in particolare aveva fatto molto discutere anche nel nostro paese, ovvero quello degli insegnanti della Scuola Italiana di Asmara che, appena giunti all’aeroporto della capitale eritrea, erano stati subito portati in quarantena in una struttura fuori città. Nel generale clima di scandalo politico, non pochi s’erano spinti ad invocare persino un’azione della Farnesina. Tuttavia, era stato fatto anche notare come l’Eritrea, di recente uscita dalle sanzioni e con risorse comunque contate, dovesse impegnarsi letteralmente in solitario ad affrontare una sfida, quella del Coronavirus, a dir poco piena d’incognite; e per questo non ci si poteva permettere il lusso di compiere nessuna leggerezza. Proseguendo su quella scia, il paese risulta aver ormai chiuso le proprie frontiere e limitato al massimo gli arrivi dall’esterno, anche per via aerea, mentre ogni giorno le sue autorità mediche e sanitarie, cominciando dal Ministero della Sanità, rilasciano dispacci che informano circa lo stato di salute della popolazione e i provvedimenti che questa deve seguire per la propria sicurezza. Sono stati chiusi per esempio tutti gli esercizi come bar e ristoranti, mentre restano attivi solo per ragioni di stretta necessità certe imprese e banche, insieme a farmacie e negozi di generi alimentari; inoltre sono stati posticipati i pagamenti e le varie bollette. Così, ad oggi, sembrerebbe che, su un totale di dodici persone, gli unici malati conclamati in Eritrea siano cittadini giunti nel paese dall’estero prima che fosse stato applicato lo stop ai voli aerei. Per un piccolo paese africano, circondato dall’epidemia e che ha una guerra come quella dello Yemen sull’altra costa del Mar Rosso (e anche là, c’è da temere che il Coronavirus possa fare non pochi danni), è un risultato davvero tutt’altro che disprezzabile.

Nel paese, poi, vi è una forte e crescente domanda di disinfettanti per le mani, e per tale ragione lo stabilimento della Asmara Brewery ha messo a disposizione i suoi impianti per produrli, mentre si sta riponendo sempre più attenzione sulle capacità di cura che potrebbero derivare da due farmaci antimalarici, ovvero l’idrossiclorochina e la clorochina, ma analogo interesse è riservato anche ad altre medicine che, all’estero, hanno ugualmente dimostrato un promettente potenziale. Soprattutto in questo senso la collaborazione con alcuni partner internazionali come la Cina, che già ora sta assistendo ottanta paesi nel mondo nella lotta al Coronavirus, può rivelarsi a dir poco decisiva, attuando una sinergia che potrebbe trasformarsi in un modello da seguire per tutto il resto del Continente africano. L’Eritrea, infatti, con la sua politica cauta, diligente e basata sul buon senso, ci sta insegnando quanto sia importante non sprecare le poche risorse che si hanno ma, al contrario, valorizzarle e razionalizzarle in modo da ricavarne il maggior risultato possibile: insomma, con poco, riuscire a fare tanto. Ciò, unito alla cooperazione con altri paesi, può costituire un modello tale da assicurare a tutta l’Africa (e non solo) quel “punto di svolta” oggi più necessario che mai.

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