CFTA

Lo scorso 21 marzo a Kigali, capitale del piccolo Ruanda, il presidente Paul Kagame ha tenuto a battesimo il CFTA, l’accordo di libero commercio che unisce 44 fra le 55 economie del Continente Africano. Per il presidente ruandese è una vittoria storica: malgrado le esigue dimensioni del suo paese, infatti, è riuscito a far trionfare la propria linea liberista in un continente dove fino ad oggi hanno ampiamente dominato dazi e balzelli di ogni tipo. Non a caso, i vari paesi africani commerciano più con l’estero, Occidente o Cina, che fra di loro.

Riferendosi agli undici paesi che ancora non aderiscono al Trattato di Libero Commercio, i cui negoziati erano iniziati a Johannesburg nel 2015, ha usato queste parole: “Alcuni cavalli hanno scelto di venire alla fonte, altri finiranno per morire di sete”. Tra questi paesi c’è la Nigeria, la più importante economia dell’Africa Nera, nonché la più popolosa, che per il momento preferisce restarsene alla finestra.

Non vanno sottovalutate neppure le defezioni di altri paesi importanti, come la Namibia, lo Zambia, il Botswana, la Tanzania e l’Eritrea, nonché quel Sudafrica che pure fino a poco tempo prima aveva avuto un forte ruolo proprio nella nascita del CFTA. Il Continental Free Trade Area (CFTA) promette di abbattere i dazi sul 90% dei prodotti africani, anche se ancora si deve stabilire esattamente quali prodotti.

Il CFTA, a guardare i dati del PIL africano degli ultimi cinque anni, sembra in effetti convenire più alle piccole che alle grandi economie della regione, che probabilmente da un simile accordo di libero commercio temono solo di riportare danni ai loro settori economici e produttivi ormai già avviati. Tolta l’Etiopia, che ha aderito con interesse all’iniziativa, sono infatti paesi piccoli e medi come la Guinea, il Burkina Faso e la Sierra Leone, oltre ovviamente al Ruanda, a caldeggiare maggiormente il CFTA.

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