Charles de Gaulle è considerato quasi unanimemente il moderno padre della patria francese e tra le figure di maggior spicco della nascente Comunità Europea.

De Gaulle fu soldato nella Prima guerra mondiale, organizzatore della resistenza anti-tedesca durante la Seconda, dall’esilio a Londra dove fondò il movimento “Francia Libera” nel 1940 allo sbarco in Algeria e poi alla liberazione di Parigi nel 1944. Finito il regime collaborazionista di Vichy e restaurata la Repubblica (la Quarta) entrò dunque in politica, diventando capo del governo provvisorio francese, poi subito dopo presidente del consiglio facendo approvare un vasto piano di riforme, dal voto alle donne alle nazionalizzazioni di interi settori strategici e alla costruzione di un moderno stato sociale.

Dimessosi nel 1946, fonda un suo partito, il Rassemblement du Peuple Français, con l’obiettivo di combattere la frammentazione politica e la litigiosità in cui versava la Quarta Repubblica. Ma a partire dalla metà degli anni Cinquanta de Gaulle, deluso dallo scenario politico, si ritira gradualmente a vita privata. Ritiro che non dura molto, perché nel 1958 il crollo delle colonie francesi in Indocina e l’esplosiva situazione in Algeria travolgono le deboli istituzioni francesi e convincono de Gaulle a rientrare in scena. Meno di un mese dopo, il primo giugno 1958 viene nominato praticamente a furor di popolo presidente del consiglio, con pieni poteri costituzionali.

È a questo punto che vara una nuova Costituzione di stampo semi-presidenziale, che viene approvata a grande maggioranza: è l’inizio della Quinta Repubblica. Diventato presidente, e rieletto nel 1965, De Gaulle diventa il campione dello sviluppo economico e dell’indipendenza nazionale della Francia. Dopo aver concesso l’indipendenza all’Algeria (una mossa che gli costerà l’odio dell’estrema destra colonialista e persino alcuni attentati), porta rapidamente la Francia, nonostante l’adesione al campo occidentale, ad una posizione di concreta equidistanza tra le due superpotenze USA e URSS.

In quegli anni de Gaulle avvia la “force de frappe”, il programma per dotare il paese di armi nucleari con potere di deterrente, riconosce la Repubblica Popolare Cinese, contribuisce allo sviluppo della Comunità Europea ma opponendo il veto all’ingresso del Regno Unito e immaginando un’Europa di stati sovrani confederati, estesa dall’Atlantico agli Urali, e soprattutto, nel 1966, dichiara l’uscita della Francia dal comando militare della NATO, con la conseguente chiusura di tutte le basi militari americane sul suolo francese e lo spostamento del quartier generale dell’alleanza da Parigi a Bruxelles.

Questa decisione fu presa in particolare dopo l’ennesimo tentativo di attentato, di cui De Gaulle scoprì il coinvolgimento di ambienti vicini al FBI statunitense. Degni di nota sono anche l’embargo a Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni, l’opposizione alla guerra americana in Vietnam e l’attacco portato alla supremazia del dollaro parificato all’oro, come prevedevano gli accordi di Bretton Woods. Il decennio da presidente finisce il 28 aprile 1969 dopo le forti contestazioni del maggio del Sessantotto (ma nel giugno dello stesso anno il partito gollista stravince ancora le elezioni) e il fallimento di un referendum su questioni regionali indetto da de Gaulle. A ottant’anni si ritira a Colombey-les-Deux-Eglises dove scrive le sue memorie e muore il 9 novembre 1970.

Abbiamo visto come attraverso gli anni, da militare e politico, De Gaulle sia riuscito a “impersonare” la Francia, prendendo letteralmente in mano il destino della nazione nei suoi momenti più difficili.

De Gaulle rappresentò come nessun altro l’idea stessa della grandeur del suo paese nel Novecento. Riuscì inoltre a creare un’ideologia, il gollismo, che, un po’ come il peronismo in Argentina, è diventato un elemento fondamentale per la Quinta Repubblica e con cui tutti hanno dovuto fare i conti, rivendicandone spesso l’eredità attraverso i molti partiti e movimenti che a esso si sono ispirati.

Il gollismo, che ha correnti di destra, di centro, di sinistra, ha creduto nella forza dello Stato nel produrre le trasformazioni sociali necessarie e nell’indipendenza nazionale, concretizzatasi con l’uscita dal Patto Atlantico, con l’autonomia energetica e con un ruolo da protagonista nel mondo, pur non senza contraddizioni. Per questo il gollismo aspirò ad essere l’ideologia di tutti i francesi, e anche se viene spesso percepita come una dottrina popolare-conservatrice ebbe una grande influenza anche sulle sinistre, come quella socialista del grande avversario di De Gaulle, François Mitterrand, che diventato presidente anni dopo confermò le grandi linee della politica gollista.

E oggi? Oggi in molti rivendicano l’eredità di de Gaulle, in Francia e non solo, ad esempio il centrodestra italiano per molto tempo ha detto di ispirarsi a lui nell’ottica di una riforma presidenziale. In realtà da anni le idee del generale-presidente sono state ampiamente sconfessate. In Francia il principale partito di centrodestra l’Ump, nonostante continui a definirsi gollista, ha subito soprattutto con l’arrivo di Nicolas Sarkozy una svolta liberale, liberista e filo-americana. Infatti, mentre il presidente Jacques Chirac nel 2003 si oppose duramente all’illegale guerra anglo-americana contro l’Iraq, facendo fronte comune con la Germania e la Russia, nel 2009 Sarkozy ha addirittura riportato la Francia nella NATO, reintegrandola pienamente quarant’anni dopo la decisione di de Gaulle di uscirne.

Sotto le presidenze Sarkozy e Hollande la politica estera francese si è dunque allineata pienamente a quella americana, con effetti devastanti, come la catastrofica (in termini di vite umane e per gli equilibri del Mediterraneo) guerra contro la Libia di Gheddafi nel 2011 e i tentativi di attaccare la Siria di Assad, un’altra pericolosa guerra sventata all’ultimo momento grazie all’opposizione decisiva della Russia e della Cina.

Recentemente il Front National di Marine Le Pen ha abbandonato l’ideologia smaccatamente di estrema destra nostalgica di Vichy per farsi portavoce di un patriottismo di stampo gollista. Infine non si deve dimenticare il “gollismo di sinistra”, tra i cui maggiori esponenti c’è l’ex socialista, più volte ministro, Jean Pierre Chevenement.

Tuttavia è chiaro che la politica gollista non abiti più dalle parti dell’Eliseo. Che dire infatti dell’atteggiamento bellicoso e sanzionatorio tenuto dalla Francia e dall’Unione Europea nei confronti della Russia, in seguito alla crisi ucraina, iniziata con la rivoluzione colorata – un colpo di Stato a tutti gli effetti sostenuto dalle capitali occidentali – che rovesciò il governo democratico del presidente Yanukovic?

La visione internazionale di de Gaulle, che al tempo promosse ampi rapporti e amicizia con l’Unione Sovietica e con i paesi del Patto di Varsavia, è stata dimenticata in favore di una politica di confronto infruttuoso e pericoloso per l’Europa, ma dettata principalmente dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e da paesi come Polonia e repubbliche baltiche. Particolarmente imbarazzante, per la Francia, è stato il “caso Mistral”, dal nome della flotta di portaelicotteri costruita da Parigi che doveva essere consegnata alla Russia: consegna che invece è stata sospesa in seguito al referendum in Crimea e ancora non si sa se l’accordo verrà onorato oppure la Francia dovrà rimborsare la Russia per la mancata consegna.

Se questa è la condizione attuale dell’Europa, è il presidente russo Vladimir Putin, diventato bersaglio dell’Occidente, a considerare ancora valido il progetto geopolitico gollista di un’Europa unita in una confederazione di Stati sovrani insieme alla Russia e svincolata da un’influenza anglo-americana oggettivamente in contrasto con gli interessi degli stessi paesi europei.

“A questo riguardo, mi ricordo molto bene della tradizione gaullista. Il generale de Gaulle ha sempre cercato di proteggere la sovranità francese. E de Gaulle è degno di rispetto.[…]c’è anche l’esempio di Mitterrand, che parlò della Confederazione Europea con la partecipazione della Russia. E io spero che niente sia perduto, per quanto riguarda l’avvenire dell’Europa.” (Vladimir Putin, 2014)

Insomma appare chiaro che se il progetto europeo di De Gaulle prevedeva sovranità nazionale, indipendenza dalla NATO e un modello economico statalista, l’attuale Unione Europea non potrebbe esserne più lontana, essendo diventata a partire dagli anni Novanta uno strumento essenzialmente liberista e dove l’introduzione della moneta unica ha privato gli Stati della loro politica monetaria cedendola a un sistema bancario completamente privatizzato.

Charles de Gaulle, per usare le sue parole, aveva una “certa idea di Francia”: patriota appassionato, per alcuni versi fu un “euroscettico” ante litteram, perché aveva capito quali non dovessero essere le caratteristiche di quella Comunità Europa che volesse conservare la propria identità. Da francese ed europeo fu anti-occidentale, perché aveva capito che l’Occidente, lungi dall’essere un luogo geografico, era solo l’ideologia del Patto Atlantico e della sudditanza europea agli Stati Uniti. Adesso, a cinquant’anni di distanza e di fronte alla crisi non solo economica in cui si specchia l’Europa, si sente la disperata mancanza di statisti come de Gaulle. E ricordando i suoi insegnamenti, si dovrebbe, da qualsivoglia parte politica, iniziare a pensare a una “certa idea di Europa”.

Giulio Zotta

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