Il sacrosanto diritto, sancito dalla Costituzione, alla presunzione di innocenza di chiunque sia coinvolto in una indagine sta diventando l’arma per mettere definitivamente il bavaglio ai giornalisti.

La riforma del Consiglio Superiore della Magistratura in discussione al Senato, infatti, sancisce che i giudici che dovessero rivelare notizie ovvero smentire alcune inesattezze, saranno sottoposti a procedimento disciplinare. I giornalisti, quindi, non potranno più chiedere conferme a fatti che spesso sono noti ma già da mesi, ormai, necessitano di “autorizzazione” per il recepimento di una norma europea del 2016 interpretata in modo restrittivo dal ministro Cartabia.

Ora sarà ancora peggio. Unica possibilità quella di conferenze stampa “per motivi di interesse pubblico”. Stabiliti da chi? Pensate cosa sarebbe potuto accadere se in un incidente come quello sull’alta velocità di venerdì nessuno avesse spiegato ai giornalisti, cosa fosse successo, se ci fossero o meno indagati o esistesse un fascicolo contro ignoti, pena il procedimento disciplinare. Ma lo stesso può valere per qualsiasi vicenda di cronaca, nota ai giornalisti che per professione debbono verificare le informazioni in loro possesso. Chi confermerà se c’è stato o meno un morto in un incidente stradale? E se è stato arrestato uno spacciatore? Se c’è una truffa assicurativa?

No, questa non è una garanzia per la presunzione di innocenza che è sancita nella Costituzione e che i giornalisti sono tenuti a rispettare per le regole deontologiche che si sono dati da tempo, è il bavaglio all’informazione e soprattutto al diritto dei cittadini di sapere.

Giovanni Del Giaccio

Responsabile Macro Area Libertà di informare ASR

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