In seguito alla conclusione della conferenza ONU sui cambiamenti climatici, svoltasi a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre (cop21), è doveroso fare alcune considerazioni sugli obbiettivi fissati per il futuro da questa assemblea.

L’impegno sottoscritto dai partecipanti di limitare il riscaldamento globale entro una soglia di 2 °C di differenza rispetto ai livelli preindustriali è stato definito dal Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius come “un punto di svolta storico” per quanto riguarda le politiche climatiche. Tuttavia, è bene far presente che questo accordo non sarà vincolante finché non sarà stato ratificato dai 55 partecipanti che nel complesso producono più del 55% dei gas serra su scala mondiale.

Ciascuna nazione che ratificherà l’accordo dovrà fissare un valore arbitrario da raggiungere entro un determinato tempo. La comunità internazionale si assicurerà che il paese raggiunga l’obbiettivo prefissato ma non vi saranno sanzioni in caso di mancato adempimento. Vi saranno comunque dei tentativi di imporre un cambio di direzione, come suggerito da Jeffrey Sachs, presidente dell’Earth Institute, il quale ha dichiarato che gli investitori istituzionali potrebbero limitare o annullare i propri contributi alle imprese basate sul carbone e altri combustibili fossili.

A quali risultati concreti punta, quindi, questa conferenza? Le interpretazioni offerte sono molteplici, ma di certo hanno suscitato clamore le parole di Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe e attuale presidente dell’Unione Africana, il quale ha accusato i Paesi più ricchi dell’ONU di voler scaricare le loro responsabilità sui paesi in via di sviluppo, le cui risorse per far fronte al riscaldamento globale sono al momento insufficienti. Mugabe ha sottolineato come per questi paesi lo sviluppo industriale e l’eliminazione della povertà siano obbiettivi prioritari, e la ratificazione di accordi come quelli proposti dalla conferenza finirebbero per ledere la crescita di paesi che, per ovvi motivi storici, non sono i principali responsabili dell’emissione di CO2.

Esaminando il grafico relativo alle emissioni di anidride carbonica per gli anni 1990 e 2012, salta subito all’occhio come la maggior parte delle emissioni di gas serra sia attribuibile a un numero limitato di paesi, caratterizzati tuttavia da una popolazione complessiva pari ad almeno la metà di quella mondiale. A sorprendere, tuttavia, sono i dati relativi alle emissioni pro-capite, che evidenziano un notevole squilibrio tra i consumi di paesi relativamente piccoli ma con uno sviluppo industriale già sufficientemente impostato e quelli di paesi che sono ancora in una particolare fase di sviluppo economico.

grafico emissioni

Data la sostanziale assenza di vincoli precisi per quanto riguarda le misure attuabili dai singoli paesi, la posizione di Mugabe appare come giustificata. D’altra parte la Cina, ovvero il principale responsabile delle emissioni totali di CO2, ha deciso di imboccare la via del cambiamento rispetto al periodo di forte crescita industriale che l’ha caratterizzata negli ultimi anni, dedicando più spazio e risorse alle energie rinnovabili e proclamando l’intento di affrontare i livelli problematici di inquinamento che affliggono le principali aree industriali del Paese. Allo stesso tempo, tuttavia, la Cina ha dichiarato non volersi assumere anche le responsabilità di quei paesi già industrializzati che, nei decenni precedenti, hanno contribuito in misura notevole all’inquinamento globale.

Qualora la Cina riuscisse a guidare la lotta al cambiamento climatico, è logico aspettarsi misure più flessibili per i paesi in via di sviluppo, senza contare il fatto che i paesi occidentali non potrebbero più usare allo stesso modo il problema dell’inquinamento contro la Cina e le altre economie “rivali”.

Elia Ansaloni