L’altro giorno, il senato della Repubblica ha ratificato il CETA, l’accordo di libero scambio tra Canada e Unione Europea. Hanno votato a favore tutti i partiti presenti tranne la Lega Nord, Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana e altri minori. Partito Democratico e Forza Italia hanno votato compatti a favore, tanto che nel centrodestra sono cominciati i primi malumori post-trionfo elettorale tra le visioni contrastanti di Berlusconi e Salvini.

Mattarella, casualmente, in questi giorni si trova proprio in Canada per ricambiare la visita che il Premier canadese, Justin Trudeau, fece in Italia meno di un mese fa. Libero scambio, ambiente, immigrazione sono i temi principali di questo viaggio.

Riguardo al CETA, noi di l’Opinione Pubblica ne parlammo proprio in quei giorni in cui il Consiglio dei Ministri ne approvò il disegno di legge di ratifica. Lo facemmo raccogliendo l’appello e le lamentele di Coldiretti che, a ragione, teme l’importazione di generi alimentari concorrenti a quelli italiani, di più scarsa qualità (e contraffatti), prodotti con l’utilizzo di agenti nocivi come il glifosato oppure con l’utilizzo d Ogm. Oltretutto, con l’approvazione del CETA, potrebbero rientrare nel libero scambio anche quelle merci di produzione statunitense, la cui importazione è stata scongiurata con l’affossamento del TTIP, ma che potrebbero ora arrivare in Europa passando dal Canada.

Ma già a luglio, in occasione del G20 di Amburgo, l’Unione Europea potrebbe raggiungere l’accordo per un altro grande Trattato di libero scambio, stavolta con il Giappone.

La commissaria Ue al commercio, Cecilia Malmstroem, è intervenuta nei giorni scorsi per chiarire alcuni punti e mettere a tacere le voci che sono trapelate riguardo all’accordo sul Jefta:

“Spero chiuderemo l’accordo molto presto”– ha detto. Aggiungendo anche che ha ricevuto l’ordine di “stare a Tokyo fino a che sarà necessario”.

Venerdì scorso, Greenpeace Olanda ha pubblicato 200 pagine di leaks sull’accordo commerciale segreto tra UE e Giappone (Jefta). Potrebbe essere il più grande accordo di questo genere sottoscritto dall’Unione Europea.

Si tratta di documenti datati tra fine 2016 e inizio 2017 e se il lettore avrà voglia di andarsi a sfogliare le pagine pubblicate, vedrà che oggetto dell’accordo sono i più svariati temi: dal commercio di beni in senso stretto, al settore sanitario,all’elettronica, alle telecomunicazioni, alla finanza, agli investimenti e via dicendo.

Ovviamente la preoccupazione principale di Greenpeace riguarda la caccia alle balene e al commercio illegale di legno. Il primo punto comunque non dovrebbe rientrare nel mandato negoziale, mentre sul secondo, a detta della Malmstroem, ci sarà una dichiarazione specifica perché il Giappone si impegni a vietarlo.

Greenpeace inoltre, ritiene che la globalizzazione vada governata da regole che riguardano soprattutto l’aspetto dell’impatto ambientali, del clima, dell’inquinamento. Per questo sono stati pubblicati dieci punti da seguire durante i negoziati sui grandi trattati di libero commercio.

La nostra contrarietà a questo tipo di accordi si basa soprattutto sulla difesa delle produzioni nazionali, sulla salvaguardia dei posti di lavoro e dei salari e sul rispetto degli standard qualitativi delle produzioni, che vanno poi a incidere sulla salute dei cittadini.

Il problema di fondo di questi Trattati di libero commercio è che sono concepiti esclusivamente per favorire l’esportazione. Per esportare di più si tolgono dazi e limiti all’importazione. In questo modo però accade che a risentirne sono proprio le produzioni nazionali, le quali soccombono davanti alla concorrenza di prodotti più scadenti e molto più economici provenienti dall’altra parte del globo.

In questo modo l’azienda produttrice italiana deve rinunciare a vendere il proprio prodotto nel mercato interno e mutare la propria strategia commerciale a favore dell’esportazione. Il cittadino italiano è razionalmente portato a comprare il prodotto meno caro e per questo sceglierà il prodotto estero più scadente.

Ad esempio, il CETA dovrebbe prevedere per il nostro Paese la più facile esportazione di formaggi di qualità verso il Canada. Cosa e buona e giusta, diremmo. Ma allo stesso tempo, il Canada avrà la possibilità di esportare verso l’Italia carne bovina e suina, prodotta con agenti vietati dagli standard europei. L’Italia ha bisogno di carne canadese o statunitense? Certamente no, ma per esportare di più, bisogna concedere al Canada di fare lo stesso con noi. La produzione di carne nazionale avrà così un nuovo temibile concorrente e probabilmente dovrà trovarsi nuovi sbocchi di mercato all’estero.

L’agguerrita concorrenza genera anche una guerra dei prezzi volta al ribasso e di conseguenza un abbassamento dei salari e dei diritti sociali acquisiti. Inoltre, arriverà il momento (come è avvenuto l’anno scorso per il grano, o come avviene per il latte) che i prezzi di mercato saranno talmente bassi che costringeranno gli imprenditori a ridurre le produzioni o a virare verso qualcos’altro.

Tornando al Jefta, sicuramente ci sono settori in cui Unione Europea e Giappone possono negoziare un accordo commerciale affinché le proprie economie possano diventare complementari. Ogni parte mette a disposizione dell’altra qualcosa di cui si ha carenza. Per questo non bisogna essere contrari ai grandi accordi in partenza.

Purtroppo, però, questi accordi commerciali ci hanno dimostrato che non è così e come abbiamo visto, sono concepiti per aumentare le esportazioni e togliere limiti alle importazioni, mettendo in crisi le produzioni nazionali. E’ questo uno dei problemi della globalizzazione, di cui Greenpeace è sicuramente uno degli strumenti.

Altro tema fondamentale dei grandi Trattati di libero scambio è la questione di questi arbitrati internazionali o corti speciali, che sono chiamati a giudicare sui contenziosi tra Stati e multinazionali.

E’ il trionfo della globalizzazione e del mercato, che riesce a mettersi perfino al di sopra del potere statale e al controllo democratico. In questo modo, i rappresentanti dei cittadini non avranno più nessun controllo sull’economia, sul commercio e non potranno più definire gli standard qualitativi o impedire il commercio di un tale prodotto per questioni di salute o per altri validi motivi. Le multinazionali avranno la possibilità di far valere i propri diritti, farsi risarcire profumatamente e riuscire a vendere merci e prodotti del tutto indesiderati.

La politica, del tutto svuotata di potere, dovrà sottomettersi completamente alla dittatura del mercati. Non potranno decidere su nulla, non avendone il controllo. Ecco allora che la classe politica si fa sempre più incompetente, facilmente corruttibile e si adatta al nuovo corso perché è l’unico modo che ha per sopravvivere.

Marco Muscillo

Nato nel 1988 a Tricarico in provincia di Matera. Vive in Umbria da più di 20 anni. Ha studiato Storia della Società, della Cultura e della Politica all'Università di Perugia. Ogni tanto si diverte a scrivere articoli per l'Opinione Pubblica.

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