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No, non stiamo commentando un post pubblicato nel blog di Alberto Bagnai, o un paper di Warren Mosler in cui ci parla dei cardini su cui si basa la sua MMT. Stiamo parlando di uno  studio della Banca Centrale Europea, condotto da due economisti ricercatori della stessa BC.

Per chi volesse cimentarsi nella lettura dell’intero studio tecnico, può andarsi a leggere il working paper (n. 2072/ Giugno 2017) dei ricercatori Marek JarocińskiBartosz Maćkowiak dal titolo: “Monetary-fiscal interactions and the euro area’s malaise”.

Attenzione, gli autori ci fanno sapere già in copertina che:

Disclaimer: This paper should not be reported as representing the views of the European Central Bank
(ECB). The views expressed are those of the authors and do not necessarily reflect those of the ECB.

Non aspettatevi pertanto un cambio di politica economica dalla BCE o dalle altre Istituzioni europee.

In questo articolo noi faremo riferimento alle parole pubblicate nel sommario non tecnico, pubblicato il 29 giugno nel Research Bulletin No.36, sul sito della BCE.

Il bollettino di ricerca, dopo una piccola introduzione, si compone di tre capitoletti: Risultati macroeconomici guidati da aspettative di auto-soddisfazione, consolidamento macroeconomico effettivo, osservazioni finali.

L’introduzione è già di per se molto interessante, perché mette a confronto la politica economica attuata nell’area euro, con gli scarsi risultati ottenuti:

Quando la politica monetaria e fiscale vengono condotte come nell’area euro, l’effetto aspettativa degli operatori economici può portare a fluttuazioni indesiderate della produzione, dell’inflazione, e degli spread dei titoli di Stato. L’organizzazione di una politica alternativa consentirebbe una più efficace stabilizzazione macroeconomica.

Sulla scia della crisi finanziaria mondiale del 2008, l’area dell’euro ha subito un periodo di malessere, con una debole attività economica, l’inflazione persistente al di sotto dell’obiettivo della Banca Centrale Europea “inferiore, ma vicino al 2%”, i tassi di interesse della BCE vicini allo zero, e oscillazioni degli spread delle obbligazioni di Stato. Questo articolo, basato sullo studio Jarociński e Maćkowiak (2017), mette in evidenza il legame tra questi risultati e i vincoli sulla politica monetaria e fiscale: il limite inferiore sui tassi di interesse nominali e il rischio di ristrutturazione del debito pubblico o di default nell’area dell’euro. Spiega come queste funzioni possano rendere l’economia soggetta a risultati indesiderati e discute di un possibile rimedio”.

Nella prima parte si spiega il modello presentato dai due economisti e già qui vi leggiamo qualcosa di molto interessante e che purtroppo già sapevamo:

“[…]. Se gli operatori economici sono ottimisti, attribuiscono una bassa probabilità alla ristrutturazione del debito o al default, implicando che gli spread sono bassi. Se gli operatori diventano pessimisti, richiedono elevati spread, spingendo in su la scorta del debito e aumentando la probabilità di ristrutturazione del debito o di default. Secondo il modello, l’aumento dei prestiti obbligazionari del governo nel 2011-12 può essere spiegato dal pessimismo degli operatori, mentre il calo dei spread può essere spiegato dal loro rinnovato ottimismo, probabilmente generato dall’annuncio della BCE del programma di interventi sul mercato dei titoli di Stato (OMT).”

Passiamo ora al capitolo centrale:

“Il modello suggerisce che una stabilizzazione macroeconomica efficace sarebbe stata possibile sotto un accordo alternativo per la politica monetaria e fiscale. Il debito pubblico aumenta tipicamente all’inizio di una recessione. La politica fiscale deve decidere quando spostare l’attenzione dalla stabilizzazione del ciclo economico alla sostenibilità del debito. Se il debito è percepito come soggetto al rischio di ristrutturazione o inadempienza, la sostenibilità del debito può diventare una preoccupazione pregiudizievole a scapito della stabilizzazione del ciclo economico.  Al contrario, supponiamo che un fondo gestito centralmente potrebbe acquistare il debito pubblico nazionale dei paesi dell’area dell’euro e emettere proprie obbligazioni nominali (per semplicità denominate “eurobond”), come ad esempio proposto da Sims (2012). Le euro-obbligazioni sarebbero a zero rischio default, cioè il fondo e la BCE sarebbero d’accordo sul fatto che le euro-obbligazioni maturate, emesse nell’ambito di un intervento di politica concertata, sarebbero convertibili in valuta corrente, allo stesso modo dei depositi di riserva in scadenza alla BCE. In questa struttura, il valore attuale del surplus primario di ogni autorità fiscale nazionale avrebbe due componenti: una parte che fluisce nel fondo e una parte che fluisce verso altri creditori. Dopo un disastro recessivo, le eccedenze primarie che scorrono al fondo potrebbero diminuire fino a quando non si è raggiunta una completa ripresa. Un calo delle eccedenze primarie rispetto al valore degli eurobonds implica un aumento della ricchezza degli operatori economici a un determinato livello di prezzo. La produzione e l’inflazione sarebbero stimolate dal momento che gli operatori avrebbero speso la ricchezza extra.”

Veniamo quindi alle stupefacenti conclusioni:

In un’economia con la propria valuta fiat, l’autorità monetaria e l’autorità fiscale possono assicurare che il debito pubblico denominato nella moneta fiat nazionale non possa fare default, ossia che i titoli di Stato maturi sono ripagabili in valuta corrente. Con questo sistema in vigore, la politica fiscale può concentrarsi sulla stabilizzazione del ciclo economico finché la politica monetaria taglia i tassi di interesse. Tuttavia, le autorità fiscali dei paesi dell’area dell’euro hanno abbandonato la capacità di emettere debiti a zero rischio default. Di conseguenza, è stata difficile ottenere una stabilizzazione macroeconomica efficace. Coordinando la politica di bilancio dei singoli paesi attorno ad una comune area euro, lo strumento del debito a zero rischio default migliorerà i risultati del ciclo economico. Lo studio Corsetti et al. (2016) descrive questa proposta nel dettaglio e tratta le possibili sfide, compreso il rischio di una ristrutturazione del debito pubblico nazionale”.

Ovviamente lo studio ha come obiettivo quello di migliorare la politica economica della zona euro, spingendo verso una maggior integrazione dell’Unione Europea, introducendo lo strumento degli eurobonds, i quali però non risolvono il problema principale, ossia che in un’area economica non ottimale come è l’Eurozona anche con una politica fiscale espansiva e con una Banca Centrale che emette garantisce i titoli debito pubblico, gli squilibri tra le varie aree non si arresteranno, ma anzi aumenteranno le divergenze, che andranno poi sopperite con una politica di trasferimenti fiscali.

Tuttavia, le conclusioni a cui arrivano i due economisti sono le stesse sono le stesse di cui parlano coloro che chiedono una disgregazione della zona euro e cioè che, in un regime economico in cui uno Stato emette debito pubblico denominato in valuta corrente, il default è impossibile perché la Banca Centrale, emittente di quella moneta, può comprare tutto il debito pubblico che non riesce a piazzare sui mercati finanziari, senza particolari rischi. Questo non crea problemi finché si rimane nei limiti della capacità produttiva di quel Paese.

Essendo uno dei Paesi più industrializzati e che basa la propria economia sull’esportazione manifatturiera, l’Italia non avrebbe problemi ad attuare una politica simile, oltre a non avere problemi ad utilizzare una moneta soggetta a fluttuazioni nel cambio. A questo punto, paragoni con economie più deboli come quelle dell’America latina o dell’Africa, molte delle quali si basano sulla produzione e l’esportazione di materie prime che vengono pagate in dollari ( e per questo vanno in difficoltà quando il valore della valuta corrente scende repentinamente), sono del tutto fuori luogo.

E che dire del pericolo spread, dell’elevato debito pubblico e delle politiche di austerità introdotte con l’intenzione (disattesa) di contenerlo e di ridurlo? Sono problemi che sussistono soltanto in un sistema economico in cui l’autorità fiscale ha “abbandonato la capacità di emettere debiti a zero rischio default”, un’esclusiva dell’Eurozona.

 

Marco Muscillo

UN COMMENTO

  1. Nei primi anni 90′ la crisi italiana era enorme con la £ira in caduta libera,furono rubati miliardi con il Quantum di Soros,la situazione era tragica; poi con l’avvento dell’€uro fisico il primo gennaio 2002 e il definitivo changeover il primo febbraio dello stesso anno c’è stato un periodo di credito infinito e raddoppio dei prezzi, per poi arrivare alla crisi americana del 2006/07/08 e la conseguente bufala italica di Monti per cacciare Berlusconi e del suo spread che nulla ha fatto tranne immettere terrore e triplicare la tassazione sugli immobili e allungare ‘età pensionabile…!!!Tralascio gli altri governi quali Letta-Renzi-Gentiloni (sono lo stesso Governo) che è meglio!!!
    Dopo questo excursus breve degli ultimi 20 anni, ci sarebbe da dire che la sottoscritta esattamente 20 anni fa aveva 20 anni, quindi si è beccata il ventennio dei trattati inutili, dei fallimenti, dei governi tecnici ecc ecc. A questo punto e scrivo da persona da sempre anti €uro,non capisco per quale motivo con una moneta sovrana uno stato non possa dichiarare default, quando altri stato con moneta sovrana sono falliti, come era fallita l’Italia nel 1995.

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