Vladimir Putin

Cominciamo parlando dell’Ucraina. Qual è la sua opinione su quant’è avvenuto in questo paese a partire dall’anno scorso ad oggi? Si trova d’accordo con la tesi europea ed americana secondo cui la Russia avrebbe invaso l’Ucraina? La caduta di Yanukovich è stata frutto di una vera rivoluzione popolare e democratica, o di una rivoluzione colorata orchestrata dall’Occidente?

Fino all’ottobre 2013 era al potere Janukovich, un presidente opinabile ma eletto democraticamente nel 2010. L’ascesa al potere di Turchinov e Jatsenjuk è il risultato di un golpe sostenuto dai principali Paesi occidentali, analogamente a quanto era già avvenuto nel 2004 con la “rivoluzione arancione”, che portò al potere Viktor Jushenko.

A differenza di allora, però, stavolta la componente ultranazionalista ucraina, forte nell’Ovest del Paese, ha avuto un ruolo molto più importante, acquisendo voce in capitolo al momento di formare i nuovi quadri governativi. La folta presenza nei principali rami istituzionali di partiti come Svoboda e di movimenti paramilitari come Pravij Sektor e Spilna Sprava ha subito degenerato la situazione, chiamando in causa direttamente la Russia, coinvolta non solo dal preesistente accordo bilaterale per la concessione della base navale crimeana di Sebastopoli, valido fino al 2042, ma anche e soprattutto dalle intenzioni esplicite dei gruppi saliti al potere.

I provvedimenti annunciati per la cancellazione del russo dalle lingue ufficiali del Paese, l’avvio di trattative per l’ingresso del Paese nella NATO, il delirante piano per dotarsi di armi tattiche nucleari e richiedere all’ONU la licenza di attacco preventivo, la cieca e fanatica rimozione di tutti i riferimenti al passato sovietico e la limitazione della libertà religiosa per gli ortodossi fedeli a Mosca, erano soltanto i prodromi per avviare una pulizia etnica su larga scala nel Donbass e provocare lo scontro con la Russia.

In definitiva le responsabilità dei Paesi NATO ci sono, ma quella ucraina era una bomba ad orologeria pronta ad esplodere sin dal 1991, quando a Belovezha i leader di Russia, Bielorussia e Ucraina decisero, per altro contro il parere popolare referendario di nove mesi prima, di liquidare definitivamente l’URSS senza rinegoziarne i confini interni, lasciando così milioni di russi etnici fuori dalla Federazione Russa.

Trova giusto l’atteggiamento tenuto da Stati Uniti ed Unione Europea nei confronti della Russia? Per esempio, le sanzioni e l’esclusione dal G8 sono state mosse corrette, sì o no?

Chiaramente no. Chiunque conosca la geopolitica post-sovietica sa bene che, dopo la grande espansione della NATO tra il 1999 e il 2009, l’Ucraina e la Bielorussia costituiscono in Europa Orientale un “cordone sanitario” che separa le truppe dell’Alleanza Atlantica da quelle russe. Pensare di destabilizzare l’Ucraina e di integrarla nei meccanismi euro-atlantici è semplicemente folle.

Dal punto di vista strettamente militare, equivale allo sfondamento dello spazio di sicurezza della Russia. Da un punto di vista più globalmente politico, è una pericolosa provocazione che rischia di compromettere irrimediabilmente i rapporti euro-russi, con tutte le disastrose conseguenze economiche che stiamo osservando.

L’Ucraina, così com’è oggi, può solo federalizzarsi, aumentando il livello di autonomia per le regioni sud-orientali, ma restando un neutrale ponte di dialogo tra l’Europa e la Russia. L’estensione delle sanzioni, appena varata dalla Commissione Europea, va in una direzione che fa il paio con l’esclusione della Russia dal G8.

La linea dura Obama-Merkel è una presa di posizione ottusa e anacronistica, che trova ampie contestazioni all’interno dell’opinione pubblica europea. In questo senso, i popoli sembrano mostrare molta più maturità e intelligenza dei propri leader.

A suo giudizio, quali effetti potranno avere le sanzioni occidentali alla Russia e le contro-sanzioni russe all’Occidente? Rafforzeranno i BRICS e l’alleanza anche economica tra la Russia e i paesi emergenti oppure non avrà influenza in questo senso?

Le sanzioni limiteranno pesantemente gli investimenti russi in Europa, con gravi rischi di tenuta per le nostre economie.

Avranno senz’altro degli effetti indiretti sui legami economico-commerciali tra la Russia e gli altri Paesi del BRICS, ma soltanto nella misura in cui rafforzeranno una tendenza già emersa da anni. In particolare, l’alleanza tra Russia e Cina procede al di là della crisi ucraina.

Le sue radici vanno cercate nella creazione del Gruppo di Shanghai nel 1996 e nella sua evoluzione, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, fondata nel 2001. Da allora, grazie alla ratifica di un apposito trattato per i rapporti di buon vicinato, Mosca e Pechino sembrano aver completamente superato le ostilità e le diffidenze della Guerra Fredda, allargando una cooperazione inizialmente focalizzata sulla lotta contro il terrorismo in Asia Centrale, anche ai settori industriali, finanziari e tecnico-scientifici.

Non è improprio considerare questo ritrovato rapporto come una riproposizione moderna del Trattato di Nerchinsk, concluso tra Pietro il Grande e l’Imperatore Kangxi nel 1689.

Crede che Vladimir Putin sia un nostalgico dell’URSS, come dicono Obama e Kerry, e che voglia pertanto davvero ridar vita all’Unione Sovietica, oppure a suo giudizio l’Unione Eurasiatica è una cosa diversa? E se sì, in che termini?

Putin non è più nostalgico dell’URSS di quanto lo sono quasi tutti i connazionali della sua età. E’ un sentimento personale, più che politico, molto diffuso. Ma ovviamente finisce lì. Nessuno crede di poter tornare tout court a Lenin e Stalin nel XXI secolo, nemmeno il Partito Comunista di Zjuganov.

Quello Stato, che tanto diede ai russi in termini di diritti sociali, prestigio e rispetto internazionale, aveva comunque dei grandi problemi strutturali, evidenti deficit democratici ed una visione economica ottusamente chiusa a qualsiasi forma di economia di mercato. La leadership sovietica, a differenza di quella cinese, non ha mai saputo riformare la propria struttura politica e produttiva e quando con Gorbacëv ha provato a farlo, lo ha fatto così male da liquidare tutto e spianare la strada ad uno dei decenni più bui nella storia della Russia.

Sotto questo aspetto, l’Unione Economica Eurasiatica non ha quasi nulla a che vedere con l’URSS. Anzitutto perché è un’unione doganale tra economie di mercato e poi perché non mette seriamente in discussione la sovranità dei Paesi aderenti, anzi rafforza il multilateralismo e il dialogo tra Mosca, Astana, Minsk, Yerevan e Bishkek. L’idea prende addirittura spunto da un’azzeccata intuizione del presidente kazako Nazarbayev, che a sua volta è debitore dello studioso pietroburghese Lev Gumilëv, cui – non a caso – è intitolato un prestigioso ateneo di Astana.

Il concetto di integrazione eurasiatica nasce dalle riflessioni di intellettuali del primo Novecento come Vernadskij, Trubec’koij e Florenskij, secondo cui la Russia-Eurasia coincideva con il grande spazio continentale centrale che separa Europa ed Asia, distinguendosi da entrambe.

Tuttavia, la “filosofia” dell’UEE ne è chiaramente una rielaborazione in chiave moderna, concreta e pragmatica. Non c’è nessun impero da rifondare: Putin non è né uno Zar né Stalin.

Parlando dei rapporti Italia-Russia, come li giudicherebbe? Pensa che sia stata azzeccata la mossa di Pratica di Mare e che il rapporto tra i due paesi sia d’interdipendenza e reciproco vantaggio, oppure crede che l’Italia e l’Europa dipendano dalla Russia e ne subiscano il ricatto, soprattutto in chiave energetica? E per quanto riguarda le aziende italiane operanti in Russia, che ne pensa?

Detto con estrema sincerità, Pratica di Mare è una tappa importante soltanto nell’agenda di Berlusconi, che è convinto di aver chiuso la Guerra Fredda e di aver integrato la Russia nell’Occidente.

Senza considerare il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato ABM alla fine del 2001, già un anno dopo Pratica di Mare l’amministrazione Bush jr avviò una massiccia campagna anti-russa, supportando tutte le “rivoluzioni colorate” nello spazio post-sovietico che, tra il 2003 e il 2005, andarono a scardinare i governi della Georgia, dell’Ucraina e del Kirghizistan, con pesanti conseguenze politiche e sociali su questi Paesi. Nel 2004, inoltre, Bush firmò il Belarus Democracy Act che andava a colpire la Bielorussia attraverso l’esplicito sostegno alle ONG e ai gruppi politici clandestini del Paese nel tentativo di rovesciare Lukashenko, stretto alleato di Putin.

In sostanza, poco dopo i primi accordi nel quadro della comune lotta al terrorismo internazionale, il partenariato Russia-NATO si è sostanzialmente arenato. Quella compresa tra il 2003 e il 2008 fu una stagione estremamente negativa per i rapporti tra l’Occidente e il Cremlino, culminata con la guerra in Ossezia del Sud. Il vero rapporto privilegiato tra Italia e Russia, così come oggi lo conosciamo, nasce nel novembre 2006, quando ENI e Gazprom firmarono un accordo strategico trentennale che prevedeva una cooperazione a 360 gradi tra i due giganti del mercato energetico, South Stream incluso. Fu Romano Prodi ad avviare questa nuova fase di relazioni privilegiate, sfruttando anche il contemporaneo inizio della parabola discendente dell’amministrazione Bush jr, dopo le dimissioni di Rumsfeld a causa del sostanziale fallimento nella gestione della guerra in Iraq.

Nel 2008, tornato al governo dopo la caduta del governo Prodi II, Berlusconi ebbe la lungimiranza di proseguire su questa scia, pagando un prezzo altissimo per certe scelte di politica estera. Come per la Libia, anche nel caso della Russia stanno andando in fumo decine di miliardi di investimenti italiani che rischiano di non essere mai più recuperati, a danno della nostra già provata economia.

Putin è ai vertici del suo paese dal 1999. Come giudica la sua politica? Che bilancio trarrebbe del suo operato, positivo o negativo? In cosa ha fatto bene ed in cosa ha fatto male?

Non è semplice riassumere un periodo così lungo in poche righe. Quasi tutti i russi sono concordi nel ritenere che nei primi quattro anni da presidente abbia svolto un lavoro enorme nel tentativo di risollevare le sorti dell’economia nazionale, dopo la crisi nera degli anni Novanta. Non si trattava semplicemente di “normalizzare” il nuovo capitalismo russo, sfuggito di mano perfino allo stesso Eltsin, ma di ripristinare il controllo dello Stato su alcuni asset strategici fondamentali, di riavviare i programmi militari e spaziali abbandonati dopo il 1992, di riportare i consumi su parametri accettabili e di costruire un tessuto sociale moderno, in linea con gli standard delle economie europee più avanzate, ossia di strutturare una classe media imprenditoriale che sostituisse quella essenzialmente impiegatizia dell’era sovietica.

Chiaramente, permangono ancora alcuni dei problemi derivanti dalla tragica brutalità con cui si è cercato di liquidare, in un modo per certi versi violento e innaturale, il sistema sovietico: le sacche di corruzione a vari livelli amministrativi, alcune disparità sociali, l’alcolismo, il crollo demografico di diversi centri industriali medio-piccoli delle regioni siberiane e le carenze di servizi nei villaggi più lontani dai centri urbani.

Tuttavia, se Putin, forte del ritrovato consenso del 2012, saprà sfruttare i tre anni che restano del suo mandato per comporre una classe dirigente politica di livello, anche al di fuori del partito Russia Unita, credo che potrà completare la sua esperienza politica nel 2024 con la certezza di non lasciare il Paese in mano a personaggi incompetenti, ambigui e pericolosi.

 

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