Erdogan

Il golpe in Turchia ha colto molti osservatori di sorpresa, tuttavia col senno di poi non appariva come qualcosa di tanto improbabile. Secondo lei perché? Chi poteva volere la testa di Erdoğan e per quali motivi?

Bisogna sbarazzare il campo dai troppi elementi di disturbo. Si tende a partire da una propria idea pregressa in forma “grezza” per poi adattarvi la realtà, alterando lo svolgimento o il senso politico dei fatti e far tornare per forza certi conti. Cerchiamo invece di procedere in senso inverso. Partiamo dai fatti. Fino ad un certo momento, venerdì sera, il golpe sembrava cosa fatta e tutti i media principali davano il presidente turco in fuga verso l’estero. Improvvisamente, CNN Türk manda in onda una videochiamata su FaceTime in cui Erdoğan in persona dichiara di essere perfettamente in grado di gestire la situazione ed invita energicamente il popolo a scendere in piazza per sventare il colpo di Stato. Ecco, questo è il passaggio decisivo di quella notte. Prima di allora, erano scese in strada solo poche centinaia di persone. L’annuncio di Erdoğan cambia tutto e stravolge gli equilibri perché, al di là dell’effettivo peso delle forze in campo, i sostenitori del presidente in quel frangente hanno cominciato a percepire il golpe come qualcosa di sfidabile.

CNN Türk è, per capirci, la “filiazione” turca di CNN International ed è posseduta a metà dalla turca Doğan Medya Grubu e dall’americana Time Warner. Dunque, è molto poco probabile che gli Stati Uniti possano aver organizzato direttamente il golpe, come in sostanza dice Erdoğan riferendosi al predicatore Fetullah Gülen. Più plausibile che alcune componenti del Congresso americano – specie tra i repubblicani – possano aver spinto o cercato di spingere per il golpe, magari anche in contatto nei giorni precedenti coi generali golpisti. Qui, però, entriamo in un campo difficile da decifrare, che riguarda molto più da vicino la transizione in atto alla Casa Bianca, in attesa delle prossime elezioni presidenziali di novembre.

Tornando alla Turchia, Erdoğan in mattinata poteva già cantare vittoria mentre giungevano le prime immagini della “vendetta” popolare ai danni dei soldati nella zona del ponte sul Bosforo. Sono seguite migliaia di arresti nell’esercito, nella polizia e nella magistratura. Dunque, anche parlare di “autogolpe”, come ha fatto Gülen, sembra privo di fondamenta. Il tentativo di golpe c’è stato sul serio e proviene da ambienti dell’esercito che kemalisti o meno – erano evidentemente in rotta di collisione con la conduzione del potere da parte di Erdoğan negli ultimi anni: dalla trasformazione in senso islamista dell’impianto giuridico del Paese alla guerra aperta con la Siria, e tutto quello che ne è derivato in termini di insicurezza lungo i confini e di compromissione con il jihadismo.

Il golpe è avvenuto esattamente il giorno dopo che il premier aveva annunciato la sua intenzione di normalizzare le relazioni fra Turchia e Siria, e poco dopo che Erdoğan avesse cercato un nuovo modus vivendi con la Russia. A suo giudizio quanto ciò potrebbe aver influito su tale azione?

Sì, va segnalata anche questa chiave di lettura ed è diventata molto popolare tra chi sostiene la prima ipotesi delle due che ho descritto prima, ovvero quella che prende spunto dall’accusa di Erdoğan verso il suo ex “mentore” Gülen. Tuttavia, la politica internazionale non è fatta di “bianco contro nero” né di istantanee dichiarazioni ufficiali, ma di varie gradazioni di grigio e di grandi decisioni strategiche. Erdoğan è da cinque anni protagonista di una guerra, ormai quasi personale, con la Siria di Assad. Da premier ha stretto una solidissima alleanza con la Fratellanza Musulmana e ha cavalcato le cosiddette “primavere arabe” per favorire l’ascesa al potere di partiti ultra-conservatori sunniti in Libia, Tunisia ed Egitto. A cominciare dalla deposizione di Morsi ad opera del generale al-Sisi, per arrivare allo stallo libico, alla caduta del governo Jebali in Tunisia ed infine all’intervento russo al fianco della Siria, le sue ambizioni sono state castrate ritrovandosi presidente di una potenza regionale in forte crisi di consenso.

Il cosiddetto progetto di “profondità strategica”, reinterpretato in chiave neo-ottomana, è deragliato e si è distrutto in mille pezzi. Dalla celebre politica degli “zero problemi” coi vicini, la Turchia è oggi diventata il principale focolaio di tensioni in Medio Oriente. Non è la prima volta che Erdoğan lascia aperta una finestra verso le potenze orientali, ed in particolare la Russia. Lo ha sempre fatto, anche quando in Siria la tensione tra Mosca e Ankara era alle stelle. Nel 2012, la Turchia entrò come partner per il dialogo – il livello di partenariato più basso – nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, l’organismo a guida russo-cinese per la sicurezza e lo sviluppo. Mentre Paesi membri osservatori come India e Pakistan, stanno procedendo speditamente per l’acquisizione dello status di pieno membro, ed anche altri di più recente ingresso, come l’Afghanistan, hanno mostrato un importante attivismo in seno all’Organizzazione, il protocollo di adesione turco è rimasto sempre fermo al livello di quattro anni fa. Se Putin ha diplomaticamente salutato con soddisfazione il ripristino dell’ordine in Turchia, dalla Cina non è arrivato nessun commento. La protezione garantita da Erdoğan agli estremisti uiguri, responsabili di attentati gravissimi non solo nella locale regione dello Xinjiang ma anche nella Cina orientale, è un elemento di discordia molto forte tra i due Paesi. Nel luglio del 2009, il presidente turco arrivò ad accusare Pechino di “genocidio” nei confronti della minoranza turcofona e musulmana dopo i gravi incidenti e scontri scatenati dai gruppi integralisti ad Ürümqi.

Dall’altra parte, invece, cresce il malumore tra Europa e Stati Uniti. Bruxelles ha stanziato ad Ankara ben 6 miliardi di euro – una cifra enorme se consideriamo i sacrifici chiesti l’anno scorso alla vicina Grecia col nuovo piano di risanamento – per la gestione dell’emergenza migranti col risultato che decine di migliaia di profughi, veri o presunti, continuano indisturbati a raggiungere la Grecia e la Macedonia. Con l’implementation day e la normalizzazione dei rapporti tra Washington e Tehran, la Casa Bianca si è allontanata dalla Turchia per portarsi in una posizione non ancora equidistante – Ankara è pur sempre membro NATO – ma certamente meno sbilanciata in favore di Erdoğan. Solo a golpe sventato, infatti, Obama, Merkel e Renzi hanno mostrato solidarietà al presidente turco. Hollande, ancora scosso per l’ecatombe di Nizza, si è detto preoccupato per le repressioni che arriveranno dopo il tentato golpe. La verità è che nessuno pare più fidarsi davvero della Turchia.

Questo golpe conferma il ruolo tradizionale dei militari come garanti della laicità e della Costituzione in Turchia, oppure lo contraddice? E qual è in tutta questa situazione il ruolo della NATO?

Col Processo Ergenekon, avviato nel 2008 contro quella che era stata presentata da Erdoğan come la più grande e pericolosa lobby interna all’esercito e alle istituzioni, era avvenuto qualcosa di analogo rispetto a quanto osserviamo oggi. Anche in quel caso Erdoğan puntò il dito contro personaggi a suo dire legati agli Stati Uniti. Nelle intenzioni ufficiali, infatti, l’inchiesta si era rivolta contro la cosiddetta “Gladio turca”, i suoi intrecci con la CIA, i suoi misfatti del passato ed i suoi legami del presente. Senz’altro, c’era del vero. L’operazione Stay Behind non è certo il frutto di un’invenzione ed in Italia lo sappiamo bene. Tuttavia, furono in molti ad accusare Erdoğan di aver utilizzato quel processo per portare avanti, in realtà, una ben più vasta repressione di ufficiali, giornalisti ed esponenti politici a lui avversi. Si arrivò, così, nel 2013 a ben 275 condanne per centinaia di anni di carcere. Lo scorso 21 aprile, però, la Corte d’Appello turca ha annullato tutte le condanne per mancanza di prove. Questo è un elemento che molti hanno tralasciato, ma credo sia di estrema importanza per comprendere i nuovi equilibri che si stavano venendo a creare, o a ricreare, negli ultimi mesi all’interno del Paese, in particolare nel rapporto – sempre conflittuale – tra molti ufficiali di lungo corso, legati alla tradizione kemalista della Repubblica, e l’AKP, il partito di Erdoğan, che pur non rinnegando completamente l’eredità di Ataturk, di fatto ne mette in discussione molti pilastri attraverso una particolare rivalutazione del passato ottomano.

Anche dopo la fine della Guerra Fredda, le forze armate turche hanno mantenuto una loro primaria importanza per le sorti politiche del Paese. Non soltanto perché parliamo del secondo esercito più imponente della NATO, dopo quello americano, ma anche perché il nazionalismo kemalista, emerso nei primi anni Venti del secolo scorso, è ancora molto sentito in Turchia, al di là dei rapporti internazionali e degli affari militari. Con l’ascesa al potere di Erdoğan, però, i militari hanno cominciato a perdere fette di potere importanti. Dapprima, con l’aiuto dello stesso Gülen. L’imam, in esilio negli Stati Uniti dal 1999, avvicinò il presidente alla sua potente confraternita Hizmet, costruita tra gli anni Ottanta e Novanta sulla scia della nuova “sintesi turco-islamica”, che aveva cominciato a creare divisioni anche all’interno delle stesse forze armate, tra chi restava fedele all’impostazione laica e chi cominciava a scoprire la possibilità di un nuovo “nazionalismo islamico”: un pericoloso incrocio che, col tempo, ha portato non pochi ex lupi grigi dalla parte di Erdoğan. Poi, attraverso la riforma dei corpi di polizia, sempre più folti e specializzati in compiti quasi-militari, proprio per controbilanciare i rapporti di forza rispetto all’esercito.

Che ne sarà di Erdoğan dopo il golpe? Esce realmente rafforzato dal fallito golpe oppure il suo destino è comunque segnato? Quali sono i possibili scenari futuri?

Io ho subito detto che ne uscirà indebolito. Altri, invece, continuano a sostenere che sul piano interno ne uscirà rafforzato, e tra questi vi sono molti di quelli che sostengono l’ipotesi dell’autogolpe di cui parlavamo all’inizio. Tuttavia, non è possibile separare in questo modo la dimensione interna da quella estera. Oggi la credibilità internazionale conta molto più di cinquanta o cento anni fa. I mercati sono interconnessi, i rating hanno un peso notevole sull’opinione di chi investe, la stabilità politica è diventata un criterio fondamentale anche sul piano economico e finanziario, le sfere della sicurezza e della trasparenza hanno implicazioni sempre maggiori sul processo di creazione di un buon clima per gli investimenti. Insomma, Erdoğan sta davvero giocando col fuoco. La sua fortuna è che, al momento, non esiste un altro leader forte che sia in grado di contrapporgli un’idea sociale diversa, più adatta alla Turchia del XXI secolo. Non si tratta qui di disquisire sul livello di “democrazia e libertà” presente in Turchia in senso astratto. Sarebbe una chiave di lettura sbagliata. Proprio nel momento in cui si è ritenuto di poter asfitticamente giudicare tutto il resto del mondo col metro delle nostre democrazie liberali, è cominciata la crisi sociale, economica e politica dei nostri sistemi. Non è un caso, né un paradosso. E’ stata proprio la mancanza di una visione plurale e aperta delle relazioni internazionali dopo la Guerra Fredda, ad aver portato gli Stati Uniti e l’Europa ad irrigidirsi su posizioni autoreferenziali, che hanno non di rado “isolato” i nostri Paesi occidentali dalle economie emergenti e da molti Paesi in via di sviluppo. Ogni realtà ha una sua storia nazionale e proprie caratteristiche culturali, politiche e demografiche, che vanno conosciute e comprese. Non possiamo pensare di livellare tutto nel nome di una generica “laicità” o di un’ancor più indefinita “libertà”. Piuttosto, si dovrebbe mettere in luce il percorso regressivo concreto del Paese, che sta scivolando verso una pericolosa forma para-teocratica di potere che inciderà giocoforza in senso negativo sulla sua potenzialità economica e sul processo di normalizzazione delle tensioni nel Vicino e Medio Oriente. E’ proprio questo il filo del rasoio su cui Erdoğan sta camminando.

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.