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Nasceva a Firenze il 13 aprile del 1808 un grande toscano, che al pari dei suoi corregionali Barsanti e Matteucci (i veri inventori del motore a scoppio, anche se la scoperta venne attribuita ad altri e riconosciuta loro solo pochi anni or sono, in modo ben più che postumo) fu pure un grande inventore: Antonio Meucci. Anche nel suo caso, per “ragion politica” ovvero d’affari, gli fu disconosciuta la paternità della sua grande invenzione, il telefono. Il merito gli venne riconosciuto solo un secolo dopo ma nel frattempo, il 18 ottobre 1889, Meucci era morto, povero ed amareggiato per il trattamento subito.

Appassionato di chimica e meccanica, e soprattutto d’acustica ed elettrologia, Meucci studiò alla “Scuola di Elementi di Disegno di Figura” all’Accademia delle Belle Arti. Assunto quindi come macchinista al Teatro della Pergola, vi attrezzò un piccolo laboratorio dove mise a punto un primo e rudimentale telefono acustico col quale comunicare all’interno del teatro.

Una compagnia teatrale lo scritturò insieme alla moglie Maria a Cuba, dove diventò una specie d’eroe nazionale per i suoi meriti nel campo del disinquinamento delle acque e soprattutto per aver introdotto la galvanostegia, una procedura che consente di ricoprire un metallo non prezioso con un sottile strato di metallo nobile, in modo da impedirne la corrosione.

Nel 1849, durante alcuni esperimenti di elettroterapia, scoprì la trasmissione della voce per via elettrica e battezzò così la sua invenzione col nome di “telegrafo parlante”, successivamente rinominato come “telettrofono”. Perfezionò l’invenzione a New York, servendosene per comunicare con la moglie che nel frattempo s’era ammalata ed era costretta a stare a letto.

Depositò il “caveat”, una sorta di brevetto provvisorio, col titolo di “Sound Telegraph”, nel 1871, ma a causa delle continue ristrettezze economiche a partire dal 1874 non potè rinnovarlo. Ciò fece il gioco dell’ingegnere scozzese Alexander Graham Bell, che nel 1876 ottenne il brevetto del “telegrafo elettrico”, il primo telefono della storia.

Il fatto diede inizio ad una lunga contesa fra Italia e Stati Uniti, tra sentenze e carte bollate, finché nel 2002 il Congresso degli Stati Uniti non riconobbe a Meucci la priorità nell’invenzione del telefono. In quel contesto emerse che lo stesso Meucci aveva presentato i propri disegni all’American District Telegraph, la società dove lavorava Bell, ben prima che quest’ultimo depositasse il suo brevetto.

Non fu comunque solo il telefono a consacrare Meucci come grande inventore: tra i suoi brevetti, infatti, vanno annoverate anche le “bevande frizzanti” a base di frutta e vitamine, i “fogli di carta bianca e resistenti”, un “nuovo modo di fabbricare candele” e gli “oli per vernici e pitture”.

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