Il Risorgimento italiano, meravigliosa incompiuta dopo tre Guerre d’indipendenza (1848-’49, 1859 e 1866), la spedizione dei Mille (1860) e la Breccia di Porta Pia (1870) è stato un movimento complesso ed articolato in varie anime. La diplomazia di Camillo Benso Conte di Cavour, le tradizioni militari di Casa Savoia, il neoguelfismo di Vincenzo Gioberti, il federalismo di Carlo Cattaneo, il socialismo di Giuseppe Mazzini ed il volontarismo di Giuseppe Garibaldi: proprio il generale nizzardo risultò una delle figure più significative e capaci di colpire l’opinione pubblica non solo in Italia. I suoi successi militari avevano goduto di ampia pubblicità e la carica idealista che lo aveva animato contribuiva ad accrescerne il mito, anche se l’impatto con la realtà unitaria era risultato ben al di sotto delle aspettative.

In effetti, nel Regno d’Italia, nato nel 1861, i reduci dei Mille ovvero dei Cacciatori delle Alpi avevano visto frustrate tanto le speranze di venire inquadrati nel Regio Esercito quanto i progetti di costituzione di una Guardia Nazionale su base volontaria, nella quale confluire ovvero in cui trasmettere alle nuove generazioni la propria carica ideale. Risaliva già all’autunno 1860 la proposta garibaldina inerente l’organizzazione dei volontari ed il loro inserimento organico negli apparati militari del nascituro Regno d’Italia, con particolare riferimento ad un Corpo d’Armata dei Cacciatori delle Alpi, nel quale raccogliere i volontari dell’Esercito meridionale desiderosi di restare sotto le armi, ma anche volontari stranieri, idonei al servizio militare appartenenti alle terre “irredente” e volontari non obbligati alla leva.

Altrettante frustrazioni si registravano sul versante politico e sociale, giacché la monarchia sabauda non corrispondeva ovviamente agli ideali repubblicani che avevano accomunato mazziniani e garibaldini, né tanto meno aveva attuato quelle riforme sociali che tanti patrioti auspicavano per la rediviva Italia. Chi nell’associazionismo dei reduci, chi nelle forme istituzionali della carriera militare ovvero della militanza nel nascente Partito Repubblicano, ma molti seguaci delle idee patriottiche e di riscatto sociale che avevano animato le camicie rosse si mantenevano comunque attivi sulla scena politica italiana. Analoghe spinte ideali si diffondevano tra gli irredentisti giuliani e trentini, per molti dei quali la militanza nel partito liberalnazionale all’interno delle istituzioni asburgiche era troppo poco, soprattutto con riferimento ad un discorso patriottico a forti tinte socialisteggianti.

Ulteriori delusioni sarebbero sorte in seguito alla Terza guerra d’indipendenza, durante la quale Garibaldi aveva pensato ad uno sbarco a Trieste, ma lo Stato Maggiore aveva valutato negativamente il progetto di tale operazione anfibia, benché Garibaldi avesse dato buona prova di sé come ammiraglio in America meridionale. Eppure qualcosa in merito a tali propositi doveva essere filtrato nell’opinione pubblica filoitaliana della Provincia del Litorale Austriaco, magari attraverso i sempre più consistenti nuclei di simpatizzanti garibaldini, giacché si erano rincorse voci di sbarchi e di insurrezioni organizzate da Garibaldi a Trieste o in Friuli. L’attenta sorveglianza delle autorità asburgiche aveva a suo tempo riscontrato nei suoi rapporti ufficiali il crescente entusiasmo suscitato dall’impresa dei Mille ed ora rilevava l’adesione popolare attorno alla figura carismatica del barbuto generale, il quale riscontrava vette di popolarità soprattutto nei ceti più bassi, tra gli operai e gli artigiani. Il litorale dalmata, d’altro canto, più che come una futura annessione, era stato considerato dai vertici militari italiani un campo di battaglia sul quale sferrare, con il gradimento dell’alleato prussiano, un’azione diversiva, tramite una spedizione di tipo garibaldino ovvero un’offensiva marittima condotta dalla flotta italiana. Non si trattava di una novità, poiché fin dal 1861-’62 re Vittorio Emanuele II Savoia aveva coltivato progetti riguardanti sbarchi in Dalmazia per provocare una sommossa antiasburgica in Ungheria. Già durante l’estate del 1862 sembrava che fossero in corso gli ultimi preparativi per una spedizione di Garibaldi in un non meglio precisato “oriente” (Albania, Grecia e Dalmazia potevano essere gli obiettivi), nell’auspicio dei vertici dello Stato italiano di sfruttare il fascino acquisito dalle camicie rosse in seguito alla spedizione dei Mille al fine di fomentare slavi e ungheresi ad insorgere contro Vienna, per poi intervenire con l’esercito regolare in Veneto: l’idealismo garibaldino stava diventando uno strumento della politica estera sabauda. Una volta compresi tali giochi dietro le quinte, non pochi erano stati coloro i quali avevano spostato l’azione militare negli scenari europei, sostenendo lotte per l’indipendenza, la libertà e la giustizia sociale in contesti affini a quello italiano, bene o male giunto ad un punto morto.

Tanto più che l’occhiuta vigilanza delle regie prefetture aveva stroncato sul nascere tentativi di scatenare un casus belli tra Roma e Vienna, nel 1882 morì nell’eremo di Caprera Garibaldi, il quale esercitava ancora un enorme carisma e nel medesimo anno la svolta triplicista della politica estera italica aveva accantonato definitivamente qualsiasi possibilità di addivenire ad una Quarta guerra d’indipendenza. La Triplice alleanza che univa Roma e Vienna tramite Berlino era un trattato che regolava aspetti di politica estera e militare, nelle cui pieghe la diplomazia italiana avrebbe cercato di estrapolare i “compensi” nelle terre ancora rivendicate a fronte di espansioni territoriali austro-ungariche nei Balcani. Né nella prima stesura, né nei successivi rinnovi vi era, né la prassi dell’epoca lo avrebbe previsto, alcun riferimento alle condizioni ed alla tutela degli italofoni ancora sudditi degli Asburgo: il sistema di Westfalia reggeva ancora, sicché all’interno dei propri confini lo Stato era sovrano indiscusso e non si prevedevano ingerenze di sorta. Solamente una realtà decadente e al centro delle mire delle Grandi Potenze come l’Impero Ottomano nonché le entità statuali africane ed asiatiche erano considerate ad un livello di “civiltà” talmente arretrato da consentire l’intervento delle cannoniere europee al fine di tutelare i sudditi cristiani ovvero di spalancare i porti al libero commercio.

La scollatura fra l’idealismo irredentista ed il pragmatismo della Realpolitik avrebbe raggiunto l’apice con l’inizio delle spedizioni coloniali nel Corno d’Africa: agli occhi dei giovani patrioti che parlavano di Patria e di libertà sembrava un controsenso che il governo italiano trascurasse i connazionali ancora sottoposti alla dominazione di un “secolare nemico”, al quale si era addirittura stretto in alleanza, per dedicarsi alla conquista di terre abitate da altre popolazioni. Gli ideali di libertà dei popoli oppressi e di riscossa sociale congiunta al perfezionamento di una nazionalità in un alveo statale, che in Italia si erano parzialmente realizzati, apparivano perciò destinati a rinvigorirsi in una dimensione europea. Dai circoli garibaldini radicatisi nella penisola così come nelle terre irredente si sarebbero, infatti, a più riprese mosse per cimentarsi sui campi di battaglia di Francia, Bosnia, Grecia ed Albania centinaia di volontari.

Lorenzo Salimbeni

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