Nell’intervista che Bashar Al-Assad ha rilasciato all’emittente Mediaset, il presidente siriano ha toccato, riassumendoli, quelli che sono i punti fondamentali della guerra in Siria e della questione terrorismo.

Queste parole arrivano dopo la conclusione della battaglia per Aleppo, vinta dall’esercito siriano e dai suoi alleati dopo cinque mesi di combattimento e quattro anni di assedio e guerra di posizione.

La liberazione della città non rappresenta in alcun modo “la fine della guerra”, ma costituisce un grande passo in avanti sul piano della strategia, lì dove una cessazione degli scontri non può avvenire militarmente, a causa del continuo afflusso di uomini e materiale alle formazioni terroristiche attraverso i confini della Siria, che il governo di Damasco non controlla.

Il presidente Assad ripete quanto più volte è stato detto negli anni, questa guerra non può essere vinta “militarmente”, ossia con la distruzione degli apparati bellici nemici, ma può essere portata a termine conseguendo successi strategici sul campo – grazie anche al rilevante sostegno russo – e muovendosi sul campo della diplomazia. Da qui il tentativo di tregua che da due giorni Russia, Turchia e Iran stanno implementando, e sul quale bisogna essere realisti.

Al pari dei colloqui di Ginevra, questi accordi servono a guadagnare tempo, consolidare la nuova situazione sul terreno e aprire nuovi spazi di dialogo tra le parti che formeranno la Siria di domani e la sua società civile.

Se dalla tregua sono esclusi i gruppi jihadistiì noti (Isis e Al-Nusra) e meno noti, esiste una parte delle milizie anti-governative che già stanno da mesi consegnando le armi, sotto la garanzia di un’amnistia: queste persone dovranno in qualche modo essere reinserite nel tessuto civile siriano, che da cinque anni è sottoposto a una pressione e a un tremendo salasso di vite e risorse, una costante minaccia sul fronte interno che ha condizionato pesantemente la conduzione della guerra nei suoi primi anni.

Il contributo che la diplomazia può dare in senso più ampio dipenderà poi dagli esordi della presidenza Trump, e da come una auspicabile svolta statunitense negli affari mediorentali saprà intervenire su quei Paesi che l’aggressione alla Siria persistono tutt’ora a foraggiare: le petromonarchie e la Turchia, che di recente è passata a un intervento diretto del suo esercito nei territori curdo-siriani.

Come fa notare Assad, il problema della permeabilità dei confini è cruciale tanto per la Siria quanto per l’Europa, e per gli identici motivi: il terrorismo e la questione immigratoria.

Dal 2011 l’afflusso di profughi siriani dal Paese sconvolto da un lustro di distruzioni e violenze ha raggiunto una magnitudo spaventosa: mentre oltre sei milioni di persone sono state evacuate nelle zone controllate da Damasco, aumentando l’instabilità interna e la crisi economica, quasi altrettanti sono fuggiti all’estero, alimentando lungo il corridoio turco – la politica di Erdogan, ripetiamo, è di sostegno al terrorismo – il flusso di foreign fighters che in Europa si rifugiano tra le maglie dell’islamismo radicale delle metropoli occidentali.

Che, oltre ai succitati attori geopolitici locali, spiega Assad, i principali governi europei permettano alle fazioni jihadiste di usare i canali dell’immigrazione da/per l’Europa contro la Siria e, per contrappasso (come dimostrano gli eventi più recenti) contro le proprie stesse popolazioni, è indice del profondo distacco che esiste nel nostro continente tra governanti e gli interessi dei popoli, e svela il circolo vizioso per cui la fine della violenza sistematica in Siria sarà possibile solo quando il sostegno esterno – da parte di chi a parole il terrorismo afferma di combatterlo – ai terroristi avrà fine.

Il danno maggiore che la Siria ha subito riguarda infatti il suo stesso popolo. Se le infrastrutture e le città possono essere ricostruite, non si potrà reinnervare nuova vita nel corpo esangue della statualità siriana senza che l’enorme numero dei profughi faccia ritorno a casa, in patria, a ritrovare quella sicurezza che, negli anni, non soltanto il terrorismo, ma pure l’embargo e il finto umanismo dell’Occidente ha loro tolto.

Federico Pastore

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