Se due indizi, in politica, non fanno una prova, sono quanto meno una buona traccia da seguire. I ritorni sulla scena di due “garanti” come Beppe Grillo e Romano Prodi, con annesse pubbliche benedizioni, dimostrano come le “cuciture” di alta sartoria del potere tra M5s e Pd non siano casuali e soprattutto non siano solo una conseguenza dello strappo di Matteo Salvini.

Grillo a Marina di Bibbona ha radunato i principali esponenti 5 stelle per far saltare i ponti “rimanenti” con la Lega e soprattutto con il suo leader Salvini. All’incontro, rivelato da il Tirreno, hanno partecipato Luigi Di Maio, Davide Casaleggio, Roberto Fico, Alessandro Di Battista, i capigruppo M5s di Camera e Senato Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, e la vicepresidente di Palazzo Madama Paola Taverna.

Prodi, in un fondo scritto per il Messaggero, ha auspicato la nascita di una coalizione denominata “Orsola” tra le forze, Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, che a Strasburgo hanno eletto la nuova presidente della Commissione Ursula von der Leyen e la preparazione delle basi “di una maggioranza costruita attorno a un progetto di lunga durata” con un accordo di legislatura “sottoscritto in modo preciso da tutti i componenti della coalizione”.

L’ex presidente del Consiglio è entrato anche nei dettagli di un accordo che, secondo lui, “deve prima di tutto fondarsi sul reinserimento dell’Italia come membro attivo dell’Unione europea” e “non per un tempo limitato ma nella prospettiva dell’intera legislatura”.

A chi dovesse fingere vuoti di memoria, ricordiamo che il predicatore di cui sopra è lo stesso Prodi che dal 1990 al 1993 fu consulente della Unilever e della Goldman Sachs e quando nel maggio del 1993 ritornò a capo dell’IRI riuscì a svendere la Cirio Bertolli alla Unilever al quarto del suo prezzo e a collocare le azioni che le tre banche pubbliche, BNL (diventata della BNP Paribas), Credito Italiano e Comit detenevano in Banca d’Italia, privatizzando il 95 per cento della stessa.

E’ anche lo stesso “professore” che ci portò in Europa, accettando un cambio svantaggioso per l’Italia e regalandoci decenni di recessione, miseria, vincoli e svendita del nostro patrimonio nazionale.

La pericolosità della situazione, è stata evidenziata dal professor Giulio Sapelli nel corso di un’intervista a Federico Ferraù, durante la quale ha definito le urne come via maestra perché “un governo Pd-M5s sarebbe la liquidazione definitiva del paese”.

 

 

Il professore ordinario di Storia Economica presso l’Università degli Studi di Milano, ex rappresentante italiano di Trasparency International ed ex presidente della Fondazione del Monte dei Paschi di Siena, ha evidenziato il confronto continuo tra il premier Conte e il cardinale Parolin su molti dossier e l’influenza della grande finanza, il cui desiderio sarebbe “che Salvini sparisca il prima possibile”.

Per Sapelli, indicato da fonti autorevoli anche come papabile premier del governo del cambiamento prima della virata su Giuseppe Conte, l’esecutivo M5s-Pd sarebbe “un governo ‘clintoniano’, sponsorizzato dai grandi big dell’industria finanziaria mondiale. Porterebbe avanti una politica di sottomissione piena dell’Italia all’austerity europea. Uno scenario che farebbe il gioco della Francia”.

L’economista immagina scenari molto cupi: “Sarebbe in un modo o nell’altro la vittoria di Attali. Se questo governo prende forma, l’Italia tra vent’anni non esisterà più come paese industriale”.

Alla domanda su quale potrebbe essere il programma reale del governo giallorosso, Giulio Sapelli risponde in maniera perentoria: “Subordinazione totale alle politiche europee dell’austerità, accelerazione del processo di deindustrializzazione, svendita degli asset strategici del paese. Una cura greca, cura si fa per dire; esattamente l’antitesi delle riforme di cui l’Italia avrebbe bisogno”.

Il prosieguo aggiornato del programma pensato il 2 giugno 1992 a bordo del Britannia, il panfilo della Corona d’Inghilterra a bordo del quale manager, faccendieri della grande finanza ed economisti italiani pianificarono con i banchieri britannici lo sventramento del nostro Paese.

La crociera fu resa più allegra da un’orchestrina della Royal Navy che suonava canzoni anni Trenta e da un lancio di paracadutisti da aerei britannici che scesero come stelle filanti intorno al Britannia. A bordo pare ci fosse anche Beppe Grillo, come invitato. Anche se, da anni, sulla sua presenza si alternano conferme e smentite. Non vera è con certezza solo la fantomatica intervista di Enrico Mentana. Romano Prodi invece fu uno degli interpreti di quel nefasto spartito, di cui paghiamo ancora le pene.

Due indizi, dicevamo all’inizio, in politica non fanno una prova. La traccia però c’è. E fa venire i brividi.

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