Molte polemiche stanno già infuriando a proposito dell’esito delle elezioni in Azerbaigian. Per molti il loro andamento, nettamente favorevole al partito del Presidente Ilham Aliyev, Yeni Azerbaijan, sarebbe infatti la conferma dell’esistenza, nel paese, di una dittatura o quantomeno di un regime paternalistico. Con 70 seggi su 125 al partito presidenziale e i rimanenti distribuiti soprattutto a forze politiche alleate, l’impressione è che sull’Azerbaigian regni una maggioranza “bulgara”, anzi, “azerbaigiana”. Ma questa, ovviamente, è solo una lettura gravemente superficiale, giacchè non tiene conto del fatto che i sistemi elettorali anglosassoni, in primis quello di Stati Uniti ed Inghilterra, siano ancora più fiscali e diano al vincitore tutto o quasi tutto. Per non parlare di quello della Francia presidenzialista o anche del nostro progettato Italicum, che assegnerebbe al vincitore una maggioranza ben più cospicua, con proporzioni tanto spropositate da sembrare che sia stata studiata più per umiliare e ghettizzare le opposizioni che altro.

La realtà è che gli Aliyev non hanno mai voluto vendere o meglio ancora svendere il loro paese quando, negli anni scorsi, ricevevano certe avide ed interessate offerte e profferte occidentali. Anche quando hanno voluto intrattenere dei rapporti politici, economici e commerciali con l’Europa e gli Stati Uniti tali da raffigurarli come alleati potenziali o di fatto, soprattutto utili in funzione anti-russa, l’hanno sempre voluto fare trattando da una posizione indipendente e sovrana. Perchè sovranità ed indipendenza, per una giovane nazione che ha letteralmente dovuto ricostruirsi e reinventarsi da zero dopo lo scioglimento dell’URSS, sono due argomenti e due valori sui quali è impossibile transigere o anche solo lontanamente prendere in considerazione l’ipotesi di scendere a patti.

Probabilmente è per questo se 70 seggi su 125 al partito del Presidente, in Occidente, danno così fastidio. Se Ilham Aliyev fosse stato un uomo di Washington o di Bruxelles, un servo fedele, di seggi avrebbe potuti averne anche il doppio o il triplo. La spiegazione, molto semplice, sta tutta qui.

Quando a Washington e a Bruxelles si sono resi conto che l’Azerbaigian non si sarebbe mai lasciato trasformare in un loro pied-à-terre, da usarsi magari contro gli interessi dello stesso popolo azerbaigiano in funzione anti-russa, anti-iraniana o anti-cinese, ma che al contrario osava pretendere d’essere trattato alla pari, d’essere insomma considerato un partner e non un servo, sono infatti subito cominciati i guai. E anche in Azerbaigian è subentrata una certa delusione, verso un Occidente che non accoglieva e non percepiva questa giovane nazione come parte di sè, o almeno come un’amica da coltivare, ma come un pozzo di petrolio che doveva lasciarsi sfruttare senza lagnarsi e senza avanzare obiezioni.

Probabilmente è per questo se ad un certo punto, mentre in Occidente si cominciava improvvisamente a parlare di “dittatura” o di “paternalismo” in Azerbaigian, quest’ultimo riscopriva e rinverdiva i rapporti di buon vicinato con la Russia, paese che guardacaso si trovava a scontare le medesime traversie. Anche Mosca, infatti, ha cercato di stabilire un rapporto costruttivo con l’Occidente, ma quando ha capito che per “rapporto costruttivo” a Washington e a Bruxelles s’intedeva “sottomissione” e “consegna delle proprie risorse energetiche” senza fiatare, o “silenzio dinanzi all’allargamento ad est della NATO”, s’è prontamente ricreduta e la delusione verso l’Occidente ha cominciato a crescere sempre di più.

Nel frattempo, grazie anche a questa interessata demonizzazione portata avanti dal duo “euro-americano”, l’Azerbaigian, al pari della Russia, scopre e rafforza sempre di più la propria identità nazionale, s’irrobustisce e proprio in virtù di ciò può meglio affrontare le nuove sfide ed insidie tesegli dall’Occidente, oltre che presentarsi con più sicurezza nel consesso internazionale, coltivando rapporti fruttuosi con tutte quelle nazioni che hanno a cuore i rapporti alla pari.

Non deve pertanto sorprenderci che l’esito elettorale in Azerbaigian sia stato questo: il paese e soprattutto il suo elettorato hanno puntato sulla stabilità, sull’identità e sulla prosperità, tutti elementi saldamente garantiti da Ilham Aliyev. Arif Gajily, capo del partito d’opposizione Musavat, da questo punto di vista non costituiva un’alternativa altrettanto credibile. Già il fatto che adesso egli denunci brogli e violenze senza poterne provare l’esistenza, o addirittura rifiutandosi di farlo, indica da parte sua un atteggiamento certamente poco costruttivo per chiunque intenda partecipare al sistema democratico, ad alimentarlo e rafforzarlo. E su chi stia dietro ad Human Right Watch, che lancia accuse al vetriolo contro il governo di Baku, o all’OCSE, non c’è nemmeno bisogno di dirlo: certe cose ormai le sanno tutti ed il loro smascheramento è sempre più difficile a nascondersi. Possiamo dunque dire che il voto azerbaigiano sia stata una degna e recisa risposta a tutti i tentativi, copiosamente fioccati negli ultimi tempi, tentate rivoluzioni colorate comprese, di destabilizzare l’Azerbaigian: una risposta di quelle che non ammettono repliche.

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