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Negli ultimi anni l’Arabia Saudita, parallelamente agli Stati Uniti e ad Israele (che tra alti e bassi, indipendentemente che alla Casa Bianca vi fossero democratici o repubblicani, liberal o neocon, e talvolta con la partecipazione di nuovi compagni di avventura poi divenuti rivali, si veda ad esempio il Qatar, hanno sempre costituto un triumvirato caratterizzato da una certa convergenza d’interessi in materia di lotta agli sciiti), ha sempre visto con preoccupazione la continua emersione ed affermazione dell’Iran e la relativa e conseguente ascesa degli sciiti in tutto il Medio Oriente, nel Mashreq come soprattutto nel Golfo Persico.

Lo scontro fra i due blocchi, il primo guidato dall’Arabia Saudita e l’altro dall’Iran, s’è notato in tutta la sua consistenza in Iraq, paese che dopo il parziale ritiro degli americani s’è avvicinato sempre più pericolosamente al cosiddetto “Asse della Resistenza” formato da Teheran, da Damasco e dagli Hezbollah libanesi. A Riyad come in tutti i paesi del cosiddetto Consiglio di Cooperazione del Golfo l’idea che l’Iraq potesse improvvisamente smettere di fungere da caposalvo e da avamposto anti-iraniano non è mai andata giù e favorire il divisionismo curdo e l’integralismo dei vari gruppi fondamentalisti e terroristi (non ultimo il Califfato) è sembrata una buona soluzione.

Nello stesso periodo, con lo scoppio delle primavere arabe, anche in Bahrain la popolazione, a maggioranza sciita, si ribellava contro la monarchia sunnita-wahabita, e la rivolta mai davvero del tutto pacificata veniva in parte congelata e la traballante Casa reale puntellata dall’immediato intervento del Consiglio di Cooperazione del Golfo, su fortissima pressione della preoccupatissima Arabia Saudita.

Contemporaneamente è stato il turno anche del Libano, dove più volte la tensione è emersa anche con l’azione esogena d’Israele, e dove si sono registrati numerosi conflitti interni volti generalmente a neutralizzare Hezbollah ma che paradossalmente, fallendo, hanno invece finito col potenziarlo. L’ultimo episodio è stato quello delle dimissioni-sequestro di Saad Hariri, al momento ancora “trattenuto” (così si ritiene a Beirut) nella capitale saudita.

Infine è stato il turno anche dello Yemen, dove la vittoria della rivoluzione capitanata dagli sciiti Houthi ha spaventato la Casa dei Saud, che subito insieme agli altri alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo e ad altri membri della Lega Araba ha iniziato a muovere guerra contro il povero paese vicino. Malgrado la notevole superiorità in fatto di armi, di denari e di mezzi, nonché di uomini, la coalizione a guida saudita ne ha soprattutto buscate e non di rado i vecchi missili Scud degli yemeniti sono riusciti a raggiungere le vicinanze di Riyad senza che nessuna delle sofisticate tecnologie militari in mano ai sauditi riuscisse ad intercettarli.

Quella dello Yemen è probabilmente la crisi più grave, in termini umanitari, medici ed alimentari, e non soltanto militari. L’epidemia di colera, frutto della guerra e del deterioramento delle condizioni igieniche e sanitarie da essa comportato, ha mietuto vittime soprattutto fra i più deboli, in particolare donne, anziani e bambini. E’ notizia di oggi che la coalizione saudita ha permesso la riapertura dei varchi, cosa che potrebbe alleggerire la penuria di viveri e di risorse che attanaglia il paese: ma per quanto ancora lo permetterà e soprattutto con quale successo?

Come negli altri paese precedentemente citati, spesso anche nella storia yemenita sono stati gli sciiti a partorire le soluzioni politiche che hanno consentito la sopravvivenza e l’unità della nazione: il primo esempio è quello dell’Imamato, che ha dato vita a varie forme monarchiche, fino all’ultima dinastia, quella Mutawaqqilita poi deposta nel ’61 da al Sallal e a cui seguì l’intervento dell’Egitto nasseriano. I sauditi, non disposti ad accettare il ripetersi di una simile dinamica ormai da secoli saldamente inserita nella storia, nella cultura e nell’identità yemenita, si accaniscono manu militari. Ma molto probabilmente ciò non basterà a fermare la ruota della storia, ma solo a provocare ancor più numerose vittime in quella che è purtroppo agli occhi di molti l’ennesimo conflitto ignorato e dimenticato.

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