Baku 2015 chiude dopo diciassette giorni di gare 844 medaglie distribuite. A dominare il medagliere è stata, come da attese, la Russia che ha quasi quadruplicato il numero degli ori (79 a 21) della sorprendente seconda, l’Azerbaigian, capace di capitalizzare a pieno il fattore casa con conseguente sovrarappresentatività (seconda delegazione dopo quella russa). Entusiasmante il cammino della nazionale femminile di pallavolo, caduta appena in semifinale. Dopo Gran Bretagna, Germania e Francia, arriva il sesto posto generale dell’Italia, con una delegazione praticamente pari a quella azera (287 contro 290 atleti), ma un deludente bottino di appena 10 ori, 26 argenti e 11 bronzi. A tener testa è la solita grande scuola della scherma con 3 ori ed altre 9 medaglie, nonostante una squadra composta prevalentemente da riserve, e il primo posto nel medagliere del tiro al volo (4 ori). Ottima anche la manifestazione della nazionale azzurra di beach soccer, che dieci anni dopo l’ultimo trofeo vinto (l’Europeo del 2005), arriva alla finalissima dopo aver superato un girone di ferro con Russia e Spagna e la fortissima Svizzera in semifinale. All’atto finale è stata la maggior esperienza russa (la più forte nazionale al mondo degli ultimi 10 anni) a trionfare, grazie ad un risultato di misura (3-2). Bene anche il pugilato, pur senza la medaglia d’oro. Malissimo invece due grandi specialità italiane: la pallavolo, con appena una vittoria su dieci partite per le due nazionali maschile e femminile, e le due ginnastiche, artistica e ritmica. Deludenti anche le squadre di ciclismo.

Da migliorare assolutamente è la competizione dell’atletica leggera, ridotta ad una gara tra 14 squadre di seconda fascia, molto limitata dal punto di vista tecnico. Per la cronaca ha prevalso la Slovacchia, sull’Austria seconda e Israele terzo. Non propriamente delle superpotenze della specialità. Da segnalare anche la presenza di una selezione dell’ Athletic Association of Small States of Europe, la federazione che riunisce gli atleti di Andorra, Cipro, Gibilterra, Islanda, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta e San Marino.

Queste le note sportive, passiamo al resoconto politico della manifestazione.

Gli azeri hanno fatto le cose in grande, forse troppo. Un’organizzazione ottima, quasi perfetta con solo un paio di inconvenienti dettati dal caso e la polemica avanzata dal Guardian sulla cancellazione dei visti per alcuni giornalisti che avevano criticato il governo di Ilham Alliev. La sensazione è però che questa organizzazione così sfarzosa abbia messo in crisi le città potenzialmente interessate alla prossima edizione, quella del 2019. Come si potrà raggiungere un livello così alto? L’Olanda, che si era detta interessata, sembra aver già ritirato la candidatura. Rimangono in corsa Minsk, Istanbul, Kazan o Soči per la Russia e una rosa di città polacche. Ancora una volta, quindi, lontani dai riflettori dell’Europa occidentale, che si è dimostrata comunque molto fredda nei confronti della manifestazione. Doppio segnale: l’evidente spostamento ad est dell’asse sportivo-economico del mondo, sia nella “microarea” europea che nella “macroarea” globale; il sempre più teso rapporto politico tra l’asse Washington-Londra-Parigi e Mosca con i suoi alleati. Alla cerimonia inaugurale, infatti, hanno disertato tutti i capi di stato dell’Europa occidentale, mentre erano presenti Vladimir Putin, Recep Erdoğan, Aleksandr Lukašenko, il bulgaro Bojko Borisov e il rumeno Victor Ponta.

La sensazione è che i Giochi Europei potranno scavarsi il loro posto al sole nei prossimi anni, magari lanciando o riproponendo sport non considerati o abbandonati dall’Olimpiade. Il problema semmai sarà trovare un “target” indicativo valido per tutte le prossime edizioni onde evitare eccessivi costi per i comitati organizzativi e un ventaglio più ampio possibile di città candidate.

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