Città come Beirut sono significativamente ai bordi di un’Europa che oggi non sembra voler riproporre altro rispetto alla propria (sbiadita) immagine. Frammentazione, nazionalismi e settarismi occidentali oggi impediscono di concepire e comprendere la grande importanza di un nuovo Mediterraneo e di un nuovo circuito, culturale prima ancora che economico, che rimetta in comunicazione Europa, Nord Africa e Medio Oriente.

Partendo dalle ferite inferte a territori e città come Beirut, che la violenza della storia tende oggi a decomporre e marginalizzare, ho cercato di dare corpo a riflessioni sulla contemporaneità di un paese-simbolo, il Libano, che attende di diventare finalmente motore di creatività e innovazione e di valorizzare le sue incredibili ricchezze culturali e geografiche. A breve spero di uscire con un nuovo volume dedicato al Paese dei Cedri che si intitolerà “Beit Beirut“.

Il Libano, pur essendo un paese territorialmente piccolo, ha una grande storia ed è in realtà molto complesso. Basato su un sistema multiconfessionale (sono ben 18 le confessioni presenti) si regge su fragili equilibri politici. Le conflittualità non sono presenti solo tra cristiano-maroniti e islamici, ma all’interno delle stesse confessioni: i cristiani d’Oriente, nonostante le persecuzioni subite, appaiono ancora divisi tra loro, così come gli islamici tra sunniti, sciiti e drusi. L’invasione e l’occupazione ultraventennale del Libano da parte di Israele del Sud ha portato paradossalmente in auge, suo malgrado, l’antagonismo degli sciiti di Hezbollah appoggiati dall’Iran, e la loro presenza sta allarmando i potentati del Golfo (e soprattutto l’Arabia Saudita), che attraverso wahhabismo e salafismo stanno cercando di contrastare l’infiltrazione sciita e iraniana. Dopo le devastazioni della guerra civile libanese, Solidere (la società privata a partecipazione pubblica controllata dagli Hariri) ha realizzato enormi grattacieli spianando la memoria collettiva di Beirut, che assomiglia sempre di più a una metropoli dubaizzata, in preda alla speculazione finanziaria ed immobiliare, e non alla mitica Svizzera del Medio Oriente dagli anni trascorsi; e dove alla ricchezza sfrenata del Downtown cittadino si contrappone lo squallore delle sue infinite periferie (di recente rappresentate nel film Cafarnao).

Uno dei simboli di questo paese martirizzato è proprio l’edificio di Beit Beirut (Casa Beirut). Risale al 1924 e si trovava proprio sulla Linea Verde della capitale libanese, che divideva i quartieri cristiano – maroniti da quelli musulmani. L’edificio fu occupato dalle milizie falangiste maronite, che ne distrussero le scali interne e lo bucherellarono per permettere ai cecchini di sparare. L’edificio fu orrendamente butterato dai conflitti e rischiò di essere demolito anch’esso ma grazie all’intervento della popolazione di Beirut è diventato il Museo della Memoria di questa città. In esso operava lo studio fotografico Photo Marco, e le fotografie che rimasero nell’edificio durante il conflitto sono state salvate, e oggi rappresentano una straordinaria testimonianza della vita civile di tutti i cittadini di questa città, indipendentemente dalla confessione di appartenenza. Oggi Beit Beirut può dirsi il vero (e unico) simbolo della comunità libanese, e testimonia l’importanza della memoria per il futuro di un paese – ponte tra mondo arabo, mediterraneo e occidentale, e che sta ancora subendo i contraccolpi della terribile guerra civile in Siria e il fortissimo impatto dei profughi (palestinesi e siriani). Il mio sarà un volume dedicato al valore della resilienza e della conoscenza, in un mondo sempre più globalizzato e che tende ad annullare le distanze geografiche, e che sta assistendo impotente alla fine delle speranze della “primavera araba”. Dove i conflitti regionali assurgono sempre più a guerre globali e che i media non riescono più a rappresentare.

Beit Beirut negli Anni Sessanta, prima che scoppiasse la Guerra Civile Libanese.
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Alessandro Pellegatta è nato nel 1961 a Milano, dove vive e lavora. Si dedica da anni alla letteratura di viaggio. Per FBE ha pubblicato nel 2009 un libro sull’Iran (Taqiyya. Alla scoperta dell’Iran), mentre per Besa editrice ha pubblicato i reportage Agim. Alla scoperta dell’Albania (2012), Oman. Profumo del tempo antico (2014), La terra di Punt. Viaggio nell’Etiopia storica (2015), Karastan. Armenia, terra delle pietre (2016), Eritrea. Fine e rinascita di un sogno africano (2017), Vietnam del Nord. Minoranze etniche e dopo sviluppo (2018). Il 28 febbraio 2019 uscirà un suo nuovo volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana in Africa intitolato Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa. Due nuove opere sulla storia del Mar Rosso e di Massaua e sull’Algeria sono al momento disponibili in versione ebook su Amazon Kindle. Partecipa da anni ad eventi e convegni relativi alla cultura di viaggio, e collabora con svariati siti e riviste sui temi legati alle minoranze etniche e la difesa dei diritti dell’uomo.

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