Quando, il 19 gennaio 2000, morì in esilio in Tunisia, Bettino Craxi aveva già lasciato l’Italia da sei anni. Abbandonare la patria era stata una scelta obbligata, perché incombeva su di lui la minaccia di un arresto, resa quasi certa dopo che, con l’inizio della nuova legislatura il 15 aprile 1994, Craxi era rimasto fuori dal Parlamento (non avendo potuto ricandidarsi) e pertanto l’immunità parlamentare era venuta meno.

Quel possibile arresto e quelle accuse (ben undici erano stati gli avvisi di garanzia) le considerava ingiuste, o quantomeno strumentali. L’anno prima, il 30 aprile, Craxi era stato ferocemente contestato all’uscita dall’Hotel Raphael, a Roma, con canzoni di scherno e lanci di monetine. Il clima nel paese era incandescente, e contro di lui s’era montata una vera e propria demonizzazione.

L’esilio ad Hammamet

Il rifugio tunisino era dunque l’opzione, in quel momento, più sicura, l’extrema ratio a cui far ricorso seppur a malincuore. A Tunisi Craxi aveva un amico, quel Presidente Ben Alì che aveva aiutato ad assumere il potere nel 1987, prevenendo un golpe su cui stavano lavorando i francesi per estromettere il vecchio Bourguiba e sostituirlo con un leader filofrancese. Anche quello era stato uno “sgambetto” che a Parigi non gli era stato perdonato.

In Tunisia Craxi masticava non poche amarezze. Il suo mondo, a cui aveva infuso tante delle proprie energie, ormai non esisteva più: il PSI era stato distrutto da “Mani Pulite” e i suoi componenti ed eredi s’erano dispersi fra i due nuovi poli che caratterizzavano la politica italiana, il Centrodestra e il Centrosinistra. Entrambi due progetti che, per diverse ragioni, Craxi non condivideva.

I grandi ed ambiziosi progetti di riforma dello Stato per cui il PSI s’era tanto speso negli Anni ’80 sotto la guida di Craxi erano ormai un ricordo sbiadito, sepolto dalle novità costituzionali della Seconda Repubblica, novità spesso più verbali che reali e presto destinate ad arenarsi. L’indipendenza da Washington, manifestata clamorosamente anche con l’episodio di Sigonella, era ormai vista come un peccato da rimuovere, soprattutto in un’epoca in cui l’Italia chiudeva gli occhi sulla tragedia del Cermis e assecondava i voleri di Clinton sulla Serbia e su Ocalan. La politica estera multivettoriale, aperta non soltanto al Mediterraneo ma anche alle realtà più lontane (si pensi al celebre viaggio in Cina del 1986), pareva poi qualcosa di mai esistito.

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Craxi era gravemente malato: soffriva di cuore, di gotta e di diabete, e una volta giunto in Tunisia gli era venuto anche un terribile cancro al rene. Le sue condizioni apparivano sempre più disperate e le cure di cui poteva disporre in Tunisia non erano adeguate a fronteggiarle. Si parlò per molto tempo di farlo rientrare in Italia perché potesse ricevere cure migliori, ma alla fine non se ne fece di niente: per tutti, per troppi, Bettino Craxi era un imbarazzante scheletro nell’armadio, le cui parole e le cui memorie era bene tenere lontane, al di là del Mediterraneo, meglio ancora se sotto terra.

Le profezie sulle crisi dell’Italia e dell’Europa

Si pensi al suo memoriale, “Io parlo, e continuerò a parlare” uscito per i tipi di Mondadori nel 2014, dove oltre a denunciare la congiura del 1992 contro la vecchia classe politica del Pentapartito, Craxi profetizzava anche la futura crisi che l’Italia e l’Europa unita avrebbero conosciuto.

“I parametri di Maastricht non si compongono di regole divine. Non stanno scritti nella Bibbia. Non sono un’appendice ai dieci comandamenti”. Quel che è venuto dopo “non ha corrisposto alle previsioni dei sottoscrittori: la situazione odierna è diversa da quella sperata”. E ancora: “La “globalizzazione” non viene affrontata dall’Italia con la forza, la consapevolezza, l’autorità di una vera e grande nazione, ma piuttosto viene subita in forma subalterna in un contesto di cui è sempre più difficile intravedere un avvenire, che non sia quello di un degrado continuo, di un impoverimento della società, di una sostanziale perdita di indipendenza”.

Infatti “cancellare il ruolo delle nazioni significa offendere un diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire” e “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare” scriveva Craxi durante il suo periodo di esilio ad Hammamet.

Un nuovo e legittimo revisionismo sulla figura di Craxi

Molti saranno gli ospiti che converranno a Tunisi per onorare la figura di Bettino: tra questi anche il Ministro degli Esteri Angelino Alfano, a dimostrazione della rivalutazione (seppur ancora soprattutto teorica, più che reale) che la figura dello Statista socialista sta oggi conoscendo. “È un piccolo gesto, ma importante. Dopo 17 anni mi pare sia arrivato finalmente il tempo di fare i conti con la figura di mio padre. C’è bisogno di una riflessione serena, senza viltà né ipocrisie” ha commentato Stefania Craxi al Corriere il gesto del Ministro degli Esteri.

L’Italia e la politica italiana di oggi stanno cominciando dunque, seppur timidamente e con visibile imbarazzo, a fare i conti con la figura di Bettino Craxi, in vista forse di una pur parziale futura riabilitazione.

L’eredità politica del leader socialista

Ma è pronta, la classe politica italiana odierna, a raccogliere questa ingombrante eredità? Le attuali forze politiche non sembrano avere molto in comune, né come discendenza genealogica né come valori, con quanto veniva professato da Craxi e dal suo PSI.

Per anni, dalle macerie di quest’ultimo, sono scaturiti e sopravvissuti i vari e piccoli “cespugli” socialisti, dallo SDI al NPSI, fino al PS (poi tornato a chiamarsi PSI) di Boselli e di Nencini.

Anche questi cespugli non sempre interpretavano, pur rivendicandola a sé, l’eredità craxiana, prova ne sia che per esempio avevano sacrificato il tradizionale valore socialista della “autonomia” per gravitare nell’orbita del centrodestra e del centrosinistra. E infatti i loro consensi elettorali non sono mai stati particolarmente lusinghieri.

Anche gli italiani continuano ad essere divisi intorno alla figura di Craxi. Alcuni hanno cominciato a rivalutarlo, a rendersi conto della veridicità di certi suoi moniti. Altri, invece, continuano a dipingerlo come il diavolo in persona, senza pensare che dopo la sua morte politica prima e fisica poi l’Italia non è certamente migliorata. I tempi per una piena rivalutazione, probabilmente, sono ancora prematuri.

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Contemporaneamente alla celebrazione a Hammamet a Genova si terrà una messa in suffragio, mentre ad Aulla Lucio Barani ricorderà la figura di Craxi con una cerimonia pubblica.

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