La Stazione Centrale di Pisa dopo i bombardamenti del 31 agosto 1943.

Il 31 agosto Pisa fu sottoposta ai duri bombardamenti della United States Army Air Force, per mezzo delle famigerate “Fortezze Volanti”, ovvero gli aerei B-17, che ne distrussero soprattutto la parte sud (nota fra i pisani come “Mezzogiorno”, contrapposta a quella nord, chiamata invece “Tramontana”) provocando un numero di vittime che secondo le ricostruzioni varia fra le 982 e le 2500 unità, dato quest’ultimo considerato più verosimile.

Pisa non era comunque, come d’altronde tutti sappiamo, la prima città italiana a subire i bombardamenti delle “Flying Fortress”. La strategia di colpire le città italiane mirava ad accelerare il crollo politico e militare dell’Italia, inducendo i suoi vertici ad un rapido abbandono di Mussolini prima e alla ricerca di un altrettanto rapido accordo con gli Alleati poi, e ad abbattere il morale della popolazione. La prima città bombardata era stata Civitavecchia, quindi seguirono Livorno, Foggia, Augusta, Pantelleria, Cagliari, Roma (il famoso bombardamento del quartiere di San Lorenzo, del 19 luglio) e quindi Bologna. Quest’ultimo bombardamento ebbe luogo il 24 luglio, esattamente il giorno prima della celebre riunione del Gran Consiglio del Fascismo che servì a Re Vittorio Emanuele III a mettere fuori gioco Mussolini.

Ciò non impedì, comunque, il bombardamento di Pisa del successivo 31 agosto, avvenuto alle 13 ed un minuto, quando ormai a governare l’Italia era Badoglio, che con gli Alleati stava già perfezionando il celebre “Accordo di Cassibile”, ovvero l’Armistizio reso poi noto il successivo 8 settembre. Probabilmente, da parte americana, il bombardamento di Pisa, di per sé poco opportuno dato che ormai l’Armistizio era in dirittura d’arrivo (sarebbe infatti stato firmato il successivo 2 agosto), serviva come “incentivo” per velocizzare le trattative ed indurre la parte italiana ad abbassare le proprie già scarse pretese.

E’ possibile, comunque, che gli Alleati prevedessero la discesa dei tedeschi all’indomani dell’annuncio dell’Armistizio, e che per questo motivo volessero “sabotarli” bombardando Pisa per via della sua “strategicità”. Pisa, infatti, ospitava l’aeroporto e l’idroporto, numerose aziende dedite alle lavorazioni belliche ed aeronautiche (FIAT e Piaggio in particolare) e costituiva inoltre uno snodo ferroviario di primaria importanza, che la collegava da una parte a Firenze fino a Bologna e a Milano e dall’altra le permetteva di controllare il troncone Torino-Roma-Napoli. Infine, non andava dimenticato nemmeno il Canale dei Navicelli, che la connetteva direttamente al porto di Livorno. Era opportuno, agli occhi degli Alleati, che tutto ciò non cadesse intatto nelle mani dei tedeschi.

Al momento dei bombardamenti, la popolazione urbana di Pisa era composta da 40mila unità, ma i rifugi antiaerei a sua disposizione erano improvvisati e sufficienti solo ad ospitarne un quarto del totale. Questo, indubbiamente, contribuì ad amplificare la tragedia.

Le prime bombe furono sganciate sulla centrale elettrica di Porta a Mare, le successive sulla vicina fabbrica Saint Gobain, dove trovarono la morte 56 operai sorpresi dai bombardamenti durante la pausa pranzo. Le batterie tedesche ed italiane, da 88 e da 90, risposero successivamente al fuoco, abbattendo quattro aerei, ma ormai era troppo tardi. Anche i modesti caccia italiani Macchi M.C. 200 che s’alzarono in volo dal campo di Arena Metato per inseguire i B-17 poterono fare ben poco. Lo stesso dicasi per la “Milizia per la difesa antiaerea territoriale”, il cui modesto armamento di fatto sparò in aria, dato che i B-17 volavano ad un’altezza di nove chilometri.

Di fatto in circa sette minuti Pisa venne colpita da non meno di 1100 ordigni, per un totale di oltre 400 tonnellate di esplosivo. Vennero colpite 2500 case, i Lungarni furono danneggiati, crollarono i ponti, e la Stazione Centrale ed il quartiere di Porta a Mare furono rasi al suolo. Vi furono anche ingenti danni al patrimonio artistico e culturale, dato che furono colpite le Chiese di Sant’Antonio, San Paolo a Ripa d’Arno, il Monastero delle Benedettine e la Cappella di Sant’Agata.

Molte delle vittime, rimaste sotto le macerie, non vennero più ritrovate. Nella zona della Stazione Centrale, dove ora sorge la fontana, si trovava un grosso rifugio antiaereo che crollò sotto le bombe: le vittime restarono tutte là e quando giunse la pace vi si buttò sopra una colata di cemento. In loro memoria, tuttora, nemmeno una targa: dimenticate.

Certo, le autorità italiane di allora avevano delle grosse responsabilità per tutto questo. Mussolini pensava che la guerra sarebbe durata solo pochi mesi, dopo aver visto il rapido crollo della Francia dopo l’attacco tedesco, e questo lo indusse ad una scelta suicida per l’Italia. Il Re, dal canto suo, non lo ostacolò, perché probabilmente aveva fatto gli stessi calcoli: per entrambi il termine di paragone era la Prima Guerra Mondiale, dove la Francia aveva sempre resistito all’aggressione tedesca. Tutti e due sapevano, in ogni caso, quanto l’Italia d’allora fosse impreparata ad affrontare una guerra, e che pertanto tutto si sarebbe concluso in un drammatico macello.

Per l’Italia entrare in guerra era probabilmente anche una conseguenza della sua debolezza dinanzi all’alleato germanico, dettata dall’esigenza di non esserne “satellizzata”. Ma, paradossalmente, proprio i rovesci militari posero l’Italia fascista già dal 1941 sotto “protettorato” tedesco, situazione che poi s’accentuò drammaticamente nel 1943 con l’Armistizio, la calata delle forze naziste nel paese e la vergognosa fuga del Re a Brindisi. L’Italia o meglio ancora le sue autorità non erano dunque prive di colpe, e commisero errori gravi, mandando al macello i propri soldati ed abbandonando il popolo italiano al suo destino. Anche questo non può essere minimizzato o dimenticato. Se oggi l’Italia è ancora costellata da 131 basi NATO le ragioni vanno cercate in quegli anni e in quelle scelte.

Ma, malgrado tutto ciò, il bombardamento di Pisa rimane un fatto decisamente poco giustificabile, proprio perché si trattò di un colpo inferto ad un paese già sconfitto, e che stava ormai trattando con gli Alleati la sua uscita dal conflitto. In questo indubbiamente gli Alleati ebbero gravi colpe, da assommarsi a quelle dei tanti italiani che, a Pisa, un episodio così grave preferiscono non ricordarlo più. Come già detto, neppure una targa onora, a tutt’oggi, le numerose vittime della Stazione.

UN COMMENTO

  1. Pur tenendo conto delle circostanze strategiche, il bombardamento di Pisa a tre giorni dall’armistizio fu comunque un atto maramaldesco paragonabile alla dichiarazione di guerra di Mussolini alla Francia pochi giorni prima della sua capitolazione davanti alla Germania. Dopo l’8 settembre comunque i bombardamenti indiscriminati continuarono (vedi il massacro di 120 bambini alla scuola di Gorla (milano) mentre il “Pippo” mitragliava dall’aria anche i ciclisti nella pianura padana. “Ma al nord c’erano i tedeschi e la repubblica sociale di Mussolini!” Beh, anche in Francia c’erano i tedeschi occupanti e un governo collaborazionista di Vichy del tutto equivalente alla “repubblica sociale italiana” però nessuna città francese subì i bombardamenti crudeli inflitti all’Italia dopo (ripeto: dopo!) la resa, dall’8 settembre 43 al 25 aprile 45. E li dobbiamo pure ringraziare!

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