Quella a Lula è sicuramente una condanna che già da tempo era nell’aria e che ora rimescola le acque già agitate della politica brasiliana. Si parla infatti di nove anni e sei mesi per l’ex presidente brasiliano Luis Inácio da Silva per corruzione e riciclaggio, una sentenza inedita per severità e durata nel tempo nella storia del Brasile per un ex capo di Stato, emessa dal giudice Sergio Moro, il Di Pietro carioca che coordina la maxi inchiesta Lavajato, la Mani Pulite brasiliana.

La tesi accusatoria si basa sul pagamento di una tangente di un milione di euro offerta dalla compagnia di costruzione Oas in cambio di cospicui contratti con la compagnia petrolifera pubblica Petrobras. Lula avrebbe usato la sua influenza per facilitare l’assegnazione di appalti d’opera ed avrebbe ricevuto in cambio un attico di lusso a Guaruja, nel litorale dello stato di San Paolo. La Oas, poi, avrebbe pagato ed organizzato il trasloco e la custodia dei doni ricevuti da Lula durante il suo mandato. Secondo la difesa si tratta di un processo politico basato su testimonianze di pentiti, ma senza prove reali. Infatti l’ex presidente non ha mai usufruito di quell’attico, né è mai stato trovato un contratto di acquisto a suo nome. In ogni caso Lula non andrà in prigione perché è incensurato e i suoi legali hanno già annunciato il ricorso in appello.

Vada come vada, la tempistica del secondo grado resta importante dal punto di vista politico. Lula è infatti virtualmente pre-candidato per le elezioni presidenziali del 2018 ed è oggi dato come favorito da tutti i sondaggi; l’ultimo, di Datafolha, gli attribuisce addirittura il 30% nelle intenzioni di voto. Secondo la legge brasiliana solo una condanna di secondo grado può impedire a un cittadino di presentarsi ad un’elezione. Pertanto Lula deve adesso sperare che la Corte d’appello di Porto Alegre non concluda il caso entro il luglio dell’anno prossimo, termine ultimo per presentare la candidatura. In genere il secondo grado richiede almeno un anno e mezzo, e quindi tutto è possibile: anche che salti la sua candidatura. Ma del resto è un momento difficile per tutta la politica brasiliana, con una crisi che colpisce praticamente tutti i partiti.

La condanna di Lula è arrivata ieri mentre la Commissione Giustizia del Congresso decideva sulla richiesta d’incriminazione dell’attuale presidente Michel Temer, anche lui accusato di corruzione. Se Temer, la cui popolarità è inferiore al 10%, dovesse cadere, si aprirebbe allora una nuova crisi istituzionale a meno di un anno dall’impeachment di Dilma Rousseff. Quasi tutti i leader di rilievo nel paese sono indagati, l’economia è in recessione e i conti pubblici sono in rosso. In Parlamento si discute da mesi una radicale riforma del sistema previdenziale, che oggi ha un buco colossale che si mangia il 30% della spesa pubblica. Nel lanciare la sua candidatura Lula spera di capitalizzare parte del malcontento popolare generato dalla crisi e dalle “riforme” draconiane (leggasi: privatizzazioni e distruzione delle conquiste sociali ottenute negli anni di Lula e della Rousseff) volute dall’attuale governo. Non riuscendo a batterlo politicamente, i suoi avversari cercano di farlo giudiziariamente.

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non alimentare discussioni polemiche e personali, mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected]

Inserisca il suo commento
Inserisca il Suo nome