Negli anni di Lula e della Rousseff, si parlava del Brasile come di una “grande democrazia progressista”, che grazie al PT aveva lasciato alle sue spalle i peggiori effetti della precedente tecnocrazia liberista subentrata al regime militare in sella fra gli Anni ’60 ed ’80, ovvero l’enorme ed imbarazzante sproporzione fra pochissimi ricchi e tantissimi poveri, per non parlare del malgoverno dilagante, del trionfo dell’interesse privato delle grandi multinazionali estere su quello pubblico e sociale, a favore di una situazione interna decisamente più equa e promettente: il paese cresceva a due cifre, le storture sociali si ridimensionavano e gli indicatori economici marciavano verso la piena occupazione e una progressiva crescita dello Stato sociale, della sanità e dell’istruzione per fasce sempre più importanti della popolazione.

Tutto ciò ha avuto un termine con la destituzione di Dilma Rousseff, che già da tempo era sottoposta a continui attacchi esterni ed interni ben rappresentati dalla delegittimazione mediatica avvenuta in occasione dei grandi eventi sportivi internazionali avvenuti nel paese e dai ripetuti tentativi di “rivolta colorata” verificatisi soprattutto nelle principali città, e dove già si videro in azione i gruppi dell’estrema destra oggi coagulatisi in buona parte proprio intorno alla figura di Bolsonaro. Il paese visse, dopo quella destituzione, una fase d’interregno caratterizzata dalla scialba figura presidenziale di Michel Temer, che ha coinciso con la recessione economica e lo sfaldamento dell’autorità politica, mentre il PT subiva una vera e propria “Tangentopoli” alla brasiliana, tesa ad infamarlo soprattutto davanti ai suoi elettori.

In un simile quadro, malgrado il forte impegno profuso dal candidato del PT Fernando Haddad, scelto all’ultimo minuto per sostituire Lula a cui i giudici volutamente negavano qualsiasi possibilità di ripresentarsi al voto, Bolsonaro non poteva che vincere nettamente, riportando addirittura un lusinghiero 55,2%. Haddad, che democraticamente ha riconosciuto il risultato, ha chiesto che i suoi 45 milioni d’elettori vengano comunque rispettati, dato che il vincitore aveva promesso di mandarli in prigione o in esilio. Ex militare dei paracadutisti, Bolsonaro ha dichiarato di voler procedere immediatamente con un forte dimagrimento dello Stato sociale e degli investimenti destinati alla promozione sociale delle classi più popolari, considerati come burocrazia e sprechi inutili. “Non potevamo continuare a flirtare col comunismo, col socialismo, col populismo di sinistra”, ha infatti dichiarato Bolsonaro, aggiungendo però che rispetterà le varie diversità del Brasile e di difendere “la Costituzione, la democrazia e la libertà”, perché “è un giuramento davanti a Dio”.

Numerose sono state le reazioni a livello internazionale per questo risultato elettorale, del resto già ampiamente atteso. In Italia, per esempio, i primi a congratularsi sono stati i leghisti, molto attratti soprattutto dalla promessa fatta ancora in campagna elettorale da Bolsonaro di restituire all’Italia Cesare Battisti. Anche Donald Trump, al pari di Salvini, ha espresso le sue congratulazioni al nuovo presidente, telefonandogli e spiegando poi che “entrambi i paesi hanno espresso un forte impegno a lavorare fianco a fianco per migliorare la vita degli Stati Uniti e del Brasile, e come leader dell’area, delle Americhe”. Il riferimento agli ultimi “Stati canaglia” della regione, a cominciare dal Venezuela, è facilmente intuibile.

Bolsonaro, noto per la sua rivendicazione dell’operato della dittatura militare brasiliana del 1964-1986, coinvolta insieme agli altri regimi sudamericani dell’epoca nel famigerato “Piano Condor”, ha promesso più volte di riportare indietro l’orologio della storia: non solo in termini di restringimento della giustizia sociale e formale, ma anche di rispetto di chiunque minacci di contrastare anche solo ipoteticamente il nuovo, ripristinato status quo. In questo senso il paragone con gli altri leader “populisti” del resto del mondo non appare molto convincente. Per esempio in molti, fino a poco tempo fa, definivano come leader populista del terzo mondo per eccellenza il presidente filippino Duterte: ma quest’ultimo, diversamente da Bolsonaro, ha preso un paese colonizzato dagli Stati Uniti e fino a quel momento dominato dai liberali filo-Washington per portarlo al fianco della Cina e della Russia, e per questo motivo ha dovuto anche scontare la “ritorsione” del terrorismo musulmano legato all’ISIS. Senza poi contare che Duterte proviene pur sempre dall’esperienza politica socialista ed ha ottimi rapporti coi comunisti locali, che invece i suoi rivali liberali massacravano allegramente in nome della democrazia. Bolsonaro, al contrario, prende un paese che col PT era divenuto sovrano ed indipendente sia in senso politico che economico per riportarlo a fare disciplinatamente parte del “cortile di casa” degli Stati Uniti: viene da chiedersi, sinceramente, dove dovrebbe risiedere tutto questo “sovranismo”.

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non accendere flames e di mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected].

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.