In Brasile siamo ormai al 98,75% delle schede scrutinate e Jair Bolsonaro, il discusso candidato dell’estrema destra, può già vantare il 46,2% dei voti. Il primo turno delle presidenziali brasiliane, pertanto, si chiude nettamente a suo favore, dato che il più diretto rivale, Fernando Haddad del Partito dei Lavoratori (PT), si è invece attestato ad un più contenuto 28,9%.

I due se la dovranno comunque vedere al secondo turno, dove nulla ancora è garantito. Anche se da questo primo risultato tutto farebbe pensare che Bolsonaro abbia ormai davanti a sé un’autostrada verso la presidenza, non sono infatti in pochi ad avvisare che Haddad potrebbe invece facilmente recuperare entro il secondo turno, oltretutto approfittando anche del “sostegno strategico” di altri candidati minori. Vero è, però, che anche Bolsonaro, per lo stesso principio, riscuoterà l’appoggio di altri concorrenti. Ma, per il momento, i giochi restano davvero aperti.

Il 28 ottobre, data in cui si terrà il secondo turno delle presidenziali, non è certamente lontano, ma in venti giorni possono davvere succedere molte cose e soprattutto la storia elettorale dell’America Latina, cominciando dal Brasile in particolare, spesso ce lo insegna. Bolsonaro, ex militare, coinvolto persino nell’esperienza del vecchio regime dittatoriale che represse il paese fra gli Anni ’70 e ’80, appare in questo momento un “uomo d’ordine”, capace di dare al Brasile sicurezza e lotta senza quartiere alle varie forme d’illegalità che storicamente lo caratterizzano e che negli ultimi tempi, complice l’indebolimento dell’azione di governo, hanno conosciuto pure una forte recrudescenza. Questa, indubbiamente, nell’era del presidente uscente Michel Temer e delle grandi polemiche sulla corruzione che sono state rivolte al PT, è per Bolsonaro la principale carta da giocare. Ma dall’altra parte Haddad, che ha gestito in modo efficiente una città immensa e fondamentale per l’economia brasiliana come San Paolo, ha più di un elemento per dargli filo da torcere.

Non sono mancate, in questa tornata elettorale, sorprese inaspettate: per esempio il Partido Novo di Romeu Zena, in corsa per il governatorato di Minas Gerais, ha preso il 41%, contro il 22% del governatore uscente Fernando Pimental del PT. Più scontati, invece, altri risultati, come il modesto 12% del centrosinistra capitanato da Ciro Gomes, mentre il centrodestra di Gerardo Alckmin è addirittura crollato sotto il 10%. E sotto il 10% è sprofondata anche Marina Silva, la leader ambientalista che fino a pochissimi anni fa veniva data per grande favorita contro Lula e la Rousseff, l’unica addirittura definita in grado di sconfiggerli. Ma a riprova che le sorprese nelle elezioni brasiliane non mancano mai, c’è il risultato al di fuori di ogni previsione ottenuto per esempio dal Partito Sociale Cristiano di Wilson Witzel che, nella corsa per il governatorato di Rio de Janeiro, ha preso il 40% dei voti quando tutti i sondaggi lo relegavano al quarto posto con un ben più modesto 12%.

In tutto questo quadro di grande mobilità e liquidità elettorale, esistono però anche delle conferme: per esempio nel Nord Est del paese il PT, da sempre forza storica, riafferma la sua preminenza andando in più casi addirittura oltre il 60%. A fare però da contraltare a questa brillante prestazione nel Nord Est, vi è l’emorragia elettorale che il PT ha conosciuto nel Sud Est, dove addirittura l’ex presidente Dilma Rousseff è arrivata quarta, non ottenendo così nemmeno la rielezione in Senato. Probabilmente anche questo crollo in alcuni collegi chiave, primo fra tutti proprio Minas Gerais, è alla base distanziamento accusato dal PT nei confronti di Bolsonaro. Adesso per gli eredi di Lula si tratterà di rincorrere il vincitore, ma di fatto sarà un po’ una lotteria.

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