Il 19 gennaio del 2000 moriva a Hammamet in Tunisia, in condizioni sanitarie a dir poco discutibili, l’ex segretario del PSI Bettino Craxi. Si spegneva così, in termini fisici, un’esistenza che in termini politici era invece già stata cancellata almeno sei anni prima, per opera di “Mani Pulite”. Solo fino a pochi giorni prima della morte, la politica italiana della Seconda Repubblica aveva eseguito il consueto balletto su come salvare l’ex leader socialista, di cui si conoscevano le gravissime condizioni di salute. Tutto s’era concluso, ovviamente, con un nulla di fatto. Quando, pochi giorni dopo, si tennero i funerali, a Hammamet, molti di quei “ballerini politici” vennero fischiati e si presero addosso anche un po’ di monetine: una restituzione di quelle che Craxi s’era visto piovere addosso da parte loro al Raphael.

Molta acqua è passata sotto i ponti da allora e alcune importanti e doverose riletture storiche hanno permesso di capire come quella del 1992 non sia stata proprio una rivoluzione moralizzatrice del paese, quanto piuttosto un evento fortemente guidato e voluto dall’esterno, che mirava a destituire una classe politica come quella della Prima Repubblica non ritenuta sufficientemente fedele per rimpiazzarla con un’altra invece molto più zerbina e codina; oltre che per smantellare l’importante apparato economico statale del paese, che faceva gola a tanti. Craxi, principale architrave di quel sistema, nonché primo e più fiero oppositore al suo smantellamento, fu ovviamente colui che pagò anche il prezzo più alto, sia in termini politici che umani.

È di questi giorni la notizia che a Sesto San Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia, dove un tempo il PCI vinceva con percentuali bulgare, la giunta comunale voglia dedicare una via a Bettino Craxi. Il sindaco Di Stefano ha spiegato: “Il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere”, riferendosi a chi vorrebbe, nei confronti di Craxi, la “damnatio memoriae”, in nome di un giustizialismo becero che si alimenta a versioni della storia ormai sbugiardate e smentite dai fatti. La decisione della giunta di Sesto San Giovanni è in ogni caso estremamente importante perché proprio da questo comune, situato nell’hinterland milanese, Craxi iniziò la sua avventura politica, come responsabile organizzativo del PSI. Poi ci fu il passaggio a Milano, e l’inizio di tutto il cursus honorum che l’avrebbe condotto dapprima alla segreteria del PSI e quindi addirittura alla presidenza del Consiglio dei ministri, fra il 1983 e il 1987.

Propugnatore di una linea di netto distacco dal PCI, soprattutto dopo i fatti dell’Ungheria, fu escluso da De Martino dal Comitato Centrale del PSI per le sue idee autonomiste, in un’epoca in cui il partito era ancora molto filocomunista, e trascorse gli Anni ’60 come capo della segreteria milanese, ma soprattutto come leader della corrente autonomista. Nel 1968 entrò in Parlamento e nel 1970, col fallimento dell’unione fra PSI e PSDI che aveva dato vita all’effimero PSU, divenne vicesegretario del partito. Sostenne lealmente e con energia il “centrosinistra organico” tanto caro a Pietro Nenni, e dal 1972, come responsabile del PSI per gli esteri, dedicò tutti i suoi sforzi nell’appoggio ai compagni socialisti alle prese con le dittature spagnola, greca e cilena. Non a caso nel 2009 i compagni cileni gli hanno dedicato il “Premio Allende” alla memoria.

Nel 1976 il segretario socialista De Martino si suicidò politicamente insieme al PSI di allora: con un suo editoriale pubblicato sul quotidiano di partito “Avanti!”, provocò la caduta del quarto governo Moro. Si andò così alle elezioni anticipate, dove il PCI di Berlinguer conobbe una crescita vertiginosa mentre la DC riuscì malgrado tutto a tenere. Il PSI invece subì un tracollo verticale, che lo portò sotto la soglia psicologica del 10%. De Martino tentò una nuova alleanza coi comunisti, ma il tempo per lui e per la sua visione di partito era ormai finito. Il 16 luglio di quell’anno il Comitato Centrale del PSI si riunì in via straordinaria presso l’Hotel Midas di Roma ed elesse proprio Bettino Craxi come nuovo segretario. Sembrava, in quel momento, soltanto un ripiego: le varie correnti socialiste non riuscivano a mettersi d’accordo fra loro e Craxi apparve ai più come un compromesso, “un segretario di transizione”. E invece Craxi da quel momento iniziò a rivoluzionare tutto, dando vita a quello che definì il “Nuovo Corso”.

Si oppose strenuamente al “compromesso storico”, che mirava ad escludere i socialisti dalla politica italiana o quantomeno a renderli politicamente irrilevanti, proponendo al contrario “l’alternativa”, e nel 1978 pubblicò su “L’Espresso” il “Vangelo Socialista”, dove veniva rivalutato il Socialismo di Proudhon e si condannava il Marxismo in chiave leninista. Sempre nello stesso anno, di fronte al dramma del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, Craxi fu l’unico a proporre la trattativa, che avrebbe potuto salvare la vita dello statista democristiano.

Il 3 giugno del 1979 il PSI, alle politiche, arrivò al 9,8%: una bella ripresa, dato che dopo il disastro elettorale del 1976 il partito, caduto nel caos, era sceso persino al 6%. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini diede così a Craxi un primo mandato esplorativo per formare un nuovo esecutivo, ma si trovò la strada sbarrata dai comunisti e dai democristiani. S’era però aperta una prima breccia, che avrebbe consentito al PSI d’imporsi come “ago della bilancia” nei successivi Anni ’80.

Il resto è storia che conosciamo: il governo Craxi, Comiso, Sigonella, il CAF, la continua crescita del PSI, il tentativo di dar vita alla cosiddetta “Unità Socialista” col PDS, fino al killeraggio del 1992. Oggi la figura di Craxi sta conoscendo un’importante rivalutazione: l’auspicio è che tale doverosa rilettura della storia porti anche ad una riabilitazione, agli occhi del nostro paese, di cent’anni e più di storia del Socialismo italiano, di una sua rimessa in carreggiata per individuare nuove soluzioni politiche e governative ai mali nazionali e soprattutto ad una spinta per ricostruire l’Italia dopo quasi trent’anni di sua decostruzione ad opera della scadente e scolorita politica della Seconda Repubblica.

5 COMMENTI

  1. L’articolo presenta dati inesatti, che se non sono semplici sviste, allora sono tendenziosi, volti alla glorificazione di Craxi e alla denigrazione di De Martino. Nel 1972 (elezioni politiche) sotto la guida di Mancini il psi ottenne 3.208.000 voti pari al 9,61% , nel 1976 sotto la guida di De Martino ebbe 3.540.000 voti pari al 9,64% , nel 1979 sotto la guida di Craxi ebbe 3.600.000 voti pari al 9,8%. Invece nell’articolo si afferma che nel 1976 il Psi ebbe un tracollo al 6% (falso!) per poi rimontare con Craxi al 9,8: una “bella ripresa” dello 0,3%! Negli anni ’80 il Psi crebbe sprattutto a scapito del Psdi e del Pri che a causa di questa concorrenza svilupparono una forte avversione non di natura politica verso il Psi, che intanto grazie a Craxi si avviava rapidamente verso la “mutazione genetica” (denunciata dall’ormai inascoltato Riccardo Lombardi) che tagliò le radici di classe del partito rendendolo incapace di sopravvivere dopo il crollo del campo socialista e l’immediata esplosione di Tangentopoli: la borghesia italiana non aveva più bisogno dei vecchi referenti politici e diede il benservito a Bettino, malgrado le sue precedenti credenziali anticomuniste e antisovietiche che a quel punto non servivano più. I poteri forti non esitano a sbarazzarsi dei loro manutengoli, non appena inciampano e diventano obsoleti: ieri con Craxi, oggi con Renzi…

    • Veramente Renzi è il prodotto del PD, partito nato dal trasformismo filoatlantista e filoeuropeista del vecchio PCI berlingueriano e dell’alleanza dei pciisti con il mondo della sinistra democristiana guidata da De Mita, la borghesia finanziaria da 40 anni tifa per la sinistra fintosocialista che tramite il gruppo l’Espresso è stata il miglior difensore dell’ideologia neoliberista negli anni ’90, rovinando il mercato del lavoro e privatizzando quanto più era possibile, arrivando poi addirittura a cancellare l’articolo 18. Inoltre le ricordo che il PCI non era più filosovietico già dagli anni ’70 da quando sposò l’eurocomunismo e a ricevere ancora finanziamenti dall’URSS era rimasta solo la corrente cossuttiana. Cerchi lì tra gli adoratori del marchese Berlinguer i responsabili e i manutengoli e lasci stare chi pur con qualche difetto ha rilanciato l’economia italiana e aiutato i paesi del terzo mondo.

      • Veramente il Pci e Berlinguer io non li ho nemmeno menzionati, anche se rappresentavano più un problema che una soluzione per l’Italia dell’epoca, ma il tema era un altro, cioè il ruolo di Craxi in quegi anni. Il suo primo difetto fu l’anticomunismo estremo e fondamentalista che si traduceva in odio profondo verso l’Unione Sovietica e che lo poneva oggettivamente a fianco delle destre e fu grazie a questo che riuscì a diventare Capo del governo pur con solo il 10% dei voti. Il suo secondo difetto (o errore) fu di non accorgersi che il Pci già con Berlinguer ma poi soprattutto con Occhetto lo stava aggirando a destra (e questo lo so meglio di voi!); a quel punto non potendo più tornare a sinistra (per via della mutazione genetica da lui impressa al partito) si ritrovò schiacciato in un angolo. Sono convinto che senza la “rivoluzione del Midas” e rimanendo nel solco di De Martino e Lombardi il Psi non avrebbe fatto una fine così ingloriosa e l’Italia stessa presenterebbe oggi un volto migliore

        • Il socialismo italiano doveva necessariamente smarcarsi dall’URSS se voleva operare in un contesto come quello occidentale, il PSI non si trovò schiacciato tanto da essere al di sopra del 10% anche alle elezioni del ’92, ma fu spazzato via insieme alla DC dai procedimenti giudiziari e il linciaggio mediatico che non ha toccato chissà perché le destre che facevano i governi con la dc a livello locale, né tanto meno De Mita e i suoi accoliti, né gli stessi Occhetto, D’Alema e compagnia.

          Per quanto concerne la leadership del PSI il partito raggiunse il suo minimo storico nel ’76 con De Martino e l’alternativa di sinistra non funzionò tanto che poco dopo fu il PCI a superare già all’epoca il PSI a destra con il compromesso storico, trovandosi dunque già schiacciato a quei tempi dai due partiti di massa maggiori, non si sa come faccia a sostenere il contrario. Craxi sfruttò certamente l’avversione della destra DC al compromesso e ai comunisti ma ciò gli permise di non soccombere e addirittura di governare.

          Citiamo il PCI, perché Lei vorrebbe paragonare Renzi a Craxi, ma Renzi è un prodotto della sinistra post-bolognina non certo ha a che fare con i socialisti e la diaspora socialista.

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