Giovani precari sciopero

Le riflessioni sulla Brexit si sprecano, ma trasversalmente alla questioni economica, democratica, mediatica e diplomatica c’è anche la questione generazionale che spinge a interrogarsi sul ruolo dei giovani al tempo della crisi europea.

La frattura generazionale e sociale emersa dal referendum britannico offre lo spunto per una più ampia riflessione sui giovani e la partecipazione politica, che oltrepassi il semplice dualismo emerso in questi giorni: da una parte la generosità degli ormai ex “bamboccioni” e dall’altra l’egoismo dei vecchi. Qualcosa che sfugga all’odiosissima narrazione prevalente, funzionale alla riabilitazione di una società classista, per cui poveri, vecchi, xenofobi e ignoranti ritornano ad essere la causa della crisi strutturale delle società europee anziché il sintomo di un malessere ben più profondo.

I ragazzi inglesi, stando ai dati, hanno votato in maggioranza per rimanere ma, di converso, in gran parte sono rimasti a casa. A fronte di un’affluenza complessiva del 74%, la fascia di età tra i 18 e 1 25 anni ha visto infatti una partecipazione al voto solo del 36%.

È l’immagine di una generazione che ha perso contatto con la partecipazione democratica, almeno nelle forme che si erano consolidate nel secolo scorso. Certamente la classe politica, rea di aver abdicato il ruolo di gestione e controllo del ciclo economico e dei processi sociali, delegando importanti settori di policy ad organismi tecnici e indipendenti sciolti da ogni tipo di controllo democratico, ha influito sulla crescita della percezione d’irrilevanza del cittadino. Inoltre, la logica del pensiero unico, che sistematicamente ci presenta ogni decisione come inevitabile e “necessaria”, ha distrutto il principio fondante della democrazia moderna: la scelta. Tutto ciò ha sicuramente contribuito a rendere il sistema dei partiti, e più in generale la politica, un indistinto omologato ed impotente, specialmente agli occhi delle giovani generazioni.

Il rapporto con la politica si è fatto dunque sempre più conflittuale, quasi di rifiuto e d’indifferenza, tanto da non comprenderne progressivamente più i meccanismi minimi di funzionamento.

I rapporti di forza tra le istituzioni nazionali e quelle sovranazionali rimangano poco comprensibili. Le speranze che dei cambiamenti politici interni non accompagnati da una visione schietta e realista dei rapporti tra paesi e istituzioni siano efficaci, aumentano inevitabilmente la disillusione dell’elettorato sulla capacità d’incidere nei processi decisionali. D’altro canto la condizione di instabilità e precarietà dei giovani, che soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale soffrono livelli di disoccupazione, contribuisce a creare questo generale disorientamento.

La crescita dei flussi migratori da questi paesi verso il nord è la logica conseguenza dei crescenti divari tra i tassi di occupazione e crescita interni all’Unione. Il mercato dei capitali, svincolato da qualsiasi controllo e qualsiasi barriera a causa delle scelte politiche internazionali ed europee degli ultimi 25 anni, muove sempre più giovani – leggi repressive o meno – laddove andamenti economici migliori li spingono ad andare.
Sembrerebbe un paradosso che le giovani generazioni non riescano a far sentire la propria voce in un momento di così basse prospettive – vedasi tra le altre cose le stime pensionistiche – e di tale instabilità.

Eppure proprio questa inedita condizione di precarietà, così come la consapevolezza di essere per forza di cose migranti economici, inibisce la nostra capacità di agire. La spinta anche un po’ incosciente che ha mosso i giovani delle generazioni passate ad essere motore di lotte e rivendicazioni a loro modo storiche, non sembra ahinoi appartenerci.
Chi può si aggrappa ai pochi privilegi che gli sono rimasti, il resto si arrangia facendo lo sguattero per pessime caffetterie inglesi – ancora per poco – o il bagnino nelle spiagge dell’adriatico.

In questo clima di sfiducia, coloro che sono stati esclusi dalla competizione globale e ignorati dalle classi dirigenti, tentano di difendersi come possono accrescendo le richieste protezionistiche sia in campo economico che sociale. I giovani, incapaci di incidere come soggetto politico in questi processi in atto – come dimostrano gli insuccessi di tutti i “movimenti” giovanili degli ultimi anni – rimangono spettatori inermi. Divisi tra “vitelloni” e strenui difensori dello status-quo, ci si scopre costretti in una visione del mondo piccolo borghese. Nessuna empatia – se non di facciata – verso i mediocri, verso gli esclusi, nessuna prospettiva seria di aggregazione, solo conformismo e accettazione dell’esistente come ineluttabile.

Così quando arriva il momento di rivoltarsi, i giovani si impauriscono e si nascondono. Questa è la nostra più grande subalternità, e quando altri prendono le decisioni sul nostro futuro non lamentiamoci, è soprattutto colpa nostra.

Luca Scaglione

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