Boris Johnson, David Cameron

LONDRA – Quando l’uscita della Grecia dall’UE pareva imminente, il centro del dibattito fu spesso: “possiamo forse permetterci di avere il Paese di Platone, il Paese nel quale e’ stata inventata la democrazia, fuori dall’Europa istitutiva“?

Nel Regno Unito è deludente notare che nessuno sottolinei il fatto che questo sia il Paese della Magna Carta e di Shakespeare, e che un Europa priva di tale Paese sarebbe monca. Il dibattito, invece, sembra essere tutto fondato sul ricatto economico e su una attuale cattiva gestione dell’immigrazione; solo questo dovrebbe forse farci riflettere sul fatto che l’UE abbia abbandonato ogni velleità culturale anche per quanto riguarda la forma, oltre che alla sostanza, mostrando un volto freddo e calcolatore, lontano mille miglia dall’Europa sognata dai suoi nobili padri fondatori nel dopoguerra.

Detto ciò, era lecito aspettarsi di più anche dall’establishment britannico: le scaramucce tra David Cameron e Boris Johnson ricordano più una soap opera di serie B, piuttosto che un intelligente dialogo tra statisti. Al di là delle liti da cortile, sarà amaro ammetterlo, a rappresentare una sconfitta per l’Europa Unita non è tanto un esito negativo del referendum, quanto il susseguirsi di avvenimenti che al referendum hanno portato, e infine, il referendum stesso.

E’ francamente difficile per chi scrive osservare la situazione della politica attuale in Gran Bretagna. Forse la parola chiave e’ frammentazione. In Italia tutto ciò sarebbe abituale, in più di un senso, ma in questo Paese, il più castale e forse conservatore del continente, in questo Paese che è ancora oggi una monarchia, e che ha potuto approcciare la politica storicamente con chiarezza e pragmatismo – non è un caso che Tony Blair sia uno dei personaggi più odiati nel Paese, per via del suo trasformismo – tale frammentazione è inedita e preoccupante. Non solo perché vedere esponenti di destra e sinistra schierarsi fianco a fianco pro o contro il brexit confonde l’opinione pubblica, ma anche perché l’unità nella differenza è forse il pilastro essenziale che ha tenuto insieme il Regno Unito.

Il problema dell’immigrazione ha purtroppo spostato verso la destra populista una parte dell’elettorato laburista, evidentemente colpito dalla questione. Prima lo ammettiamo, meglio è: la cattiva gestione dell’immigrazione ha radici nella negligenza europea. Non era forse ovvio, che una volta dato il semaforo verde alla libera circolazione delle persone, i paesi più poveri avrebbero visto uno spopolamento a carico dei più ricchi? E non sarebbe forse stato più saggio da parte delle autorità europee esportare i migliori standard di vita del nord Europa nel resto del continente, piuttosto che favorire un’immigrazione cosi aggressiva? Credo che persino con i numeri che volano verso le stelle riguardo gli arrivi, una maggiore cura da parte dell’UE sul problema immigrazione avrebbe portato risultati fantastici, civili, moderni e degni sia della storia sia di questo Paese, sia di questo Continente. Se l’Europa è madre, perché dunque non ha sostenuto una figlia in difficoltà come la Gran Bretagna, ad esempio scegliendo la via dei corsi di integrazione culturale, linguistica e professionale piuttosto che un accesso selvaggio al welfare. Questa soluzione avrebbe portato posti di lavoro utili alla popolazione esistente, oltre che a far risparmiare milioni di sterline spesi in sussidi.

Il leader del partito populista UKIP, Nigel Farage, ha più volte pubblicamente proposto il sistema di immigrazione australiano. A nostro avvio tale sistema è incompatibile con una Gran Bretagna davvero europea dentro o fuori la UE. Inutile dire che tra gli immigrati la confusione è grande. Due milioni e mezzo di persone provenienti dal resto del continente hanno investito tempo, energie e denaro (in termini di consumi e tasse) in questo Paese.
Sara’ bene chiedersi se le nuove leggi avranno carattere retroattivo, in barba al diritto universale. Possibile? Non nell’Inghilterra che conosciamo; ma la paura che questo Paese cambi in peggio è presente e futuribile. la convenzione di Vienna, tuttavia indica che una volta acquisiti i diritti relativi a residenza e cittadinanza, non siano alienabili. Il trattato di Lisbona, inoltre, obbliga ad un tempo di congelamento normativo di 2 anni, a tutela dell’Unione e del Paese uscente.

Insomma il brexit, eventualmente darà poche risposte e molte ulteriori domande. Tendendo verso un futuro di prospera modernità e armonia culturale, le lezione storiche che l’evento potrebbe impartire, potrebbero essere le seguenti: la prima per la EU, la quale dovrà forse rendersi conto che eccedere nel limitare la sovranità di Paesi liberi può essere deleterio; e la seconda per la Gran Bretagna stessa, la quale, in un mondo che diviene esponenzialmente globalizzato, non può credere di fare tutto da sola, basando il proprio giudizio sulla presunzione di essere migliori a prescindere dalla storia comune del continente.
Quale che sia l’esito del referendum, la speranza di chi scrive è che tutta l’incertezza e l’instabilità venutesi a creare negli ultimi mesi possano portare ad una migliore Europa e ad una migliore Gran Bretagna. Dio salvi la Regina. E anche la nostra più autentica identità europea.

Elias G. Fiore

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