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I protagonisti del referendum sulla Brexit

LONDRA – Una triplice crisi: costituzionale, economica e politica. Queste sono state le conseguenze dell’uscita – sinora solo teorica – del Regno Unito dalla UE. Queste sono anche le tre principali realtà sulle quali i media si sono focalizzati. Ma a livello sociale, culturale, e anche intergenerazionale, quale scenario offre il Paese?

Chi ha votato per ottenere giustizia sociale potrebbe rimanere vittima di una classe politica che ha dimostrato il suo infimo valore attraverso una serie di lotte interne ai partiti, accese da ambizioni personali. La democrazia si è effettivamente espressa nel risultato finale del referendum. Nel frattempo, però va detto che adesso esiste una minoranza del 48 per cento contraria all’uscita dall’Unione, una Scozia avida di indipendenza, ed un’Irlanda del nord ancora in processo di pace.

La democrazia deve tenere conto anche di queste realtà, altrimenti diventerebbe dittatura della maggioranza. La petizione da 4 milioni di persone presenta troppe ombre; potrebbe essere presa in considerazione dal parlamento, ma sarebbe folle, vista la titanica instabilità del Paese, indire un altro referendum. La fuoriuscita dalla EU e la rinuncia al sogno europeo saranno al tempo stesso la fine di un incubo e la fine di un sogno, tuttavia restano molte incognite per la monarchia britannica.

Il Regno Unito non sarà più costretto a contribuire al budget europeo, mentre la pesca e altri settori dell’economia si liberano dal giogo di Bruxelles. L’Europa colpevole di disastri economico- finanziari e sociali è stata punita, tuttavia va detto che l’interruzione dell’integrazione europea sancirà la fine di grandi conquiste come la libertà di movimento:i cittadini europei avranno meno possibilità di lavorare in UK e viceversa. Quindi il trionfo di certe destre che spingono alla rinuncia dell’identità europea per tornare spesso a vecchi sciovinismi. Ma di chi è la colpa?

Senz’altro alle istituzioni europee stesse: l’Unione Europea nonostante sia stata fondata sugli ideali di pace e cooperazione del dopoguerra, è soprattutto un freddo inferno burocratico. Una realtà che non può che dividere le popolazioni chiamate ad esprimersi su di essa.

Se i media, a seconda del loro “background”, hanno prontamente tirato l’acqua al loro mulino, nell’interpretare il voto del 23 Giugno, va detto con grande chiarezza che chi ha bollato il “remain” come voto all’establishment e il “brexit” come voto razzista sta semplicemente ingannando il lettore. La questione è troppo complessa per poter essere compresa e analizzata da tutti nella sua profondità; chi ha votato in un modo o nell’altro non lo ha fatto per gli stessi motivi. L’ex PM David Cameron non voleva rimanere in Europa per gli stessi motivi per i quali Jeremy Corbyn, leader dei laburisti, voleva rimanere in Europa. Detto questo è bene sottolineare che la campagna nel suo complesso e’ stata orribilmente insincera. La politica inglese è diventata per qualche mese (ma siamo sicuri che sia finita?) un campo di battaglia dove combattere non per il bene del Paese, ma per difendere i propri interessi personali.

Tuttavia nella crisi dell’Unione Europea, causata dal voto del 23 giugno scorso, vanno sottolineati due grandi peccati originali. La prima responsabile, come già detto è soprattutto l’Unione Europea: un’unione che non è mai stata inter pares, ma soprattutto un’istituzione geopolitica a guida tedesca. D’altro canto neanche Londra è priva di colpe, non avendo mai creduto il regno britannico al progetto europeo, non ha mai fatto nulla per cambiare le cose all’interno dell’Unione. Ma adesso è presto per trarne troppe conclusioni sul futuro del Regno Unito e dell’Europa. Le conseguenze di tali peccati le potremo pesare più chiaramente solo nei prossimi anni.

Elias G.Fiore

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