Brexit: May contro Juncker

Nonostante l’esito delle recenti elezioni non abbia sorriso a Theresa May, costretta ad allearsi con gli Unionisti irlandesi al fine di raggiungere i 326 agognati seggi che le consegnano la maggioranza, il riconfermato Primo ministro continua a intavolare discussioni incentrate sul divorzio del Regno Unito dall’Unione europea.

La sovrapposizione di eventi quali le elezioni e l’inizio delle trattative per la Brexit non è una sorprendente coincidenza, bensì il motivo che aveva indotto la Premier May a chiedere elezioni anticipate, così da poter uscire rafforzata dal consenso popolare e affrontare le trattative con maggiore sicurezza politica – strategia, come sappiamo, che non ha pagato.

Dal momento che la decisione degli Inglesi di esprimersi a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Ue ha capovolto i (fino ad allora) saldi equilibri politico-economici che si erano imposti in Europa, da Bruxelles sono corsi ai ripari promettendo trattative severe, che non avrebbero concesso nulla di immeritato alla “rea” Gran Bretagna, per scongiurare potenziali eurofughe di altri Stati che mostravano un crescente malcontento causato da un’istituzione ormai troppo germanocentrica.

La prima mossa della leader dei Tories è stata quella di rassicurare i 3 milioni di cittadini europei  (fra cui 600mila italiani) circa la permanenza nel Paese, a condizione però che questi siano in grado di dimostrare di risiedere nel Regno Unito da almeno 5 anni; in caso di un insufficiente periodo di tempo è necessario per cittadini europei trovarsi nel territorio britannico prima di una data ancora da stabilire (che presumibilmente coinciderà con la fine delle trattative), ma oltre la quale non sarà più concesso alcun diritto. Pertanto chi possederà tali requisiti potrà ottenere, previa domanda, lo status di “stabilito” e quindi il diritto di risiedere a tempo indeterminato, mentre coloro che arriveranno dopo la data fissata, “non dovranno avere alcuna aspettativa di vedersi garantito lo status di stabilito”, secondo le parole della stessa Theresa May, che ha definito tra l’altro la proposta “onesta e generosa”.

Al contrario da Bruxelles tale ipotesi è stata giudicata insoddisfacente; il Presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, a proposito, ha parlato di “un primo passo non ancora sufficiente”, mentre più duro è stato il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk affermando che “quanto proposto rischia di peggiorare la vita dei cittadini europei”. Anche il sindaco di Londra ha tuonato sull’argomento accusando il Primo ministro di “utilizzare i cittadini europei come moneta di scambio”.
Secondo alcune fonti locali, infatti, l’obiettivo della May sarebbe quello di concedere qualcosa sui cittadini europei che risiedono nel Regno Unito, venendo così incontro – in parte – alle proposte della Commissione europea, in modo tale da riacquisire la piena competenza giuridica, a Brexit conclusa, dei tribunali inglesi, privando la Corte di giustizia della propria giurisdizione.

D’altro canto, l’Unione europea, già debilitata dalla crisi dei migranti che ha frammentato la ormai debole unità degli Stati membri, si prepara ad affrontare un nuovo allarme causato dalla Brexit: un buco nei conti, come denunciato dal Commissario per il bilancio e le risorse umane Günther Oettinger. L’uscità del Regno Unito costerà alle casse europee circa 10-12 miliardi di euro, essendo il Paese un contributore netto: ciò significa che versa all’Unione europea più di quanto riceve (discorso valido anche per l’Italia). Problematica non di poco conto, giacché costringe Bruxelles a prendere una decisione: trovare nuove entrate, aumentando i contributi di chi resta oppure spendere meno e di conseguenza apportare tagli sostanziosi alla spesa per i prossimi anni.

Nel frattempo il governo inglese ha deciso di ritirarsi dalla Convenzione di Londra (1964), che disciplina il diritto di pesca vicino alle coste britanniche per le imbarcazioni francesi, tedesche, irlandesi, olandesi e belghe. In questo modo, per la prima volta dopo anni, il Paese recupererà la sovranità sulle proprie acque, questione rilevante soprattutto per i pescatori inglesi che lamentavano i danni sofferti dal settore ittico a causa del suddetto accordo, e che avevano fortemente appoggiato Nigel Farage nella sua battaglia per la Brexit.

La separazione tra Bruxelles e Londra, pertanto, inizia dalla pesca, almeno simbolicamente.

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