Mi ha molto colpito un articolo pubblicato oggi da “La Stampa”, intitolato “In Sudafrica, dove l’oro non brilla più”. Le posizioni politiche di un giornale sinistro-liberal come la “La Stampa”, esattamente come del “Corsera” o de “La Repubblica” o de “Il Fatto Quotidiano”, senza ovviamente dimenticare la controparte destro-berlusconiana de “Il Giornale” e di “Libero”, sono ampiamente note a tutti noi. Entrambe le fazioni hanno sempre schiumato di rabbia contro i BRICS, dandosi al contempo ad un sussiegoso servizio di “sciuscià” ovvero di lustrascarpe a beneficio degli ambienti politici atlantici ed atlantisti. Non a caso l’autore dell’articolo, sulla cui buonafede (ma anche sulla profonda ideologizzazione liberal-atlantista) nessuno oserebbe dire alcunchè, e nei confronti del quale non accampiamo alcuna polemica, parla dei BRICS come de “i paesi emergenti che emergono sempre meno”.

Certo, è innegabile: la Cina ha visto calare la sua crescita del PIL (che comunque è pur sempre attestato ad un 6,5% di media, indubbiamente molto più corposo dei tassi di crescita americano o italiano: qui ci vantiamo di uno zero virgola qualcosa come se fosse chissacchè), la Russia è ad un anno dalla caduta del rublo e ora si sta faticosamente rimettendo in carreggiata scontando comunque la crescita zero, il Brasile deve fronteggiare la recessione, mentre l’India continua invece a crescere pur con numeri inferiori alle aspettative più esigenti. Il Sudafrica, addirittura, in una settimana ha cambiato tre volte il proprio ministro delle finanze.

Il Sudafrica deve molte delle sue entrate al commercio con l’estero, che assorbe le sue materie prime, in particolare oro e pietre preziose. I principali compratori sono europei, statunitensi ed asiatici. Se il Sudafrica fa più fatica a piazzare questi prodotti all’estero, è perchè la domanda nei mercati di destinazione si è ridotta a causa dei ben noti problemi economici che tra alti e bassi accompagnano l’economia mondiale dal 2008. Dunque il problema è soprattutto a livello di compratore, prima ancora che di produttore. Il produttore, o venditore, risente del minor potere d’acquisto del compratore, che nella maggior parte dei casi è occidentale.

E allora viene da pensare che, prima di guardare la pagliuzza nell’occhio altrui, bisognerebbe casomai guardare il trave nel proprio. L’Europa ristagna e gli USA hanno una crescita per il momento ben lontana dal risultare eclatante. Certo, ciò provoca un ribasso del costo delle materie prime, visto che l’offerta si trova a superare la domanda, e così ecco che il petrolio scende a trenta dollari il barile, con ad esempio grandi ripercussioni per la Russia (ma anche per altri alleati dei BRICS come, tanto per citare un caso rinomato, il Venezuela). India e Cina hanno usato il know how e la tecnologia e Brasile, Russia e Sudafrica le materie prime per finanziare i loro grandi progetti d’integrazione e promozione sociale, di welfare, di riqualificazione dello Stato e dei servizi, financo delle forze militari, ecc. Ma, ovviamente, se tali merci non trovano più compratori con la stessa facilità di un tempo, tutto è destinato a variare.

Quello che dobbiamo capire è che questa, per i BRICS, rappresenta una grande prova ed occasione per rafforzarsi, un grande stimolo a rafforzare il percorso già intrapreso di diversificazione delle loro economie. Non si può dipendere da una o da poche voci per il proprio benessere economico: altrimenti, quando quella voce entra in crisi, anche tutto il resto entra in destabilizzazione. Gli asiatici hanno un solo carattere per indicare tanto il concetto di “crisi” quanto quello di “opportunità”: non è un caso. Rafforzando la loro cooperazione e stimolando le loro risorse ed energie interne, i BRICS potranno completare il loro sviluppo raggiungendo lo status di economie realmente mature, certamente ancor più di quanto non lo siano già adesso. Questo, contrariamente a quel che potrebbero pensare gli ambienti politici e mediatici di casa nostra, costituirà una grandissima opportunità anche per l’Occidente.

Gioire delle disgrazie altrui non giova alle proprie. Cooperare, collaborare ed impegnarsi tutti insieme a costruire un clima positivo e benefico per tutti, invece, è il primo passo per godere di un benessere collettivo. Nei BRICS questo concetto è stato già ben compreso da tutti. È il momento che anche in Occidente lo si capisca.

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