bruno caccia

Ha fatto discutere (e non poteva essere altrimenti), il lungo articolo/analisi di Roberto Saviano su “Repubblica” di qualche giorno fa. Della vigilia di Ferragosto, per essere precisi.

Approfittando della visita del ministro dell’Interno Matteo Salvini a san Luca, in Calabria, il luogo della spiritualità calabrese più antico infettato dalla potenza ‘ndranghetista, il giornalista/scrittore ha ricordato, ancora una volta, la potentissima e massiccia presenza di questa criminalità nelle regioni del Nord. Da almeno 40 anni. Lombardia, Liguria, Val d’Aosta, Emilia Romagna, Piemonte. Grandi e piccole opere. Appalti. Politica. Curve degli stadi. Soldi in quantità industriale.

E, ovviamente, anche in questa grande parte d’Italia, chi ha tentato di mettersi di traverso, è finito morto ammazzato. E proprio in Piemonte non c’è soltanto il primo Comune del Nord sciolto per mafia (Bardonecchia, 1995), ma uno dei primi cadaveri eccellenti nella lotta alla criminalità. Bruno Caccia, un magistrato. Era il 26 giugno 1983 quando, verso le 23.30, è affiancato da una macchina dalla quale partono ben 14 colpi di arma da fuoco che non gli lasciano scampo. Era solo quella sera, una domenica, anche perché aveva volutamente fatto “rifiatare” la scorta.

Sessantacinque anni compiuti, l’allora procuratore della Repubblica di Torino era alla vigilia della pensione. Era un magistrato “intelligente, integerrimo, irreprensibile”, hanno sempre raccontato di lui, e a dirigere la procura del capoluogo piemontese è arrivato dopo essere stato in quella generale e alla procura di Aosta. Erano i cosiddetti “anni di piombo” quando il terrorismo sembrava invincibile, soprattutto in Piemonte e in modo particolare a Torino, dove gli uomini della rivoluzione sparavano e uccidevano in una città sotto assedio e in preda alla paura. Ma, al principio degli anni ’80, tutto è cambiato.

Si segnano e segnalano i primi arresti di una certa importanza. Di alcuni tra i più importanti esponenti di “Prima Linea”, per intenderci, e lo Stato inizia a recuperare in brevissimo tempo il tempo perduto, grazie a un team di magistrati coordinati proprio da Caccia. E sono gli anni in cui la procura torinese ha portato avanti una serie di inchieste clamorose che hanno mandato in carcere industriali conosciuti e politici di prestigio.

Senza guardare in faccia davvero a nessuno. Neanche a sottufficiali, ufficiali e comandanti della Guardia di Finanza, vicesindaco, assessori, dirigenti di partito, capigruppo. Nell’amministrazione della cosa pubblica — è l’ipotesi di reato — hanno badato troppo agli interessi personali, del gruppo e delle correnti e troppo poco a quelli dei cittadini. Senza dimenticare, sempre nei caldissimi anni ’80, la lotta a tutto campo contro l’”Anonima sequestri”.

E dietro tutto questo c’è sempre il magistrato dalla schiena dritta nato a Cuneo nel 1917. È stato lui, inoltre, ad occuparsi dell’indagine sul sequestro del sostituto procuratore di Genova Mario Sossi, tenuto prigioniero dalle Brigate rosse. Ed è stato sempre lui a firmare la requisitoria d’accusa chiedendo il rinvio a giudizio contro gli imputati di “Controinformazione”. Il procuratore di Torino sapeva dei rischi ai quali era esposto. Perciò era prudentissimo, tanto è vero che si faceva scortare da un’auto di poliziotti anche quando andava a giocare a tennis. La scorta non c’era soltanto a tarda notte quando passeggiava con il cane sotto casa. Il problema è che lo sapevano anche i killer, che hanno agito quella nefasta notte del 26 giugno proprio durante quella quotidiana passeggiata. Le prime indagini sulla sua morte sono andati in direzione Brigate rosse, che addirittura hanno rivendicato falsamente l’attentato. Poi, però, grazie ad alcuni collaboratori di giustizia, si è capito che a volere la vita del magistrato sono stati alcuni boss della ‘ndrangheta piemontese, preoccupati per la sopravvivenza della stessa criminalità in quella Regione.

Nel 1993 Domenico Belfiore, elemento di spicco dell’omonima ‘ndrina di Gioiosa Jonica ma con insediamenti anche a Torino, Francia e Spagna, è condannato in via definitiva all’ergastolo per essere stato il mandante dell’omicidio. Soltanto nel 2015, però, è finito dietro le sbarre il presunto assassino. Un 62enne panettiere piemontese ma di origine calabresi, Rocco Schirripa.

A Bruno Caccia, dal 2001, è intitolato il Palazzo di giustizia di Torino.

UN COMMENTO

  1. Mi permetterei di commentare l’articolo utilizzando le parole che Paola Caccia, figlia del magistrato Bruno Caccia, usò nelle prime udienze del processo che si è svolto nel 2016:
    “Vorrei che questo processo si svolgesse in mezzo a una piazza. Così tutti potrebbero assistere a quello che stiamo assistendo noi familiari in questo processo. È da 33 anni che aspettiamo la verità….”
    Chissà se è poi stata trovata almeno in questo altro “omicidio eccellente”…
    Grazie per l’attenzione

    Stefano Contena Valsecchi

    P.S. Con quali accuse rinviò a giudizio la direzione della rivista “ControInformazione”

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