L’FC Internazionale e i bidoni, una storia lunga più di mezzo secolo, un filo conduttore che unisce diverse generazioni di tifosi e appassionati della Beneamata. Forse in pochi lo sanno ma la genesi del termine “bidone” ha a che fare direttamente con l’Internazionale di Milano. Siamo nell’estate 1946, la Seconda Guerra Mondiale è appena finita, il paese è a pezzi e cerca di risollevarsi come può. Dal punto di vista calcistico sono gli anni del Grande Torino, una squadra fortissima zeppa di campioni che vince tutto rullando le avversarie. L’Inter è con le casse vuote e il presidente Carlo Masseroni, una sorta di Moratti di quel periodo, cioè un presidente dalla capacità inversamente proporzionale alla passione per i colori nerazzurri, decide di cercare nuovi campioni in Sudamerica. Per fare ciò è disposto a tutto, anche di mettersi contro i vertici della FIGC. L’Inter così, dopo un lungo tira e molla con i vertici della federazione, acquista tramite un uomo di fiducia di Masseroni, un tale chiamato Tiger, cinque giocatori che nelle loro rispettive patrie sono considerati dei veri assi del pallone: Elmo Bovio (attaccante), Alberto Paolo Cerioni (interno), Bibiano Zapirain (ala), Luis Alberto Pedemonte (centromediano) e Luis Tomas Volpi (ala). Bovio e Cerioni sono argentini, Zapirain, Pedemonte e Volpi uruguagi. La prova sul campo però è terribile: Pedemonte non sembra nemmeno un giocatore di calcio e passa l’intera annata in tribuna a divorarsi panini, Cerioni ha classe ma è troppo leggero, Volpi è un’ala rachitica, Zapirain è l’unico che si avvicina a un buon giocatore ma è ormai sulla trentina ed eccelle nel tempo libero a biliardo. Bovio infine è il più buffo di tutti: ha sempre freddo e pretende di giocare con uno strano basco in testa, durante l’incontro con il Grande Torino si trova in contropiede solo davanti al portiere Bacigalupo ma proprio mentre sta per calciare a rete gli cade il basco; lui si ferma, lo raccoglie come se niente fosse, facilitando così il recupero di Rigamonti. Bovio è talmente freddoloso che nel gennaio 1947, dopo un grande primo tempo a Modena contro la seconda forza del campionato, decide di lasciare la squadra in dieci rinunciando a entrare nella ripresa (allora le sostituzioni non erano ammesse) pur di rimanere abbracciato alla stufa dello spogliatoio, per la cronaca l’Inter alla fine soccombe per uno a zero. Pochi giorni dopo Bovio, Cerioni e Volpi fuggono in Sudamerica e fanno perdere le loro tracce, gli unici a sopravvivere sono Pedemonte, lento in campo e nel svignarsela, e Zapirain, che gioca in nerazzurro con discreto profitto anche l’anno successivo. Nasce così il termine “bidone”, cioè un giocatore talmente scarso che in campo sta fermo e immobile come un bidone della spazzatura con tanto di pallone che gli rimbalza addosso… La squadra è terz’ultima, così Masseroni salva le sorti cacciando l’allenatore Carcano, una sorta di Ranieri degli anni ‘40, affidando la gestione tecnica al giornalista Nino Nutrizio (il Sconcerti dell’epoca) e all’allenatore-giocatore Peppin Meazza, tornato all’Inter a trentasei anni e con tanto di pancetta, ma almeno con il pallone ci sa fare. L’Inter alla fine si salva centrando il decimo posto.

bidoni1A metà anni Cinquanta Masseroni passa la mano ad Angelo Moratti che inizia subito anche lui prendendo qualche bidone memorabile come l’uruguagio Cacciavillani, una vera e propria meteora, o come il nazionale svizzero Vonlanthen, che non sarà un bidone ma deluderà molto le attese (42 presenze e 12 reti in due anni). Con l’avvento di Herrera e Allodi l’Inter diventa Grande e di bidoni stranieri neanche l’ombra anche perché nel 1966 le frontiere chiudono dopo la clamorosa sconfitta dell’Italia ai mondiali inglesi contro la Corea del Nord del “dentista” Pak Doo Ik, anche se nel 1967 arriva un bidone straniero last minute, Harald Nielsen, ex bomber del Bologna che, nell’ultima stagione del Mago sulla panchina nerazzurra, dimostrerà di essere completamente bollito. Negli anni Settanta, anni di piombo e di autarchia calcistica, qualcosa che si avvicina al bidone sono Franco Cerilli, “il nuovo Corso”, e Giacomo Libera “il nuovo Riva”, giovani pescati nella provincia italiana, ma rivelatisi delle delusioni causa anche una certa propensione alla bella vita.

bidoni2Sempre negli anni Settanta vanno registrati alcuni mirabili scambi alla pari, una vera specialità in casa Inter. Nel 1976/77 la Juventus prende dai nerazzurri il bomber Boninsegna (che accetta controvoglia la chiamata degli Agnelli) e lo scambia con Anastasi che va in nerazzurro: Bonimba regalerà due scudetti e tanti gol alla Juve, Anastasi si perderà tra i fischi di San Siro, Boniperti ancora oggi ride pensando a questo episodio. Nel 1980, con la riapertura delle frontiere, ecco fioccare i primi veri bidoni in casa nerazzurra: nella stagione 1982/83 l’Inter acquista a peso doro l’attaccante tedesco Hansi Müller, giocatore dalla classe indiscutibile che però non s’integra nello spogliatoio interista. Famosa una frase di Evaristo Beccalossi: “È meglio giocare con una sedia che con Hansi Müller, perché con la sedia quando gli tiri la palla addosso ti torna indietro.” L’annata successiva arriva dall’Anderlecht il belga Ludo Coek che causa svariati infortuni non riesce ad esprimersi al meglio. Nella stagione 1987/88 è il turno del talentino belga Scifo, bravino ma che tende a pestarsi i piedi con l’altro regista Matteoli, poi per fortuna dell’Inter arriveranno Matthaus e Brehme e sarà tutta un’altra storia. Gli anni 90 portano un nuovo tecnico, Corrado Orrico, protagonista di miracoli sportivi di provincia come quello della Lucchese. Orrico arriva a Milano dichiarando subito “meglio un giorno da Orrico che cento da Trapattoni” e decide di impostare la sua squadra sul WM, il modulo del Grande Torino, che però non si usa più dagli anni Sessanta. Il tecnico di Volpara si porta dietro una lunga sequela di pippe, dei cocci di vetro che lui spaccia per diamanti: dalla Lucchese porta con sé tale Montanari, giocatore tra i più scarsi visti a San Siro, sempre Orrico pretende l’acquisto di Angelo Orlando dall’Udinese; anche la società non lo aiuta portandogli in rosa il libero Sammer (poi pallone d’oro), che con l’Inter però delude. Due anni più tardi il presidente Pellegrini, nel goffo tentativo di tener testa al Milan berlusconiano prende due pacchi clamorosi: Darko Pančev e Dennis Bergkamp. Il macedone Pančev è veramente un pacco con i fiocchi. Soprannominato “il Cobra” (in Italia diverrà presto “il Ramarro”), in patria era un autentico bomber (84 reti in 5 anni) e così Pellegrini si svena e offre 14 miliardi alla Stella Rossa. Pancev si rivela fin da subito un bidone clamoroso: in sole 12 partite segnerà la miseria di un gol divorandosi spesso occasioni clamorose. Il povero allenatore, Osvaldo Bagnoli, dopo l’ennesima figuraccia del macedone sbotta: “Dite che con Pancev bisogna avere pazienza perché è macedone? Sarà… ma io sono della Bovisa e non sono mica un pirla!”. Discorso diverso per Bergkamp: il suo valore non è in discussione, semplicemente non è riuscito ad adattarsi al calcio italiano, all’Arsenal dimostrerà tutta la sua classe.

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