Serie A

Mesi di trattative, bandi a vuoto, battaglie legali, una prima assegnazione bloccata dal Tribunale: nella giornata di mercoledì 13 giugno è stata messa la parola fine (almeno per ora, come vedremo) alla lunga telenovela dei diritti televisivi per la prossima stagione calcistica in Italia, ma il quadro che vien fuori è tutt’altro che positivo per il “pallone” tricolore.

La telenovela dei diritti Tv per la Serie A

Partiamo dai fatti: i diritti tv della Serie A per il triennio 2018-2021 sono stati assegnati a due compagnie, Sky e Perform, per un importo complessivo di 973 milioni di euro per la Lega Serie A. Secondo quanto comunicato, l’emittente di Rupert Murdoch si è aggiudicata due pacchetti sui tre messi a bando, che comprendono per ogni giornata la trasmissione di sette partite su dieci, presentando un’offerta di 780 milioni.

Pacchetti divisi tra Sky e Perform

Grande sorpresa per la mossa del gruppo britannico Perform, che utilizza una piattaforma per eventi sportivi live on-demand (Dazn): con la sua offerta di 193,3 milioni di euro ha conquistato il pacchetto 7, ritenuto il meno “pregiato”, che comprende il posticipo del sabato sera, l’anticipo delle 12.30 di domenica e una gara di domenica alle 15. Già da quanto scritto si comprende che sarà probabilmente necessario un ulteriore accordo tra le due compagnie per consentire agli utenti di vedere tutta la Serie A con un unico abbonamento, una possibilità che attualmente è in fase di studio. È invece stata scongiurata l’ipotesi dell’embargo per 90 Minuto, che quindi potrà continuare a trasmettere i gol e le immagini delle partite in chiaro alla domenica pomeriggio.

Circa 1,5 miliardi di possibili ricavi per la Lega Serie A

Ma quanto vale davvero il calcio per le Tv? Secondo i calcoli fatti dagli analisti di mercato, la “Confindustria del Pallone” incasserà più della quota effettivamente pagata dalle due compagnie, perché ai 973 milioni di euro a stagione vanno aggiunti delle parti variabili in base ai ricavi degli operatori (che possono raggiungere un tetto massimo di 150 milioni) e gli introiti derivanti dalla cessione già effettuata dei diritti della Serie A all’estero e di quella da effettuare per la trasmissione in chiaro e via radio, oltre che per i singoli eventi di Coppa Italia e Supercoppa per l’estero. Un totale che dovrebbe portare la quota a circa 1,5 miliardi di euro per i prossimi tre anni da parte dei broadcaster verso la Lega.

Il business del calcio attrae investimenti

Una cifra decisamente importante, che rappresenta solo una piccola fetta della “torta” complessiva del giro d’affari del calcio in tv, che con i suoi ascolti da record fa anche gola a chi opera nel campo della pubblicità e del marketing, che trovano nel vecchio “tubo catodico” un ulteriore canale di diffusione del proprio brand. Una conferma in tal senso arriva da Mediaset, che si è aggiudicata i diritti di trasmissione del Mondiale di Russia 2018 per 78 milioni di euro: l’investimento, come annunciato da Pier Silvio Berlusconi, è pienamente rientrato grazie alla raccolta pubblicitaria, che ha portato al gruppo del Biscione contratti e accordi con investitori per impegni di spesa di oltre 70 milioni di euro. Non è un caso che anche le grandi compagnie di comunicazione a livello nazionale, come Italia Online, guardino con grande attenzione al mercato dell’advertising in tv, proponendo investimenti sia negli innovativi segmenti della pubblicità online che su questi mezzi per massimizzare il raggiungimento del target.

Un pallone “svenduto”?

Eppure, a scavare in profondità si scopre che il calcio italiano è in condizioni peggiori di quanto si racconta: non parliamo di risultati sportivi (la ferita per l’assenza ai Mondiali 2018 è ancora aperta, soprattutto mentre le altre nazioni sono impegnate in Russia), ma anche dell’appeal della Serie A e della capacità gestionale della Lega. Fermandoci solo ai diritti tv, basti dire che l’incasso ottenuto è inferiore di circa 200 milioni al prezzo minimo del bando, che era di 1,1 miliardi a stagione, e che il raffronto con gli incassi di altri campionati è impari.

Ci supera anche la Francia

Se da sempre la Premier League inglese rappresenta un modello di riferimento per il business calcistico, ora anche la Francia ci ha superato: i diritti tv per la Ligue 1 per le stagioni 2020-2024 sono stati assegnati a Bein Sport, controllato dal Qatar, e agli spagnoli di Mediapro (il gruppo che aveva vinto il bando italiano prima dell’annullamento da parte del Tribunale), per una somma annuale di 1,15 miliardi di euro. Per fare un raffronto, i diritti 2016-2020 erano stati venduti per 762 milioni di euro alla storica pay-tv francese Canal Plus, che ora è stata sconfitta dal “nuovo che avanza”.

Amazon sbarca in Premier League

In Inghilterra, invece, Sky Sports e BT Sport si sono aggiudicate i diritti di trasmissione delle ambitissime partite della Premier League per poco più di 5 miliardi di euro a stagione per il periodo 2019/22, relativi però soltanto a 5 dei 7 pacchetti in cui è stata suddivisa la manifestazione; il sesto pacchetto è stato assegnato alla pay-tv BT, mentre ha destato scalpore l’investimento nel calcio da parte di Amazon, che ha vinto il settimo pacchetto e che dunque proporrà 20 partite a stagione del massimo campionato inglese per tre anni a partire dal 2019 tramite il suo Prime Video. Questa suddivisione ha un risvolto negativo per gli utenti, costretti ad acquistare tre diversi pacchetti per vedere tutte le partite della Premier e addirittura a dover alternare trasmissione via satellite a quelle in streaming.

Il declino della Serie A

Mentre gli altri campionati aumentano i loro ricavi, la nostra Serie A resta al palo, incapace di valorizzare come si deve il proprio prodotto. Una classe dirigente quella del calcio italiano, che sta con i propri fallimenti riuscendo nell’impresa di depauperare quello che una volta era considerato il campionato più bello del mondo. Il superamento da parte della Lega francese quanto a ricavi dovrebbe suonare come un campanello di allarme per i presidenti delle squadre della Lega Nazionale Professionisti Serie A e per la Federcalcio stessa, attualmente commissariata e incapace di eleggersi un nuovo presidente, dopo le dimissioni di Carlo Tavecchio.

Riuscirà il calcio italiano ad avviare quel processo di rinnovamento del quale da troppi anni si sente l’urgenza? Per ora con una Figc commissariata dal Coni con risultati tutt’altro che soddisfacenti, e il caos Mediapro, siamo ben lontani da una simile prospettiva.

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