La terra è una sfera. E anche il pianeta calcio corrisponde ad una sfera. E la penna a sfera definisce proprio la letteratura sportiva in quest’ambiente: la sfera fluida per una rapidità di scrittura e di presa di appunti mentre corre la sfera regina del campo sportivo.

La sfera della penna e la sfera dello stadio si ritrovano poi a coesistere sul giornale, certe volte guardandosi con curiosità per un resoconto oppure guardandosi in cagnesco per un verdetto. E non parliamo poi delle polemiche micidiali o dei silenzi-stampa.

La stampa sportiva riunisce tutti gli attori del calcio: giocatori, allenatori, sponsor, spettatori. Magari politici. La stampa sportiva soprattutto attraverso il calcio coinvolge l’intera popolazione: il popolo “popolare” ed i decisionisti più influenti. Cioè i tifosi e gli industriali.

Tuttavia il calcio richiede certe sfumature. Dapprima l’identità vera e propria: locale, regionale, nazionale. Successivamente questo processo può mutarsi passando da identità ad identificazione. Sempre con una parte istintiva, ma con riflessi già prevedibili nel caso dell’emigrazione. Infine, l’emigrazione ed il calcio sono legati a numerose e precise condizioni economiche.

Il calcio costituisce lo sport più praticato in tutto il mondo, lo sport più popolare. Calcio e popolo hanno una relazione stretta, si potrebbe dire calcio e popoli, e molti governi l’avevano capito già durante il corso del Novecento. Questo “panem et circenses” moderno è stato infatti innescato da politici di ogni tendenza: il Cile versione Allende o versione Pinochet, l’Unione Sovietica, le due Germanie che si paragonavano indirettamente (le denominazioni Dynamo Berlino o Lokomotiv Leipzig contrastavano riguardo alle capitaliste Bayer Uerdingen e Bayer Leverkusen, o rispetto alle regionaliste Bayern Monaco, Borussia Dortmund o Borussia Moenchengladbach); la Francia nella sua volontà giacobinista; l’Italia nello stesso tempo nazionalista, regionalista e campanilista; le due Coree; l’Argentina dei generali; la Grecia dei colonnelli; l’Italia di Mussolini ma anche quella del partigiano Sandro Pertini, l’Italia Berlusconiana; l’Ungheria degli anni 50-60; la Romania dell’epoca Ceausescu ma anche dell’era Iliescu; la Libia di Gheddafi con l’organizzazione della Coppa d’Africa e il secondo posto ottenuto nel 1982); l’Iraq di Saddam Hussein con atleti veramente incanalati da Qussay e Oudai Hussein. Anche l’Inghilterra con i suoi accaniti ma fedelissimi tifosi.

Le tifoserie possono cambiare del tutto da una nazione all’altra. Le proteste possono manifestarsi tramite l’uso di fischi o di grida. Gli incoraggiamenti con canti o strumenti (ricordiamo le vuvuzelà in Africa del Sud per il mondiale 2010) o slogan (i francesi con la loro mitica frase ereditata dal risultato finale del 1998: “Et un, et deux, et trois-zéro!!!”; i romanisti con il loro motto “Forza Roma, forza lupi, sono finiti i tempi cupi”; gli algerini con “One, two, three, viva l’Algérie”; gli svizzeri con “Hop suisse, hop Schweiss”; i tifosi tunisini della capitale Tunisi, incoraggiando l’Espérance de Tunis con “Taragi Daoula”).

Certo a volte possono succedere degli episodi di violenza (di recente, quando il pullman della squadra del Fenerbahçe fu aggredita a sassate e con pistole da tifosi turchi di formazioni rivali nella zona di Trebisonda. O anche l’episodio tragico dell’attacco del treno in Italia dove si trovava il giovane Ivan Dall’Oglio qualche decennio fa; le risse tra emigrati egiziani ed emigrati algerini a Parigi dopo lo scontro tra le loro nazionali, quando fu invaso dai tifosi algerini il campo dello stadio “Stade de France” di Saint-Denis il 6 ottobre 2001). Allora, il calcio ha superato lo sport. Si affratella la passione, versione dibattito o versione guerra.

Il calcio significa per i politici ed i dirigenti sportivi comunione con il popolo. Anche Sarkozy o Le Pen l’avevano capito sullo scacchiere sociale francese. E prima di loro l’ex presidente Jacques Chirac con France 98. Come l’aveva capito tempo fa Beppe Dossena, ex professionista ed ormai opinionista che si cimentò in politica negli anni ottanta. Il popolo desidera godersi il sentimento di rappresentazione attraverso la propria squadra. Ad esempio i brasiliani si sentono più rappresentati da un calcio-samba. Cioè un gioco molto, molto tecnico, molto espressivo dentro e fuori dal campo. Calciatori come Dunga, Carlos Mozer o Ricardo Rocha erano perciò più popolari in Europa che in Brasile, in quanto considerati come troppo duri, troppo convenzionali, troppo “europei” nel gioco, troppo razionali. Il Brasile ama l’unione tra calcio e festa, sia in campionato che con la nazionale. Il calcio brasiliano ha una parentela con la danza, con la musica. Questa fama l’avevamo già potuta accertare nel film “L’allenatore nel pallone”.

L’identità si può manifestare anche attraverso uno stile, un modo di gestire le cose. La Germania ed il suo rigore tattico, la sua preparazione fisica, atletica e il suo comportamento serio sul campo, possono far pensare alla mentalità tedesca nel suo modo di concepire il lavoro. Con una determinazione nel gioco che corrisponde alla stessa determinazione nel rispettare onestamente i termini di un contratto di lavoro. Il lavoro fa tanto parte della vita alla tedesca da essere stato ripreso come tematica pure dai nazisti che avevano indetto lo slogan “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi). È interessante notare che il lavoro e il calcio erano in relazione sia nell’ex-Germania Ovest che in quella dell’Est. Lo stile di gioco tedesco è volontaristico, spesso fisico.

Anche in Inghilterra, il gioco è innanzitutto fisico. Per motivi climatici visto che il clima lì è abbastanza piovoso, il gioco è reso più rapido con l’erba più scivolosa, soprattutto quando tira vento. L’impegno, chiamato “fighting spirit”, il “kick and rush”, cioè un gioco rapido fatto di calci e di corse da un campo all’altro, ed il gioco di testa sono le caratteristiche del gioco britannico (vedi ad esempio il centravanti Mark Hateley, che era un ottimo giocatore di testa). La cultura dei club è anche molto diffusa nel Regno Unito, nello spazio britannico in genere: il derby di Manchester simboleggiava all’origine le rivalità dei ceti sociali; il derby Celtic-Rangers la rivalità tra cattolici e protestanti nella città scozzese di Glasgow.

Nel Mediterraneo, invece l’identità calcistica si basa dapprima sulla tecnica e le sue sfumature fatte di gesti e acrobazie. Tranne la Grecia che era un po’ più tecnica all’epoca di Saravakos e Anastopoulos, ed eccetto l’Egitto che sovente rispecchia una cultura sportiva più britannica, i paesi del Bacino Mediterraneo basano la loro attività sulla tecnica. Il possesso palla rivela precisamente i metodi di ogni nazione: la ripetizione di passaggi sui lati e in avanti, giocando sulla velocità con giocatori tecnici ma anche vispi per quanto riguarda Spagna a Portogallo.

Sempre con un gioco tecnico, ma certe volte più lento, e soprattutto molto più difensivo, c’è l’esempio italiano. E non solo ai tempi gloriosi dell’apogeo del Catenaccio. Un esempio? Il campionato attuale con difese-cittadelle che esistono ancora. E questo anche dopo la parentesi Arrigo Sacchi col Milan e in Nazionale (ricordiamo lo 0-0 tra Olanda e Italia, contando per i semifinali dell’europeo 2000, con un possesso di palla certe volte oscillando tra il 25 per cento ed il 30 per cento per gli italiani. Italiani finalmente vittoriosi ai rigori dopo supplementari molto rigorosi tatticamente). Nel caso italiano, la tecnica può essere messa al sevizio della difesa, e non solo del centrocampo e dell’attacco.

Nel caso greco, si tratta di una situazione proprio specifica. I risultati greci al livello continentale o internazionale, con uno schiudersi tardivo, sono stati lentissimi ed irregolari (partecipazione alla finale di Coppa Campioni del Panathinaikos nel 1971, qualche sobbalzo con la qualificazione con la partecipazione della nazionale all’Europeo 1980 in Italia per poi scomparire nel nulla fino al 1994 e la qualificazione ai mondiali statunitensi senza nemmeno segnare un gol, facendosi davvero notare con la clamorosa vittoria finale all’europeo 2004 in Grecia). Infatti meno il calcio ellenico ha contato sulla tecnica più ha ottenuto successi. Il successo all’europeo del 2004 è venuto perciò grazie al tedesco Otto Rehhagel come commissario tecnico, che basava il suo calcio su atletismo, solidità tattica e di squadra.

Per quanto riguarda Malta e Cipro, invece si tratta di due paesi accusano un grave ritardo di tradizione calcistica nonostante qualche progresso lento. Alcuni anni fa la partita Italia-Cipro 3-2 fu anche una delle partite più tecniche e più interessanti dei gironi di qualificazione europei con i ciprioti in vantaggio nel primo tempo. Ma senza conseguenze.

Sull’altra riva del Mediterraneo prevale anche la tecnica. Solo gli egiziani come abbiamo accennato prima, diversificano ogni tanto il loro stile, praticando un gioco basato sul gioco aereo e la corsa. Altrimenti, il divertimento basato sull’uso della tecnica è prevalente: il Marocco ha avuto Bouderbala, Khairi, Hadji, Timoumi, Chamakh, Alloudi, Ghazouani; l’Algeria ha avuto Belloumi e Madjer ma non solo; la Tunisia ha avuto T.Dhiab, A.Sellimi, Mohammed-Ali Akid e tanti altri; la Libia Jehad Mountasser.

Mentalità che si ritrovano anche in altri posti nel mondo. La tecnica al servizio dello spettacolo in Sudamerica, non solo in Brasile e in Argentina, ma anche al servizio della lotta contro il clima tropicale o andino. Chiedete se è così facile ai loro avversari sfidare la Bolivia o il Perù in casa! Mentre la nozione del lavoro e del sacrificio assai simile alla mentalità tedesca, si ritrova nel gioco praticato dalle nazioni dell’Estremo Oriente: Cina, Corea del Sud, Giappone (presenti tutt’e tre insieme ai mondiali asiatici nel 2002). La Corea del Nord è arrivata anche lei al Mondiale Sudafricano del 2010 grazie al collettivo. Del resto lo cantava Umberto Tozzi nel 1991: gli altri siamo noi…

Per quanto riguarda l’identità setacciata dall’emigrazione, i risultati sono vari. Anche se esistono delle costanti. Una di queste è quella dell’identificazione. Il processo più logico è quello di collegare identità e luogo di nascita, o almeno i luoghi della vita quotidiana, una specie di Ius Soli. Una legittimità territoriale dovuta alla nazionalità, alle abitudini, a un contesto che si presenta di continuo. Questa continuità si esprime tramite l’abbinamento tra individuo e nazione nativa: amore per la nazione, nazionalismo sportivo durante le partite della propria nazionale, cantare a squarciagola l’inno nazionale allo stadio, etc. Questo tipo di identificazione si può esprimere anche attraverso i campionati nazionali o le coppe europee. Quindi attraverso i club, a un livello regionale o locale. I due esempi migliori in Europa sono i campionati italiano e spagnolo. In Italia, molti giocatori hanno un comportamento da tifoso: Bruno Conti, Francesco Totti, Giuseppe Giannini e Luigi di Biagio i romani romanisti, Paolo Maldini il milanese milanista, il portiere toscano Riccardo Albertosi alla Fiorentina, Ciro Ferrara difensore partenopeo del SSC Napoli, Pietro Paolo Virdis il sardo del Cagliari che dopo una breve parentesi al Milan dovette tornare, nostalgico, a Cagliari per terminare e confermare la sua carriera di bomber di Serie A, e tanti tanti altri. Molti piemontesi sono per la Juve o per il Toro, molti lombardi per l’Atalanta, l’Inter o il Milan, molti toscani per la Fiorentina, il Livorno, il Pisa, il Siena, l’Empoli, molti sudisti per il Napoli, il Palermo, il Bari o il Lecce.

Il parallelismo con la Spagna, dove regionalismo e campanilismo spiccano, è scontato. Il Deportivo La Coruña per la Galizia, il Barcellona per la Cataluña, regione di origine della famiglia dell’ex c.t francese Raymond Domenech, nel nord della Spagna. Nel Centro, le squadre di Madrid (Real e Ateltico) e il Valencia. Più a Sud, le due squadre di Siviglia (Betis e F.C), Cadiz, Almeria. Un fenomeno analogo a quello italiano di appartenenza culturale tra giocatori e società sportiva esiste. Per esempio pensando al caso di Carlos/Charles Puyol, catalano del Barcellona.

Un altro fenomeno analogo si produce quando osserviamo le due penisole ed i loro campionati rispettivi da Nord a Sud. Più si “scende” e più abbiamo in alcuni casi una tifoseria di zona, più che di squadra o di città. E’ il primo passo dall’identità all’identificazione, quell’evoluzione dell’identità che è dunque un espansione di essa. Nel 1987, il Napoli di Maradona, Bagni, Giordano, Bruscolotti, Garella, Carnevale vinse storicamente e per la prima volta nella sua storia lo Scudetto. Per la prima volta una squadra del Sud ufficiale e culturale, ambientata amministrativamente sul continente vinceva il titolo. In passato solo un’altra squadra del sud aveva vinto il campionato italiano. Si trattava del Cagliari nel 1970. Però in questo caso preciso si trattava di un caso molto più specifico. Una regione meno popolata, una zona più isolata poiché in mezzo al Mare Mediterraneo. E non a caso gli abitanti dell’isola hanno la fama di praticare una lingua italiana standard correttissima grammaticalmente, il ché garantisce quasi una certa legittimità. Un certo diritto di sognare di vincere. Invece il Napoli è la squadra di una capitale regionale più’ importante, una città basata sul continente che prolunga la penisola. Perciò’ il Sud intero provò orgoglio e ne fece tanto mostra tifando la squadra partenopea durante tutte le gare contro Juventus, Roma (in quell’anno la Lazio era in Serie B), Milan, Inter, Udinese, Torino, Hellas Verona, Sampdoria o Fiorentina. Il Napoli come mezzo di rivincita per una zona immensa: il Mezzogiorno. Il Napoli come mezzo di resistenza morale per chi è emigrato a lavorare nelle città industriali dell’Italia del Nord.

Quest’emigrazione interna viene considerata come emigrazione esterna. Sul piano internazionale, tifare per una squadra diversa da quella di dove si vive rivela tante cose, perché è causata da tanti fattori. L’emigrato, istintivamente fa di tutto per mantenere i contatti, rafforzare certe abitudini per non sentirsi sradico dalle proprie origini. Il numero di associazioni di tifosi italofoni o italianisti attraverso il mondo (Il Roma-Club di Parigi di Saverio Bodard a Parigi, per esempio; ma soprattutto le associazioni legate alla Vecchia Signora o al Milan; sempre a Parigi, la comunità portoghese ha tanti locali dedicati al Benfica o al Porto all’Est della capitale francese) ne costituiscono degli ottimi esempi. Il fatto di tifare è un modo di vivere. Anche un mezzo di sopravvivenza culturale che permette di riunire persone di vari ceti ma di una stessa fede nazional-calcistica.

Gli esempi sono numerosi. Per quanto riguarda gli italiani, italofoni, oriundi, discendenti di emigrati, le rivalità regionaliste e cittadine si possono cancellare e associarsi per rappresentare una rosa coerente di tifosi della stessa origine. La bandiera italiana è veicolata dagli italiani all’estero durante le partite della nazionale. Se osserviamo l’inizio del film Jungle Fever, del regista afro-americano Spike Lee (con l’attore italo-americano John Turturro), scopriamo certe mura del quartiere italiano di New York. Su una di queste mura è stata dipinta la bandiera italiana in ricordo della vittoria mondiale in Spagna del 1982 con i cognomi dei marcatori azzurri. Una forma di resistenza etnica ma anche linguistica e soprattutto culturale visto che in quell’epoca (1990) il calcio era un fatto sportivo non eccezionale, ma anzi ancora rarissimo sullo scacchiere statunitense degli svaghi. Quando si svolsero i mondiali del 1934 e 1938, successivamente in italia e in Francia, che furono vinti dall’Italia, gli italiani emigrati in Francia o negli Stati Uniti furono felicissimi ed orgogliosi nonostante il fascismo.

In Francia fu davvero simbolico visto che ci viveva un’importantissima comunità italiana, aumentata di più ancora dopo l’attività del Front Populaire, iniziata dal 1930 e confermata in modo ufficiale soprattutto nel 1936. Si trattò anche di una rivincita più morale che sportiva di fronte al razzismo anti-italiano, come il Massacro di Aigues-Mortes, vera e propria caccia all’italiano. Gli italiani stabiliti in Francia ebbero un motivo di fierezza verso l’Italia, per compenso del fatto di essere disprezzati perché stranieri provenienti da un paese fascista. Come per gli spagnoli vincitori dell’europeo 1964, durante il regime del Generale Franco.

Certo le vittorie del 1968 (Europeo) e del 1982 (Coppa del mondo), e pure il secondo posto al Mondiale del ’70 in Messico, hanno ridato speranza agli italiani che vivono in Europa, confermate dalle spedizioni positive del 2006 e 2012. Come per gli algerini nel 1982 e nel 2014. Come per i marocchini ed i tunisini (1986, 1998 per i primi; 1978, per i secondi) e gli egiziani (1990). Quattro etnie presenti anch’esse sul territorio francese. Come per i turchi che vivono in Germania, in Svizzera, in Austria, in Francia o in Belgio (Europeo 2000, mondile 2002, Europeo 2008). I membri della comunità turca all’estero ebbero due volte occasioni di rivincita. La prima nel 1989, raggiungendo le semifinali di una coppa europea con il Galatasaray, eliminando Bayern Monaco in uno stadio tedesco. Un motivo di fierezza per Ehran Onal, in parte cresciuto in Germania e passato per il Bayern Monaco. La seconda volta dieci anni più tardi, quando la stessa squadra vinse la Coppa UEFA. Un’evoluzione progressivamente positiva iniziata con i club e conclusa con la nazionale alcuni anni dopo. Tuttavia con qualche sobbalzo prima: quella triplice vittoria con la Germania dell’Est (una doppia vittoria in girone di qualificazione mondiale, confermando una vittoria in amichevole).
Una specie di richiamo alle radici, alla memoria che conduce all’espressione di un nazionalismo sportivo folklorico. Non a caso il regista cinematografico Franco Brusati scelse di scrivere una scena durante la quale interferisce il calcio nel film “Pane e cioccalata”, storia della vita quotidiana di un emigrato italiano in Svizzera nel 1974. In quella scena, l’attore Nino Manferdi, in cerca momentanea di riconoscimento dalla società svizzera, si scatena finalmente facendo mostra della sua italianità di fronte alla partita diffusa in tivù, coinvolgendo la nazionale italiana.

Il trionfo del 2006 fu anche una rivincita per l’orgoglio degli italiani di fronte al pianeta intero, come per gli italiani sistemati in un altro paese. Nel 2006 la Nazionale era in crisi nei suoi rapporti con la stampa, a causa della vicenda di Calciopoli. Una delle motivazioni più grandi per gli Azzurri furono le speranze degli impiegati calabresi emigrati proprio in Germania con i quali si incontrarono.

Due anni dopo, si svolse l’Europeo 2008 in Austria e Svizzera. Una svolta ulteriore per i tifosi italiani stabiliti in Francia, Belgio, Lussemburgo, Germania o Svizzera dopo la testata di Zidane a Materazzi. La svolta della conferma (vittoria 2 a 0 sulla Francia). La svolta della riabilitazione dopo la campagna anti-calciatori italiani indetta in Francia a causa della sconfitta ai rigori nella finale internazionale due anni prima. Un europeo per il quale i francesi si erano qualificati grazie ad una vittoria degli italiani in Irlanda del Nord…

Un Europeo 2008 che oppose nello stesso gruppo un’irresistibile Olanda ad un magma linguisticamente latinizzante: l’Italia epicentro della latinità, la Francia in gran parte dalle radici linguistiche latine e la Romania paese di origini slave ma di lingua romanza. Forse l’Olanda in quel caso beneficiò della lotta intestina tra i tre altri avversari. La Francia e l’Italia comprendono un certo numero di lavoratori rumeni, fra cui anche i nomadi di origine rumena. L’Italia è un paese che ha dato una forte diaspora alla Francia, mentre le relazioni calcistiche sono state sempre molto positive tra Italia e Romania (Walter Zenga fu allenatore a Bucarest, Roberto De Zerbi conobbe la massima serie rumena da giocatore, Hagi, Raducioiu e Chivu militarono in Italia). La Romania ha l’immagine della Francia come rappresentando una visione tipo “élite”. I pareggi 0-0 e 1-1 rispettivamente per Romania-Francia e Romania-Italia furono vissuti diversamente. Mentre quello con l’Italia è stato sentito soprattutto sportivamente, parse più prestigioso il risultato contro i francesi di Benzema e Ribéry. Più prestigioso perché la lingua francese è considerata in europa dell’Est come una prova indiscutibile di raffinatezza. Quindi si trattava di superare un paese considerato fra i più avanzati. Si trattava anche di provare il valore della nazione est-europea a quella francese che aveva più che dato una mano durante l’inverno 1989 e la caduta di Ceausescu, come per essere alla pari. E appunto il risultato della partita fu la parità. Senza gol. Durante una partita meno dinamica, più prudente che contro l’Italia. E per finire dei rumeni assai soddisfatti in Romania, ovviamente. Ma anche in Francia e in Italia.

Invece tra Italia e Francia c’era rivalità accanita. Da tempo la relazione tra le due vicine si traduce sportivamente con una rivalità viva. A volte furba, a volte violenta. La Francia sta proprio all’incrocio di tutti gli influssi culturali europei. Si tratta pure di una terra di accoglienza dal diciassettesimo secolo dove vige lo Ius Soli. Dal diciassettesimo secolo esiste una comunità italiana in Francia (all’inizio dei banchieri e degli usurai italiani popolarono Parigi, come attesta il nome della via “Rue des Lombards”), cresciuta soprattutto dopo la fine dell’Ottocento. È attestata pure l’esistenza di una comunità rumena sul territorio francese. Ma la relazione è diversa. Meno polemica. La Francia ha anche una relazione particolare, sempre molto complicata, con la Germania, paese del Nord, dalla fama di grande serietà e organizzazione. E fu quasi in modo rassegnato che i galletti francesi persero certe gare con i vicini germanici. Invece nei confronti di Spagna o Italia, oppure Portogallo, assistiamo all’espressione di un complesso di superiorità. Cioè il fatto di non accettare di ricevere lezioni da paesi situati più a Sud, anche nel calcio. Ovviamente in Francia numerosi emigrati di quelle nazioni o i loro discendenti tifano per esse. Ci sono anche riflessi solidali dovuti alla latinità o la mediterraneità: gli italiani proveranno simpatia per gli spagnoli ed i portoghesi se la nazionale di una di quelle comunità citate viene sfidata da quella francese. E viceversa. Anche se l’integrazione potrà generare casi di trasparenza e di affidamento parziale o totale alla squadra nazionale francese. Da parte da tifosi ma anche di giocatori. Gli oriundi francesi sono stati rappresentati da Mario Zatelli (Olympique Marsiglia; Zatelli era un oriundo nato a Algeri, cioè con un percorso particolare), da Dominique Baratelli (portiere internazionale di Nizza e Bastia e poi del PSG), di Lorto, Chiesa, Di Nallo e ovviamente Monsieur Michel Platini regista della Juventus, di Nancy e di Saint-Etienne e campione europeo con la nazionale francese nel 1984. 1984, anno in cui la nazionale di Platini era già variopinta per l’arcobaleno latino: italiani(Platini, Battiston), corsi (Il portiere Jean-Luc Ettori), spagnoli (Luis Fernandez, Manuel Amoros e il c.t Hidalgo). Quindi una nazione calcistica quasi esotica che poteva creare indirettamente polemiche. Polemiche si presenteranno qualche decennio più tardi…

Appunto, la relazione con un paese di accoglienza può presentarsi come equivoca. C’è chi si dedica al cento per cento, per riconoscenza, al nuovo paese (come il mediano Rio Mavuba nella nazionale francese). Esiste su questo punto un bellissimo esempio di lealtà: Lazare/Lazzaro Ponticelli, arrivato in Francia all’età di 14 anni, che pure combatté con l’esercito nazionale francese nella prima guerra mondiale. Ponticelli l’ultimo testimone della prima guerra in Francia che mori’ a piu’ di 100 anni. Ormai esiste una piazza L.Ponticelli nel quartiere italiano di Nogent sur Marne, nella periferia parigina, non tanto lontano da una statua omaggio per le operaie italiane della zona, per la quale Carla Bruni fece da modello.

C’è chi si dedica maggiormente, lasciando pero’ un po’ d’italianità. Michel Platini e Vincent Candela (di origine italian e spagnola) che hanno militato in Serie A illustrano questo caso. Anche Luis Fernadez, nato a Tarifa nel Sud della Spagna, ha giocato per la nazionale francese ma dopo ha allenato con successo in campionato spagnolo. C’è chi sceglie di giocare per la Francia per vendetta: Zidane e Hatem Ben Arfa. Per opportunismo sportivo più che per riconoscimento: Camel Meriem, Samir Nasri, Sabri Lamouchi.
Anche se abbiamo appena evocato casi riflettendo una risucita indiscussa per l’integrazione, ci sono sempre alcune sfumature nel senso che non ci sono regole precise riguardando il rapporto con il paese di accoglienza o il paese delle origini famigliari. Questo costituisce l’occasione di parlare di un atteggiamento proprio sottile: i casi di identificazione indiretta o identificazione per procurazione.
Difatti gli europei e le coppe del mondo costituiscono entrambi dei momenti di incontri tra le nazioni. Ma anche di scontri. Direttamente ma anche indirettamente.
Se basiamo la nostra osservazione sulla Francia, la Germania, il Belgio e la Svizzera, cioè territori da tempo toccati dal fenomeno di sistemazione migratoria attraverso i lavoratori che arrivano ma anche attraverso i loro discendenti, possiamo accorgersi di tanti comportamenti interessanti tra i tifosi.
Dunque durante le grandi competizioni tipo mondiale, Europeo, Coppa d’Africa delle Nazioni, Coppa d’Asia o Copa America, non tutte le nazioni riescono a qualificarsi. Tuttavia esiste un compenso. Prendiamo l’esempio delle tre ultime coppe del mondo. Il caso piu’ polemeico è stato la finale tra Italia e Francia dell’estate 2006 e lo stacco di testa del regista franco-algerino Zinedine Zidane verso il nostro Marco Materazzi. Ovviamente le reazioni in Italia e in Francia non sono state identiche. Zidane, ex-juventino lo dobbiamo tener in mente, fu l’epicentro della polemica. In Italia è stato certo un oggetto di odio. Mentre in Francia, non è stato proprio il contrario. E questo è il punto. Ci furono delle sfumature tra diverse categorie. I francesi sostesero il loro idolo, la loro nazionale.P ero’ fra i francesi di origine nordafricana comparsero varie opinioni. Fra gli algerini, i piu’ motivati a sostenere “ZZ” erano quelli della stessa regione, cioè la Kabilia. Fra gli arabofoni le reazioni erano piu’ proitaliane, eccetto a Marsiglia città natia di “ZZ”. Quele reazioni filoitaliane furono istruttive. Il senso del Mediterraneo e la storia del colonialismo ebbero di sicuro dato una motivazione specifica. Un appuntamento con la Storia. Molti tunisini hanno tifato per l’Italia, residenti in Tunisia, in Francia o in qualsiasi paese europeo. Il ché era prevedibile visto la vicinanza geografica ma anche l’accomunanza su certi punti, le relazioni positive mantenute con i tunisini dai livornesi e dai siciliani. Il 2006 fu rivelatore di tante cose in Francia ma anche attraverso il mondo. In Francia, molti emigrati del Mediterraneo o dell’America Latina provarono piu’ simpatia nei confronti della combriccola di Capitano Cannavaro. Mentre molti emigrati dell’Africa Nera o dell’Estremo Oriente fecero il tifo per i francesi. Ci furono pure delle risse: negozi italiani saccheggiati a Strasburgo, tifosi italiani aggrediti a Nizza, tifosi nordafricani che provavano simpatia per la nazionale italiana aggrediti a Saint-Denis, Lione o Grenoble. Attraverso il mondo, questo fenomeno si confermo’,con qualche sfumatura sorprendente nell’eccessività. Ad esempio, la Gazzetta Dello Sport che ha intitolato “In Iran hanno festeggiato per noi”. Un godimento iraniano rispetto alla posizione francese nei propri confronti alla nota in quel momento, oppure simpatia di paese del Sud “quasi mediterraneo”? Ma anche un evento drammatico: la morte a Milano di un turista svizzero colpevole solo di aver esultato dopo il gol francese. Questo caso è ambiguo. La Svizzera della tifoseria calcistica si è atteggiata da funambolo, da buon paese incastrato dal territorio francese e da quello italiano. Durante due anni successivi svizzeri e francesi si erano combattuti durante le qualificazioni. Anche attraverso la stampa sportiva tramite gente come Fabio Celestini e sopratttuttto Alexander Frei (erede della stella Stéphane Chapuisat al ruolo di centravanti). Per ritrovarsi nello stesso girone in fase finale. Incontro concluso con un freddo e severo 0-0. E tanti svizzeri presero, certe volte in modo cattivissimo, in giro i cugini francesi. Però, quell’accanimento scomparì quando arrivò la finale. Una solidarietà di paesi prediletti “credibili” perché più ricchi e più a Nord dell’Italia?
Tutto cio’ ci porta naturalmente all’ultima parte di questo “dossier” . L’aspetto economico della relazione fra calcio e emigrazione.
Esiste una macroeconomia del calcio. Il calcio rappresenta una borsa, una piazza affari vera e propria. Un riferimento finanziario dai codici precisi. Con i suoi flussi di capitali e di persone.
Dapprima, molti calciatori furono in passato esempi di integrazione per idiscendenti di emigrati. Kopa(figlio di polacchi), Platini, Piantoni, Zatelli, Zidane riguardando la nazionale francese. Mario Zatelli, con il destino particolare di un italiano nato in algeria (no,no,non si tratta dell’italiana ad Algeri di Gioacchino Rossini) e figlio del proprietario della birreria più famosa di Algeri, che militò con il Marsiglia e con la nazionale di Francia. Platini, figlio e nipotino di piemontesi, che per finire concluse la carriera alla Juventus. Un simbolo. Come quello del siciliano Carmelo Miccichè, selezionato con la Francia e autore di un gol su un assist… di Michel Platini. Esempi di riuscita sportiva ed economica. Di recente possiamo citare Flamini (di origine corsa e italiana,che gioco’ con il Milan), Ibrahimovic con la Svezia, la Germania che conta Khedira, Klose, Ozil, i fratelli Yakin per la Svizzera… Tanti esempi.
Parecchi esempi generando certe svolte. Talvolta uno squilibrio mentale. Ovviamente c’è un indiscutibile riuscita finanziaria. Ma l’identificazione dei tifosi emigrati di seconda, terza o quarta generazione viene certe volte caratterizzata da incomprensioni, da limiti, da dubbi. Soprattutto per chi ha studiato o per chi è già riuscito materialmente. Non a caso gente come Zidane, Ozil, Yakin è stata contestata dalla comunità di origine. E anche fischiata o minacciata (i fratelli Yakin, di origine turca). Questo squilibrio può essere simboleggiato da due fratelli: i Boateng. Uno che gioca per la Germania. L’altro che gioca per il Ghana. Tutte le soluzioni sono possibili. Anche in una stessa famiglia: i Djorkaeff hanno avuto due internazionali francesi (Jean-Chouki il padre e Youri il figlio) e un armeno (il fratello di Youri).
Riuscita sociale e riuscita finanziaria fanno dimenticare o nascondere o cancellare le radici. Oppure ritrovarle. C’è chi agisce per riconoscimento (Platini, Desailly per la Francia; Vincenzo Scifo per il Belgio). C’è chi agisce per interesse materiale e vendetta (il franco-tunisino Hatem Ben Arfa che scelse la Francia perché il padre aveva avuto dei problemi con la federazione tunisina). C’è chi agisce per convinzione (Giuseppe Rossi rifiutando di essere schierato con la nazionale di “soccer” statunitense). O per opportunismo (la nazionale francese con gli algerini Fekri, Nasri, Camel Meriem ed il difensore marocchino Adil Rami; in passato il guineano Amara Simba specialista del gol di rovesciata).
Cambiare club non si potrà paragonare a cambiare nazionale. Certi hanno fatto la scelta, come Didier Drogba (Costa d’Avorio) e Caligiuri (internazionale italiano nato in Germania), dopo aver raggiunto un certo livello di materialità, allora il primo lusso sarebbe prendere il tempo di scegliere la propria identità. O di confermarla.
Esiste dunque una macroeconomia del calcio. Un’economia fatta di scambi, di spazi, di spostamenti e soprattutto di circolazione. E poi emigrare significa andare a vivere a lavorare all’estero. Come i calciatori odierni. La macroeconomia calcistica riflette anche gli accordi tra potenze di un’area definita da interessi culturali, linguistici, commerciali e finanziari. Una situazione come quella dell’Europeo 2004 quando Svezia e Danimarca fecero in modo da eliminare gli italiani pareggiando insieme lo traduce. Come lo avevano espresso molto prima tedeschi e austriaci eliminando gli algerini dopo una partita stranissima ai mondiali spagnoli del 1982.
Il rapporto fra calcio e emigrazione esiste proprio.bUn rapporto sottile perché fatto di realtà dirette ma anche di sottintesi.
Ci sono realtà locali e realtà piu’ larghe, internazionali. Il calcio rappresenta uno sport ma anche un mezzo di reagire socialmente o politicamente (il Real Madrid serviva per la pubblicità del governo del Generale Franco, che ne capì l’utilità osservandone le prodezze, rappresenta un caso illustrativo).
La sportività raggruppa vari sentimenti legati alla passione e alla prodezza. In un certo modo i tifosi ricercano il riconoscimento, il successo attraverso l’immagine di un’emozione collettiva. Come per superare il malocchio. Ricordate la Grecia campione d’Europa nel 2004 lottando già contro le difficoltà economiche. L’identità e l’identificazione di tutte le forme fanno parte del fenomeno calcio. E spesso gli interessi economici hanno spinto i giocatori a delle scelte motivate dal materialismo. Se facciamo un po’ di sociologia alla Durckheim, osserviamo che le solidarietà sono cambiate. Entriamo in un’era di interdipendenze, di alleanze pragmatiche.
Il calcio è il movimento del pallone viaggiatore. L’emigrazione è il movimento di un malessere.
Il calcio viene ogni tanto associato alla storia individuale e collettiva. Il sentimento di identità e quello di identificazione contribuiscono allo sviluppo mediatico.C’è chi’ è perdente moralmente (Sabri Lamouchi, tunisino di origine, che permise alla Francia di evolversi dopo il fiasco della mancata qualificazione a USA 94 e che per finire non fu ritenuto per partecipare a France 98; Kubilay Turkyilmaz, selezionato dalla “Nati” Svizzera poiché nato sul territorio elvetico per poi essere bocciato e concludere la carriera presso al Galatasaray,nella Turchia delle sue origini famigliari ambientate nella città della Turchia profonda Yozgat).E che dire di Alex, brasiliano naturalizzato giapponese del mondiale 1998 senza essere nato nella nazione asiatica e senza parenti là?
C’è chi’ vince moralmente. Simone Perrotta ,per esempio, figlio di emigrati calabresi nato nel Regno Unito, protagonista con gli azzurri nostrani al trionfo del 2006. Ci sono anche esempi di giocatori confermati avendo scelto una nazionale dall’intersse giudicato minimo rispetto a quella del paese di accoglienza. Altri due casi interessantissimi possono contribuire logicamente alla conclusione di questo scritto. Il primo è quello dell’attaccante Marwane Chamakh, marocchino nato in Francia. Egli scelse di militare con la nazionale nordafricana, pure avendo già confermato il suo valore nei campionati europei (Francia e Inghilterra). Simbolicamente, il Marocco di Chamakh fece un ottimo pareggio 2-2 a Parigi, essendo stato addirittura sull’orlo di battere i padroni di casa qualche anno fa. Un altro tipo di situazione colpisce l’attenzione. Un altro attaccante. Il coreano Jong Tae-Se. Nato in Giappone, con origini e parenti nelle due Coree ma più vicini a quella del Nord. Lui partecipo’ con la Corea del Nord al Mondiale 2010 in Sudafrica. Ecco il messaggio del calcio: una geografia variopinta attraverso la Coppa del Mondo occasione di incontri tra i popoli. Jong Tae-Se ha svolto l’attività nei campionati delle due Coree, in giappone e in Germania. La Germania e la sua Bundesliga dove fece esperienza positiva un altro giocatore offensivo asiatico: il sudcoreano Cha Bum-Kun con il Bayer Leverkusen negli anni ottanta. Quindi il personaggio di Jong Tae-Se rivela che il calcio può essere legato all’emigrazione e alla ritorno alle radici. I due coreani simboleggiano la mondializzazione attraverso lo sport di alto livello. Una mondializzazione calcistica che servirebbe pure a prevedere delle evoluzioni economiche quando si riunificheranno le due Coree, con una possibile collaborazione stretta con il potente vicino cinese sul piano sportivo e economico, sfidando statunitensi e giapponesi.

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