Un tempo fa erano gli italiani ad ormeggiare sulle coste tunisine.

Nel complesso quell’ormeggiare era pacifico. Gli italiani legati alla Sicilia ma anche alla Toscana rappresentavano una forte comunità. I soprannomi di certi luoghi ne sono finora la testimonianza: ”Ligorna”,versione storpiata della parola ”Livorno” nel mercato centrale di Tunisi, e ”Sicilia” nella località balnearia di La Goulette danno una spinta di esotismo all’ambiente della capitale e della sua periferia. Più prosaicamente e più in là quando percorriamo il paese è divertente osservare la presenza di negozi chiamati Toscani, Roberto Baggio, Caffè di Roma, Caffè Scifo… Un pó come quando il turista italiano scopre, ed è la realtà, che nel centro di Istanbul esiste una bottega di moda uomo ”Fabio Capello”. Calcio e popolarità…

E naturalmente, per vicinanza senza rivalità e per voglia di reciprocità, sarà logico dare un interesse al calcio tunisino, visto dalla tifoseria italiana.

Dapprima sarà evidente fare un bilancio cronologico. Per poi passare dall’osservazione all’analisi degli aspetti sportivi del paese.

La fama del calcio tunisino inizia davvero con l’arrivo nell’Europa di dopoguerra del suo primo giocatore cento per cento tunisino espatriato Mokhtar Ben Nacef. Si trattava di un terzino molto tecnico; ricordiamo il suo duello interessantissimo in Division 1 francese con la stella offensiva marocchina ”la perle noire” Larbi Ben Barek. Ben Nacef militò nel campionato francese, di preciso a Nizza, nella squadra dell’O.G.C.N, raccomandato da un ex-giocatore livornese che li svolse la sua attività.
Poi tanti altri giocatori tunisini si faranno notare in Europa. Prevalentemente nel campionato di Francia. Ma anche un po’ in quello italiano. Uomini come Lahzami Témime (Olympique di Marsiglia) o Selim Ben Achour (Parigi Saint-Germain). Oppure i giovani Abdennour e Khazri, rispettivamente difensore  al Monaco e attaccante mezz’ala ai Girondins Bordeaux. Ma anche una volta lo stopper baffuto Khaled Badra (campionato austriaco), gli attaccanti Adel Sellimi, Beya e Ben Slimane (campionato tedesco), Rouissi (campionato belga e poi francese), Tlemçani e Hichri (campionato portoghese), Manai e attualmente Chikhaoui in Svizzera, ed il trio El Ouaer (portiere), Bouzaiene, Gabsi (Serie A, Genoa).

L’Europa significa un’esperienza di adattamento, quasi una prova orale per un esame di maturità.

L’Europa che permise in un certo modo ai tunisini di farsi conoscere. Difatti una serie di vittorie o di pareggi contro i francesi in diverse categorie negli anni cinquanta permise di prendere coscienza del proprio stile di calcio. Uno scontro dinanzi agli ex-colonizzatori che viene sempre preparato con cautela. Ricordiamo due gare amichevoli simboliche. Per incominciare, l’uno a uno tra le due formazioni nell’estate 2002 (gol di Zitouni per la Tunisia). Ed alcuni anni dopo ecco la gara di ritorno allo Stade de France di Saint-Denis. La Tunisia in vantaggio (gol di Issam Joaa) che venne sconfitta finalmente per tre a uno. E la polemica dell’inno nazionale francese fischiato .Quando calcio e politica, anzi storia e geopolitica decidono di suonare per poi ballare insieme…

Ovviamente, la selezione nazionale ha disposto di conseguenze positive.

Dapprima, negli anni settanta l’epopea argentina ci permise di fare conoscere la Tunisia del Calcio. Ricordiamo che le Aquile di Cartagine furono la prima formazione africana, ed anche araba, a vincere una partita in una coppa del mondo. Una vittoria per 3 a 1 di fronte ai messicani del bomber Hugo Sánchez. Un successo simbolico per vari motivi. Sul piano sportivo, statistico, si tratta di un risultato positivo con una differenza di due gol. Tutto sommato un risultato soddisfacente che confermava e prefigurava numerose cose. Poi una conferma per una nazione esordiente a quel livello. Peraltro, c’è stato anche un certo modo di fare, un’estetica con l’azione di base di Tarak Dhiab che trasmise la palla verticalizzando a sinistra, e un’azione che permise l’assist per Mokhtar Dhouïeb. Una rosa composta da giocatori di talento che furono in grado di resistere di fronte alla Germania Ovest campione del mondo in carica (risultato finale 0-0) e mancando di un pelo la qualificazione per il secondo turno dopo una sconfitta (0-1) onorevole contro la Polonia fortissima in quel momento (una nazionale presente quattro mondiali di seguito, con le stelle Grzegorz Lato e Zbigniew ”Zibí” Boniek ex-juventino ed ex-romanista).

Poi vent’anni per serbare l’incognito come per godersi il bilancio della puntata argentina. E vent’anni di squilibrio dovuto ad una brutta gestione. E l’instabilità politica che condusse all’arrivo di Ben Ali al potere. Arrivò un secondo posto alla Coppa d’Africa prima di ricomparire ad un mondiale nel 1998. Esattamente vent’anni dopo la generazione del numero 10 Tarak Dhiab. 1978-1998. Per un ritorno sportivo in territorio francese. Appunto France 98 il mondiale della Francia ex-colonizzatrice e paese di accoglienza per tanti emigrati tunisini. E stavolta una prestazione media, con un po’ di negativo(una sconfitta indiscutibile per due gol a zero di fronte agli inglesi di Paul Gascoigne e malgrado le bellissime parate del portiere dell’E.S.Tunisi Chokri El Ouaer; un’altra sconfitta, meno pesante, 0-1, con meno passività e con momenti di bel gioco e di possesso palla condiviso, magari di dominio, con la Colombia della leggenda capelluta Carlos Valderrama). Anche con un po’ di positivo tramite l’ottimo pareggio ottenuto contro i rumeni di Gheorge Hagi e Florin Raducioiu, pure essendo andata in vantaggio su un rigore segnato da Skander Souayah.
Gli anni seguenti vedranno una progressione lenta. Cioè delle regolari qualificazioni con dei risultati altalenanti in fase finale, anche qualche sbaglio dagli arbitri. Ad esempio durante Giappone-Tunisia nel 2002. Oppure l’interpretazione severa dall’arbitraggio durante Tunisia-Ucraina nel 2006: partita persa uno a zero, un’espulsione ingiusta per l’attaccante Jaziri. Da segnalare intanto un titolo continentale conquistato nel 2004. Quella Coppa d’Africa fu vinta a domicilio a cura dell’allenatore francese Roger Lemerre, ex c.t della nazionale transalpina. Un mister che vinse pure un altro trofeo continentale: l’Euro 2000 contro gli azzurri condotti dalle due leggende Dino Zoff sulla panchina e sul campo lo straordinario difensore Paolo Maldini, milanista ad vitam eternam. Niente di meno.

Un apporto di calcio francese al calcio tunisino riguardando un aggiornamento necessario dopo anni e anni di un sistema quasi autarchico. Ma anche un apporto italiano prima di Lemerre con Vincenzo Scoglio che condusse la nazionale ad una semifinale di C.A.N nel 2000. Un aggiornamento progressivo come durante una convalescenza. Con la ricerca di più stabilità.

Il dopo Tarak Dhiab (nominato Pallone d’Oro Africano), fu un periodo non fiammeggiante e la generazione successiva costituì una parentesi calma nel panorama nazionale. Qualche elemento tipo Hergal o Abid non è bastato a dare la spinta necessaria per mantenere il livello e fare fruttare le evoluzioni generate dal Mundial 78 svoltosi in Argentina. Via via gli anni novanta videro un risveglio dapprima spalancato poi confermato del calcio tunisino attraverso giocatori come Taoufik Hichri e Ziad Tlemçani che si ”esportarono” nel campionato portoghese, dove militavano già Rabah Madjer (Algeria) e Magdi Abdelghani (Egitto). Poi Faouzi Rouissi che dal C.A di Tunisi si recò in Belgio.
Dal ”Mondial France 98” ad oggigiorno, il bilancio ha dunque una parte di stabilità riguardando le regolari qualificazioni in fasi finali e un’altra parte funzionando un po’ più a singhiozzo riguardando le sfide ed i salti di qualità necessario ad ottenere uno statuto solido nel campo sportivo. Dal 1998 in poi, qualche giocatore bravo e d’eccezione c’era, c’è e ci sarà. Da Adel Sellimi a Korbi, da Boumnijel a Mathlouti, da Trabelsi a Khazri, da Badra a Chikhaoui, da Thabet a Maaloul, da Jaïdi a Abdennour, da Djelassi a Ben Khalfallah, da Zitouni a Chermiti.

Ora per quanto riguarda lo stile tunisino, se osserviamo la difesa e la sua relazione con il centrocampo, possiamo percepire un po’ d’italianità. O almeno d’italianismo. Il sistema difensivo ripone su portieri stabili o spettacolari che attraversano la storia tunisina (Sadok Sassi Attouga e più tardi le parate di Chokri El Ouer a France 98), circondati da difensori affidabili (Jendoubi, Djebali o Dhouïeb nel torneo mondiale del 1978; Khaled Badra e Sami Trabelsi nel 1998 in Francia; Hathem Trabelsi qualche anno fa; Ben Youssef, Maâloul ultimamente). Ma dispone anche di un collegamento intelligente tra difensori e centrocampisti. Dei giocatori come Boukadida, Bouazizi, in passato, o Ragued attualmente rappresentano questa matrice. Alla maniera di un De Rossi, di un Di Biagio, di un Bagni o di un Gattuso. Anche tra il centrocampo e l’attacco, molti calciatori tunisini sono stati in grado di fare da registi o da trequartista (Tarak Dhiab, il calciatore tunisino migliore di tutti i tempi) o di fare un passo indietro per fare la parte del trequartista magari del regista essendo attaccanti all’origine. Ad esempio il centravanti Chikhaoui.

Anche gli attaccanti tunisini sono stati famosi attraverso tutte le epoche: il compianto Mohamed-Ali Akid e Lahzami Temime qualche decennio fa, più recentemente Akachi.

Questa politica di gestione del pallone, di vigilanza difensiva e non di eccesso di rapidità pure schierando protagonisti tecnici fa pensare al gioco all’italiana. Pure giocando più o meno in 4-3-3, come aveva fatto altrove Azeglio Vicini (Vialli e Donadoni che recitavano la parte delle ali alle spalle del fuoriclasse ”Spillo” Altobelli). L’origine di questa ricerca nel preservare il risultato si trova forse attraverso un aspetto inatteso nella nazione nordafricana: una nazione fatta di rivalità urbane (Tunisi la capitale, Kairouan la religiosa), di derby accaniti che sono paragonabili a quelli italiani. I giocatori dell’Espérance de Tunis indossano una maglietta giallorossa come i nostri romanisti mentre quelli del C.S Sfax ne indossano una bianconera come quella juventina. La pressione regionalista, campanilista è paragonabile ai duelli Roma-Lazio, Inter-Milan, Juventus-Toro, attraverso opposizioni come EST-CAB o EST-Stade Tunisien, E.S Sahel-C.S Sfax o Olympique Béja-Biserta. Un mosaico di città nazionaliste come fu il mosaico italiano composto da vari reami e diverse repubbliche prima dell’Unità d’Italia. Un mosaico che metteva in rilievo le rivalità di città o di quartieri (il calcio storico fiorentino, il Palio di Siena).

Quindi rafforzando e puntando sulle proprie caratteristiche, il vivaio tunisino viene caratterizzato da sempre da un aspetto tecnico ovvio, dai gesti vari, certe volte estetici. Possiamo ricordare qualche momento significativo. I gol in traversone eseguiti dall’ex-pallone d’oro Tarak Dhiab (un memorabile pallonetto sul superportiere marocchino Zaki) e da Beya durante gare di qualificazione, in due epoche diverse. Poi il gol di Bouzaiene su calcio di punizione contro il Belgio ai mondiali coreani-nipponici), gli assist di Adel Sellimi, i rilanci di Hathem Trabelsi (ex Ajax), le corse mischiando potenza fisica e tecnica in movimento di Chikhaoui (ricordando certe volte in un po’ meno rapido l’internazionale svedese Ibrahimović poiché alto, potente, capace di segnare e di fare segnare, come durante l’ultima C.A.N), i tocchi di Ahmed Akaïchi.

Il calcio tunisino dispone anche di portieri di talento nel suo vivaio: da Sadok Sassi Attouga a Aymen Mathlouti (1metro 82 per 84 chili, una calma ed una morfologia alla Angelo Peruzzi), passando per Lamine Ben Aziza, Chokri El Ouaer, Ben Meriem, Ali Boumnijel. Si tratta di una caratteristica proprio tunisina nel mondo arabo. Forse esclusiva. Se stabiliamo un paragone con gli altri paesi, ci accorgiamo che il Marocco ha molto sofferto quando furono pensionati i mitici Allal e Zaki (successivamente portieri della nazionale ai mondiali 1970 e 1986). L’Algeria, dopo i ritiri di Cerbah, Drid e Osmani non ebbe un grandissimo serbatoio di portieri eccezionali finora, e poi la rivelazione M’Bolhi che dovette però confermare e fare prova di maggiore stabilità qualche anno fa. Mentre l’Egitto ha provato tante scarse soluzioni dall’epoca ormai finita dei due portieri Ahmed Shobeir (che quasi fu reclutato dagli inglesi dell’Everton) e Aymen Taher. Intanto in questo campo preciso provano fatica l’Irak, l’Arabia Saudita (un tempo fa c’era l’ottimo Mohammed Al-Deayea, la cui felinità faceva pensare a quella dell’internazionale francese Bernard Lama) e gli Emirati Arabi Uniti (Muhsin Musabah Faraj a Italia 90 non ha successori).

Ora, il calcio tunisino per conoscere una svolta è sottomesso alle condizioni di un’altra svolta: quella politica. La Rivoluzione del Gelsomino. Ma da che parte prenderla?

Oggi giorno, la Tunisia conosce un periodo d’instabilità politica che va migliorando, ma prolungandosi per il momento. In un periodo Tarak Dhiab fu ministro degli sport. Ed è sempre utile ascoltarne il parere. Equivale a dire all’Algeria ed al Marocco di dare fiducia agli eroi del 1982 e del 1986. Cioè quello che questi due paesi non hanno fatto. Ma non solo.

Può darsi che in futuro dei profili come l’ex-campione karateka Hannibal Jegham, riguardando la gestione delle infrastrutture sportivo e l’apprendistato sportivo (la Tunisia ha già fatto cose bellissime nel settore pallamano), o come lo storico militare Fayssal Cherif dell’Università Mannouba di Tunisi potrebbero prodigare consigli acuti. Il primo con un occhio esperto ed il secondo con un occhio critico potrebbero partecipare ad un interessante rinnovamento istituzionale.

E poi ci sarà sempre a pensare Gaetano Chiarenza, siciliano espatriato ex-internazionale tunisino?
Gianguglielmo Lozato

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