Laura Boldrini e la Ghigliottina

29 gennaio 2014: la maggioranza di governo è costretta a tramutare in legge il decreto Imu-Bankitalia, che regala una cifra attorno ai 4 miliardi alle banche Intesa e Unicredit. Un aumento di capitale che servirà ai due tra i maggiori istituti di credito italiani di uscire senza intoppi dagli stress test della Banca Centrale Europea.

Il presidente della Camera Laura Boldrini, eletta tra le fila di SEL, ma eletta alla terza carica dello Stato dalla maggioranza di centro-sinistra, deve fare in fretta se vuole che la maggioranza esca vincitrice dallo scontro con le opposizioni, in particolare con il Movimento Cinquestelle, che vuole vederci chiaro, sin dal decreto approvato nel novembre del 2013. Il decreto legge scade infatti alle 23:59:59 e l’ostruzionismo del M5s rischia di portare la discussione parlamentare oltre l’orario prestabilito.

La Ghigliottina

La decisione della Boldrini sarà di portata storica, perché l’ex presidente deciderà di sospendere la discussione parlamentare, prendendo come pietra di paragone il regolamento del Senato, che specifica che il presidente di Palazzo Madama debba garantire la discussione di un decreto legge entro la sua scadenza. Tuttavia niente del genere era scritto nel regolamento di Montecitorio, la Ghigliottina verrà dunque applicata per la prima volta nella Camera dei Deputati. Una decisione porterà il Movimento Cinquestelle occupare i banchi del parlamento e una serie infinita di polemiche.

Quella della Ghigliottina è una macchia che non sarà mai cancellata dalla memoria del dibattito politico degli ultimi anni, tanto da costringere Roberto Fico, presidente della Camera nella nuova Legislatura, a chiarire nel suo discorso di insediamento che bisogna impegnarsi “a difendere il Parlamento da chi cerca di influenzarne i tempi e le scelte a proprio vantaggio personale” e che “le decisioni finali devono maturare solo e soltanto nelle Commissioni e nell’Aula, perché soltanto un lavoro indipendente può dare vita a leggi di qualità”, non consentendo “scorciatoie né forzature del dibattito.

Il Canguro di Grasso

il 30 luglio dello stesso anno, la faccenda si ripete al Senato, dove si discutono la riforma elettorale di Renzi, chiamata da egli stesso “Italicum” e le riforme costituzionali, che poi verranno bocciate dal referendum il 4 dicembre del 2016. Il presidente del Senato Grasso decide di prendere in prestito stavolta una regola della Camera, che permette di accorpare gli emendamenti simili e prenderli in esame tutti insieme.

In tal modo la maggioranza renziana si è risparmiata giorni discussioni di una riforma costituzionale nata male e finita male e rinunciare al dibattito di migliaia di emendamenti, presentati da senatori sia della maggioranza che delle opposizioni. Peccato che il regolamento della Camera vietasse di applicare un simile provvedimento per le leggi a carattere costituzionale.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra

In tutte le legislature, sia il ricorso allo strumento della fiducia, sia a scorciatoie parlamentari sono all’ordine del giorno. Secondo alcune statistiche, oltre ai casi visti in precedenza i governi a marchio PD sono ricorsi alla fiducia per il 32% dei casi durante l’esecutivo Gentiloni, e per circa il 26% durante il governo Renzi. Il governo Conte si attesta sul 31%.

Un’altra forzatura spesso usata da una maggioranza di governo è quello di approvare dei decreti legge, una misura che come noto va a sostituire seppur provvisoriamente il compito del Parlamento. Ebbene il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ha approvato almeno 80 decreti durante il corso dell’ultimo suo governo. Circa il 25% delle leggi approvate durante quel periodo.

Fiano: quando un’era è giunta al termine

La storia politica del nostro paese dovrebbe insegnarci come l’indignazione violenta dell’On. Emanuele Fiano (ancor più grave se pensiamo alle battaglie condotte dal deputato contro i fascismi, i razzismi, la violenza e le discriminazioni) sia quantomeno ingenua. Se non sapessimo quanto certe proteste accalorate delle opposizioni nei confronti del governo nato lo scorso maggio siano banalmente strumentali.

Questo governo, lungi dall’essere perfetto, ha varato una manovra in linea e con le richieste di Bruxelles e della Commissione Europea, e con i precedenti governi. Sia nei numeri che nelle misure. Anzi dal nostro punto di vista anche troppo in linea.

A differenza nostra però i maggiori partiti che oggi vestono i panni dell’opposizione parlamentare non hanno alcun titolo per accusare il governo attuale di essere prono ai dettami di Bruxelles, basti ricordare che sia Forza Italia, sia ovviamente il Partito Democratico abbiano favorito l’ascesa di Monti, uno dei rappresentanti più fedeli dell’Unione Europea, causando danni quasi irreparabili all’economia italiana.

Le scenate degli ultimi giorni in entrambi i rami del Parlamento, pur nel contesto della deludente azione di Lega e Cinquestelle, attesta soltanto la fine inesorabile di un’era quella post-Tangentopoli, che la vecchia guardia del vecchio centrodestra e del vecchio centrosinistra fanno fatica ad accettare. Un tentativo disperato di riguadagnare il consenso perduto, cercando invano di badare al pelo dell’uovo. Di contenuti però si continua a non vederne.

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